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Giuseppe Guarino

 

Guida pratica alle traduzioni della Bibbia in lingua italiana

 


 

INDICE

                                                                                                

Introduzione

1. Tradurre: un compito per nulla facile

2. Cosa traduce una traduzione della Bibbia?

            a. L'Antico Testamento 

            b. Il Nuovo Testamento

3. La Diodati

4. La Riveduta Luzzi 

            a. Il nome di Dio nell'Antico Testamento

5. La Nuova Riveduta

6. La Nuova Diodati

7. La differenza fra Bibbie cattoliche e protestanti

8. La Traduzione del Nuovo Mondo

9. Altre traduzioni

10. Bibbie annotate 

11. Bibbie elettroniche e software biblici

Appendice - Varianti testuali del Nuovo Testamento

  

Introduzione

Questa breve discussione si propone di fornire al lettore attento della Bibbia una panoramica delle principali traduzioni della Bibbia disponibili in lingua italiana.

Partirò da lontano, dalla stupenda traduzione del Diodati fino alla Nuova Riveduta, giunta alla sua nuova versione recentemente aggiornata. La panoramica sarà limitata alle differenze che caratterizzano le varie opere, partendo da un punto di riferimento, per comodità e solo per quello, che ritengo sia doveroso riconoscere al lavoro di Giovanni Diodati. Lo stesso del resto viene fatto da chi ha definito il proprio lavoro di traduzione soltanto come Riveduta, Nuova Riveduta e Nuova Diodati.

Non discuterò in maniera approfondita delle questioni riguardanti il metodo di traduzione, perché ve ne sono diversi e sono tutti possibili o giustificabili in base agli scopi che si prefigge chi traduce ed al tipo di pubblico cui indirizza il proprio lavoro. Io stesso nelle mie varie traduzioni utilizzo metodi diversi a seconda che il testo che propongo sia da studio o da semplice lettura.

 

1. Tradurre: un compito per nulla facile 

Dopo anni di lettura della Bibbia e di varie versioni della Bibbia, nonché dopo essermi cimentato personalmente in alcuni tentativi di traduzione, mi sono convinto che:

1. E’ inevitabile che chi traduca lo faccia trasmettendo quelle che sono le proprie convinzioni, visto che le stesse originano proprio dalla maniera in cui ha compreso il testo biblico.

2. Vi sono diversi metodi di traduzione, più o meno in voga nei vari periodi storici, ma nessuno di questi può soddisfare ogni tipo di lettore. Ciascun metodo però è utile per venire incontro a certe specifiche necessità.

3. Nessun lavoro di traduzione, per quanto possa essere attento, meticoloso ed accurato, può esattamente e interamente trasporre il senso di un testo da una lingua ad un’altra.  

Prima di analizzare il senso delle tre affermazioni che ho appena fatto, devo aggiungere che, in alcune circostanze, vi sono elementi che possono inquinare già dalla nascita un progetto di traduzione della Bibbia. Per voler essere poco polemici dirò che l’entusiasmo per le convinzioni può sfociare in errori oggettivi che, quando sono presenti in un certo numero, possono determinare un sicuro giudizio negativo. Potremmo dire che a volte l’amore per le proprie idee può essere talmente forte da accecare e rendere incapaci di accettare la realtà oggettiva dei fatti, fino al punto da commettere errori che inficiano in maniera determinante il lavoro svolto. Ad esempio, la Traduzione del Nuovo Mondo dei Testimoni di Geova è sicuramente in molti – troppi – punti il prodotto di un attento mirato progetto di chi si vuole assicurare che la versione della Bibbia sia poco soggetta ad interpretazione ed esprima con meno ambiguità quello che si ritiene sia il significato dei brani tradotti. In questo caso, però, utilizzare il termine traduzione, per un’opera del genere, è almeno azzardato, sicuramente rischioso. Se c’è un metodo da non adottare per tradurre – non solo la Bibbia, ma ogni testo per il quale si prova un minimo di rispetto – è proprio quello utilizzato dalla Watch Tower, l’organizzazione dei Testimoni di Geova.

Un’altra versione che purtroppo ritengo sia un grande insuccesso – e lo dico con grande rammarico, perché si tratta di una vera occasione mancata – è la cosiddetta versione TILC. L’eccessiva ricerca di adesione alla lingua destinataria della traduzione, in una sublimazione del metodo delle equivalenze dinamiche, la rende utile a poca cosa se non alla consultazione o ad una frettolosa e superficiale lettura.

Fatte queste due premesse su altrettante eccezioni, riprendo il senso delle tre affermazioni che ho fatto all’inizio.

1. E’ inevitabile che chi traduca lo faccia trasmettendo quelle che sono le proprie convinzioni, visto che le stesse originano proprio dalla maniera in cui ha compreso il testo biblico. Credo di non dire nulla che non sia ovvio. Naturalmente quando ci troviamo davanti a versioni condotte in tutta onestà d’animo e con intenti non settari, questi dettagli non inficiano il valore dell’opera e la sostanziale validità della versione biblica.

Porto un esempio concreto.

Raffrontiamo il testo della Nuova Diodati e quello della Nuova Riveduta in Daniele 9:25-26.

La Nuova Diodati: “Sappi perciò e intendi che da quando è uscito l'ordine di restaurare e ricostruire Gerusalemme, fino al Messia, il principe, vi saranno sette settimane e altre sessantadue settimane; essa sarà nuovamente ricostruita con piazza e fossato, ma in tempi angosciosi. Dopo le sessantadue settimane il Messia sarà messo a morte e nessuno sarà per lui. E il popolo di un capo che verrà distruggerà la città e il santuario; la sua fine verrà con un'inondazione, e fino al termine della guerra sono decretate devastazioni”.

La Nuova Riveduta: “fino all'apparire di un unto, di un capo, ci saranno sette settimane; e in sessantadue settimane essa sarà restaurata e ricostruita, piazza e mura, ma in tempi angosciosi.  Dopo le sessantadue settimane un unto sarà soppresso, nessuno sarà per lui. Il popolo d'un capo che verrà, distruggerà la città e il santuario; la sua fine verrà come un'inondazione ed è decretato che vi saranno devastazioni sino alla fine della guerra”.

La Nuova Diodati traduce Messia la stessa parola ebraica che la Nuova Riveduta traduce unto. Entrambe le traduzioni sono fondamentalmente corrette, perché la parola ebraica è ormai da tempo divenuta parte del nostro vocabolario nell’accezione “Messia”, sebbene essa significa: “unto”. La Nuova Diodati tradisce la convinzione di chi traduce (almeno così sembra) che l’unto citato in questa profezia non sia un semplice unto, ma il Messia. La Nuova Riveduta, dall’altra parte, sembra risentire dell’interpretazione offerta da chi non ritiene messianica questa profezia.

Rimanendo sulle due medesime traduzioni, l’adesione ad un pensiero “tradizionale” della Nuova Diodati è in evidente contrasto con l’approccio più “liberale” della Nuova Riveduta in Isaia 7:14.

La Nuova Diodati: “Perciò il Signore stesso vi darà un segno: Ecco, la vergine concepirà e darà alla luce un figlio e gli porrà nome Emmanuele”.

La Nuova Riveduta: “Perciò il Signore stesso vi darà un segno: Ecco, la giovane concepirà, partorirà un figlio, e lo chiamerà Emmanuele”.

La Nuova Riveduta traduce alla lettera il testo ebraico. La Nuova Diodati traduce il testo ebraico tenendo conto della traduzione dei LXX (Settanta) ripresa molto probabilmente nel vangelo di Matteo e che precisa che la “giovane” va inteso nel senso di “vergine”.

Purtroppo non posso non dare la mia opinione e comunicare al lettore la sensazione che la Nuova Diodati faccia delle scelte più coerenti con il credo cristiano classico con le quali, personalmente, concordo.

Bisogna però aggiungere che, in realtà, entrambe le traduzioni, in entrambi i casi sono possibili e fondamentalmente corrette.

2. Vi sono diversi metodi di traduzione, più o meno in voga nei vari periodi storici, ma nessuno di questi può soddisfare ogni tipo di lettore. Ciascun metodo però è utile per venire incontro a certe specifiche necessità.

Di solito quando studio dei brani della Bibbia consulto diverse versioni. La mia prima attenzione è sempre rivolta all'originale, poi do uno sguardo alle traduzioni che ho a mia disposizione. Questo mi aiuta a percepire diverse prospettive e informarmi sulle diverse possibili maniere di tradurre o sulle sfumature del testo.

Alcune versioni sono più letterali di altre. La Diodati, come ho già detto, è una versione letterale, che riporta spesso le parole del testo nella nostra lingua lasciando al lettore l'esame del significato. E' un buon metodo di traduzione, che risulta molto utile per lo studio della Parola di Dio. Però, ovviamente, alcuni punti della lettura risultano di più difficile comprensione per la troppa dipendenza dalle lingue originali e quindi da certe loro peculiarità.

Altre traduzioni invece si allontanano dal metodo letterale e non traducono soltanto le parole del testo, ma si sforzano di rendere nella lingua nella quale si traduce il senso della frase nell'originale. Ovviamente il rischio più immediato che si corre adottando questo metodo è quello di interpretare male un'affermazione del testo e di mettere definitivamente fuori strada il lettore che non può attingere ad una trasposizione dell'originale nella sua lingua ma soltanto alle parole che esprimono la comprensione del testo del traduttore. Un'esasperazione di questo metodo la troviamo nella versione interconfessionale La Bibbia in lingua corrente, la cosiddetta TILC.

Quest’ultima versione traduce così Matteo 16:18, “Per questo ti dico che tu sei Pietro e su di te, come su una pietra, io costruirò la mia Chiesa”.

Acconsentire all’inserimento di una parafrasi tanto discutibile del testo biblico sarà stato il prezzo imposto ai traduttori evangelico - protestanti perché il progetto di questa versione interconfessionale andasse in porto.

La Nuova Diodati e la Nuova Riveduta utilizzano con buoni risultati entrambi i metodi, a seconda dei casi. In alcuni punti è bene tradurre letteralmente e lasciare al lettore la possibilità di comprendere da sé la Scrittura. In altri, dove le espressioni usate non possono tradursi letteralmente, perché esprimono modi di dire che hanno un vero significato solo nella lingua originale, la traduzione deve per forza di cose sforzarsi di trasporre nella lingua del lettore il senso del testo originale. E' in questo modo che io traduco, sebbene mi sforzi il più possibile di comunicare al lettore più parole possibili del testo originale.

3. Nessun lavoro di traduzione, per quanto possa essere attento, meticoloso ed accurato, può esattamente e interamente trasporre il senso di un testo da una lingua ad un’altra.  

Questo è un dato di fatto con il quale si deve confrontare chiunque intraprenda un lavoro di traduzione.

Ho imparato l'inglese quando ero piuttosto giovane. Avendone la possibilità ho iniziato a leggere in quella lingua tutto quello che potevo - persino i fumetti! E la cosa che più mi ha impressionato è stato notare quante sfumature della lingua originale non potessero essere rese in maniera soddisfacente in italiano. Quindi ho smesso di leggere la traduzione di qualsiasi cosa quando era stata scritta originariamente in inglese se riuscivo a procurarmi l'originale.

E' stato per questo che, ad un certo punto dei miei studi biblici, ho deciso di studiare seriamente la lingua greca per potere leggere il Nuovo Testamento in originale.

Ma sebbene questo sia vero, non posso nemmeno associarmi all'approccio totalmente pessimistico proposto da Pincas Lapide, studioso per il quale comunque nutro il più grande rispetto. Egli esamina molti errori di traduzione classici e ne propone diversi per sostenere una certa idea di base e cioè che tradurre è un po' tradire. Io però sono dell'avviso che non tradurre significa rinunciare a condividere e poi, nel caso specifico della Bibbia e del Nuovo Testamento, ho già discusso in un mio articolo che l'influenza delle lingue e culture originali presenti nella Bibbia è stata talmente forte che anziché venire sepolte dalla traduzione, sono riuscite ad influenzare loro la nostra cultura e le nostre lingue. Sta all'intelligenza del traduttore valutare i vari casi e sforzarsi di tradire il meno possibile le due lingue che sta maneggiando, per non discostarsi troppo dall'originale e per non aderire troppo rendendo incomprensibile il senso nella lingua in cui si traduce.

Come dicevo prima, vi sono delle sfumature dell'originale che purtroppo una traduzione non può trasmettere al lettore.

Cito un esempio molto semplice, per me molto significativo: Giovanni 1:1-4.

Nuova Riveduta: "Nel principio era la Parola, la Parola era con Dio, e la Parola era Dio. Essa era nel principio con Dio. Ogni cosa è stata fatta per mezzo di lei; e senza di lei neppure una delle cose fatte è stata fatta. In lei era la vita, e la vita era la luce degli uomini."

Nuova Diodati: "Nel principio era la Parola e la Parola era presso Dio, e la Parola era Dio. Egli (la Parola) era nel principio con Dio. Tutte le cose sono state fatte per mezzo di lui (la Parola), e senza di lui nessuna delle cose fatte è stata fatta. In lui era la vita e la vita era la luce degli uomini.

Bibbia Edizioni San Paolo: "In principio era il Verbo e il Verbo era presso Dio e Dio era il Verbo. Questi era in principio presso Dio. Tutto per mezzo di lui fu fatto e senza di lui non fu fatto nulla di ciò che è stato fatto. In lui era la vita e la vita era la luce degli uomini"

La Bibbia cattolica traduce l'originale ὁ λόγος (ho logos) con "il Verbo". E' una traduzione dipendente dalla versione latina della Bibbia, molto importante nella Chiesa Cattolica, che traduceva Verbum. Non è, quindi, una traduzione letterale, ma riesce così ad ovviare ad un problema insito nella versione letterale del brano. La traduzione "la Parola" infatti è in italiano al femminile, mentre il logos in originale è al maschile. La Nuova Riveduta, come molte altre versioni, traduce "ho logos" con "la Parola" e mantiene, per coerenza linguistica con l'italiano, il femminile nelle frasi che seguono. La Nuova Diodati, invece, si sforza di mantenere sia la traduzione letterale che il maschile che è dell'originale, ciò perché più avanti verrà apertamente detto che il logos si è incarnato in Gesù di Nazareth.

Tutt'e tre le traduzioni che abbiamo visto sono fondamentalmente corrette. Hanno ognuna i suoi pregi, ma anche i loro difetti, dovuti al tentativo di ovviare all’intrinseca oggettiva naturale difficoltà del testo da tradurre. Allo stesso tempo dobbiamo dire che, se da una parte non possono perfettamente trasmettere il senso dell'originale, le tre versioni trasmettono il senso dell’originale che viene ben trasposto e giunge comunque al lettore con tutta la sua forza.

Visto che siamo su questo brano della Scrittura varrà la pena considerare una traduzione che per le sue particolarità rispetto alle altre, a tutte le altre, spicca in maniera davvero vistosa.

La Traduzione del Nuovo Mondo dei Testimoni di Geova rende infatti così il brano: "In principio era la Parola, e la Parola era con Dio, e la Parola era un dio. Questi era in principio con Dio. Tutte le cose sono venute all'esistenza per mezzo di lui, e senza di lui neppure una cosa è venuta all'esistenza. Ciò che è venuto all'esistenza per mezzo di lui era vita, e la vita era la luce degli uomini."

Da lettore dell'originale quale sono e da traduttore (che ho fatto come lavoro, ma anche spesso per il mio studio personale) posso in tutta coscienza affermare che la versione dei Testimoni di Geova riesce ad essere sia errata che di pessima qualità. Se riferendoci alla traduzione vogliamo considerarla un po' un “tradimento”, in questo caso potremmo dire che la TNM riesce a tradire entrambe le lingue, il greco originale e l'italiano della traduzione. Non credo che la traduzione del Nuovo Mondo in italiano sia stata eseguita sui testi originali, bensì che sia una traduzione della traduzione ufficiale inglese. La traduzione di una traduzione inevitabilmente produce un ulteriore allontanamento dall'originale. Faccio un esempio. Se mettiamo un foglio di carta velina su un'immagine, vedremo attraverso quest'ultimo i dettagli dell'originale in maniera abbastanza distinta. Ma se sovrapponiamo un ulteriore foglio di carta velina, per quanto sottili questi fogli possano essere, è ovvio che ciò comprometterà la percezione dei tratti originali. Lo stesso accade traducendo da una traduzione.

Ad ogni modo, difficilmente si potrebbe immaginare una maniera peggiore di tradurre questo brano della Sacra Scrittura e la motivazione è semplice: gli ignoti "traduttori" usano ogni mezzo a loro disposizione per parafrasare (dire tradurre è troppo secondo me) il brano e trasmettere al lettore con ogni mezzo possibile le proprie convinzioni dottrinali. Per quanto ne so il primato dei Testimoni di Geova in questo senso è indiscusso sia se guardiamo indietro nel passato, fino all'età apostolica, sia che ci guardiamo attorno oggi.

Travisazioni intenzionali dell'originale a parte, tornando al punto iniziale del nostro discorso, tradurre non è per nulla un compito semplice da portare a termine con successo nemmeno armati delle migliori intenzioni. Ma un onesto tentativo di trasporre una lingua in un'altra merita rispetto ed attenzione e, in base ai metodi di traduzione, merita una considerazione specifica in base all'uso ed alle nostre necessità specifiche.

Le Bibbie italiane, anche grazie alle indubbie qualità della nostra lingua, offrono versioni atte sia alla semplice lettura che allo studio. Non mi sento di sconsigliarne nessuna in particolare, ma sono ovviamente a favore della Nuova Riveduta e della Nuova Diodati. I pregi ed i difetti di quest'ultime due versioni (fino a quando non mi verrà dimostrato il contrario) pongono entrambe sostanzialmente allo stesso livello.

 

2. Cosa traduce una traduzione della Bibbia?

Fino a questo punto abbiamo parlato di metodi e risultati della traduzione. Ma c'è un'altra domanda che dobbiamo porci: quale testo ha utilizzato il traduttore? 

Da piccolo ero molto entusiasta degli studi sugli scritti classici di Omero, Iliade ed Odissea. Ricordo con affetto e infinita stima la mia insegnante di italiano delle scuole medie che riusciva a farci studiare questi poemi rendendoli stimolanti e preziosi per l'approfondimento della lingua italiana. Eppure allora non mi chiesi mai da dove venisse quell'edizione stampata di un libro scritto millenni prima.

Lo stesso vale per la Divina Commedia di Dante, per la quale, sebbene ne riconosca i meriti letterari, non nutro particolare simpatia o interesse. Se questo scritto venne composto nel medioevo, cosa riproduce il testo che studiavamo a scuola.

Insomma, ad un certo punto delle mie riflessioni mi chiesi in parole povere: ma gli originali di questi scritti li possediamo? Se si, dove sono conservati?

Ma vediamo cosa accadde quando la stessa domanda me la posi durante la lettura della Bibbia.

La mia prima Bibbia fu una Diodati e non potrei essere più felice del fatto che ciò sia accaduto. Ma, verso i vent'anni, per uniformarmi alla traduzione che tutti usavano nella chiesa che ormai frequentavo, iniziai ad utilizzare una Riveduta Luzzi. In alcuni punti questa versione ometteva o cambiava dei versi che, invece, trovavo nella mia Diodati. Le varie scelte in questo senso  venivano motivate con la presenza o assenza di questo o quel brano in alcuni manoscritti.

Mi resi conto che la differenza fra le varie versioni della Bibbia (particolarmente fra vecchie e nuove) non stava solo nell'attualità della lingua o nel metodo utilizzato per tradurre, ma anche nel testo originale tradotto.

Decisi che fosse imperativo per me vederci più chiaro.

Lessi moltissimi libri. Ad un certo punto dei miei studi fui anche "costretto" ad imparare il greco del Nuovo Testamento. Devo dire che ne è valsa la pena ed oggi ritengo un privilegio potere affrontare con cognizione di causa le affermazioni delle varie versioni sui manoscritti biblici.

Fatta questa premessa, cerchiamo di capire di cosa sto parlando.

Ogni libro antico prodotto prima della stampa a caratteri mobili doveva riporre le proprie speranze di sopravvivenza e diffusione nelle mani di chi avrebbe più o meno diligentemente prodotto delle copie manoscritte dell'originale e poi copie delle copie, ecc...

Questo vale per tutti i libri provenienti dall'antichità prodotti prima dell'evento che ha rivoluzionato il mondo creando il libro come noi lo conosciamo: l'invenzione della stampa a caratteri mobili.

I pregi evidenti della stampa furono diversi:

- il costo dei libri venne enormemente a diminuire permettendo l'accessibilità e quindi la diffusione dei libri a favore di un più vasto pubblico. Era logico infatti che il costo di un libro fosse piuttosto elevato, proporzionale allo sforzo che richiedeva (costo del materiale di scrittura a parte) la copiatura.

- le copie stampate erano tutte esattamente uguali. Quest'ultima qualità in particolare risultava di particolare utilità per preservare la fedeltà delle copie all'originale scritto dall'autore. (Sebbene per dovere di cronaca bisogna dire che come nessuna delle vicende umane è perfetta, anche la stampa di un libro reca con sé inevitabilmente un certo numero di errori, di solito emendati nelle varie edizioni seguenti la prima). Infatti la più grande problematica che accompagnava la preservazione e diffusione dei testi per mezzo di copie manoscritte era l'inevitabile introdursi di errori di copiatura.

Per capire di cosa stiamo parlando davvero, credo che bisognerebbe provare quale compito gravoso sia copiare ad esempio un intero vangelo, dalla prima a l'ultima pagina (senza ausilio di un computer) e dalla copia fatta, farne copiare un'altra, e poi un'altra, ecc. Potremmo poi comparare la terza o quarta copia di una copia con l'originale e ci renderemo conto degli errori che si sono introdotti nel testo, malgrado il nostro impegno. Immaginiamo questo procedimento dilatato in centinaia di anni di opera di copiatura e quanti errori su errori può determinare nella trasmissione di un testo.

La Bibbia è la Parola di Dio. Ma è anche un libro. E, come ogni altro libro, prima dell'invenzione della stampa, la sua diffusione e trasmissione dipendeva dalla copia di nuovi manoscritti. Come per qualsiasi altro scritto, inevitabilmente, degli errori si insinuarono nel testo. Ai semplici errori vanno aggiunte le modifiche intenzionali del testo operate da alcuni eretici, che modificavano alcuni brani della Scrittura per armonizzarli con le loro idee.

Quando si passò all'edizione stampata dei libri della Bibbia, apparve necessario censire, catalogare ed esaminare le prove manoscritte disponibili (mi ripeto: non è una problematica biblica soltanto) e, sforzarsi di creare un'edizione nelle lingue originali che fosse il più prossima possibile ai testi originali. La scienza che si occupa di questo non facile ma importantissimo compito è la critica testuale o critica del testo.

Le problematiche da affrontare nella ricerca del testo originale furono diverse, a seconda che riguardassero l’Antico o il Nuovo Testamento.

 

a. L'Antico Testamento

La testimonianza manoscritta al testo ebraico dell'Antico Testamento era, fino a non molto tempo fa, molto scarna e dipendente da manoscritti di relativa recente composizione.

Il Codice Aleppo (datato 925 d.C.) contiene l'Antico Testamento escluso il Pentateuco. Siamo distanti in media oltre 1500 anni dagli originali.

Il Codice di Leningrado risale all'anno L 1008 d.C. Contiene tutto l’Antico Testamento.
Un manoscritto che si trova nel British Museum ( 4445 – B ) e risale al 925 d.C. contiene quasi tutto il Pentateuco.

Il Codice del Cairo è del 986 d.C. Contiene i libri dei profeti.

Questi manoscritti sostanzialmente tramandavano una forma di testo fissata secoli prima dai cosiddetti masoreti, studiosi ebrei della Sacra Scritture. Da qui il nome di testo Masoretico.

Oggettivamente la testimonianza storica, almeno dal punto di vista delle evidenze manoscritte, al testo originale dell'Antico Testamento, bisogna ammetterlo, era abbastanza scarna. Senonché nel 1947 vennero riportati alla luce - per caso o provvidenza divina lo giudichi il lettore - i documenti di una comunità ebraica abbandonata a seguito dell'invasione romana del 70 d.C. I manoscritti dell'Antico Testamento che vennero rinvenuti nelle grotte di Qumran erano oltre mille anni più antichi di quelli utilizzati fino a quel momento. Sebbene presente in manoscritti relativamente recenti, se si considerano le probabili date degli autografi, il testo dell'Antico Testamento venne confermato da documenti oltre mille anni più antichi di quelli fino ad allora disponibili!

Uno dei manoscritti più importanti rinvenuti a Qumran è quello di Isaia.

"Nonostante il rotolo di Isaia era circa mille anni più antico della versione masoretica di Isaia, i due erano pressoché identici... I risultati ottenuti da uno studio comparativo di questo tipo si sono ripetuti per molti altri libri biblici presenti a Qumran. La grande maggioranza dei nuovi rotoli appartengono alla medesima tradizione masoretica. Questi sono però più antichi di diversi secoli e quindi dimostrano in maniera significativa con quanta cura gli scribi giudaici hanno trasmesso quel testo negli anni". James C. Vanderkam, The Dead Sea Scrolls Today, p. 126.

Gesù stesso affermò qualcosa che non poteva non riflettere la cultura del tempo quando disse: "poiché io vi dico in verità che finché non siano passati il cielo e la terra, neppure un iota o un apice della legge passerà, che tutto non sia adempiuto". (Matteo 5:18)

Tanta attenzione da parte degli scribi non deve sorprendere e il risultato di preservazione del testo è anche dovuto al fatto che l'Antico Testamento era patrimonio nazionale ebraico e il clero giudaico fosse cosciente del compito di preservare la Sacra Scrittura che era affidato loro. Anche oggi gli antichi e preziosi manoscritti biblici vengono preservati dallo stato di Israele con grande cura in strutture costruite con ogni accorgimento per preservarne l'integrità persino in caso di attacco nucleare contro Israele.

La prima edizione della Bibbia ebraica data alle stampe risale al 1488. Sostanzialmente le nuove edizioni tutt'oggi in stampa propongono il testo Masoretico e possiamo benissimo dire che non vi sono divergenze sostanziali fra il testo tradotto da Diodati nel 1607 e quello della Nuova Riveduta di oggi.

La faccenda si complica in un certo senso per il Nuovo Testamento.

 

b. Il Nuovo Testamento 

La prima edizione andata in stampa del testo greco (sua lingua originale) del Nuovo Testamento risale al 1516. Anche qui siamo quindici secoli in ritardo rispetto agli autografi.

Paradossalmente il problema più grande nella ricerca dell'originale del Nuovo Testamento è il gran numero di manoscritti che sono giunti sino a noi a testimoniare sia della diffusione che della qualità del suo testo. Ciò ha provocato la mancanza di un giudizio unanime fra gli studiosi sia sul metodo da utilizzare che sul significato dei risultati raggiunti.

Lo studioso Bruce Metger ci informa che l'Iliade di Omero è arrivata a noi in circa 600 manoscritti, gli scritti di Euripide in meno di 400 manoscritti. Gli annali di Tacito in un solo manoscritto del IX secolo!

Comprenda quindi il lettore cosa implica il fatto che esistono oltre 5000 manoscritti che, in tutto o in parte, contengono il Nuovo Testamento in greco. Di questi molti sono davvero antichi. Il frammento P52 è stato datato intorno al 125 d.C. Alcuni sono persino più ottimisti.

Secondo diversi studiosi il frammento di manoscritto rinvenuto a Qumran, nella grotta cui viene attribuito il numero 7, sarebbe appartenuto ad un rotolo che conteneva l'intero manoscritto di Marco. Se ciò fosse vero, ci troveremmo davanti alla più antica prova manoscritta dei vangeli in nostro possesso. L'attribuzione, però, allo stato attuale, non è unanime.

Molti sono comunque i papiri antichi che testimoniano del Nuovo Testamento.

Nome e categoria

Data

Contenuto

P46 – papiro

200 d.C.

Epistole di Paolo

P52 – papiro

125 d.C.

Gv 18:31-33, 37-38

P66 – papiro

200 d.C.

Parte di Giovanni

P75 – papiro

175 – 225

Parte di Luca e Giovanni

Alef o Sinaitico – codice

IV secolo

L’intera Bibbia

B o Vaticano – codice

IV secolo

Quasi l’intera Bibbia

A o Alessandrino – codice

V secolo

Quasi l’intera Bibbia

La prima edizione del Nuovo Testamento in greco data alle stampe fu curata da Erasmo da Rotterdam. Egli si servì di pochi manoscritti a sua disposizione, ma il suo lavoro ebbe grande successo ed una larga diffusione. Tanto che dall'introduzione ad una delle sue edizioni, questo prese il nome di Textus Receptus, cioè "testo ricevuto", termine utilizzato per sottolinearne l'accettazione generale che questo aveva ormai raggiunto.

Sebbene le critiche mosse contro Erasmo sono ormai da oltre un secolo sempre le stesse, c'è un'ovvia considerazione da fare:

- il testo che presenta la sua edizione è fondamentalmente quello attestato dalla maggioranza dei manoscritti del Nuovo Testamento, con alcune deviazioni dovute alle peculiarità dei manoscritti a disposizione di Erasmo.

- lo stato di conservazione del Nuovo Testamento è così eccellente che, comunque, il 99% del testo che ci è giunto è sicuro e, quindi, in realtà parliamo di uno scarno 1% del quale ci rimane da dibattere.

Le traduzioni antiche come quella di Lutero in Germania o Diodati in Italia, la prestigiosa King James Version inglese, erano basate sul testo Masoretico per quanto riguarda l'Antico Testamento e per il Nuovo Testamento greco sul Textus Receptus.

Verso il finire del XIX secolo due studiosi inglesi, Westcott e Hort, pubblicarono una rivoluzionaria revisione del testo greco basandosi su due manoscritti che proprio in quel periodo divennero disponibili, Vaticano e Sinaitico. Il loro lavoro riuscì a spodestare definitivamente il Textus Receptus e divenne il punto di riferimento per tutta la critica testuale del Nuovo Testamento da allora fino ad oggi.

F.A. Scrivener fu il primo editore del manoscritto Sinaitico. Pubblicò anche l'edizione del Textus Receptus con le variazioni apportate nel 1881 dal lavoro di Westcott e Hort. John William Burgon fu forte oppositore delle teorie di Westcott e Hort. Non è ben visto in nessun trattato ufficiale di critica testuale, ma è anche vero che oggettivamente molti dei motivi del suo dissenso si sono rivelati, col tempo, fondati. Il lavoro di Burgon e buona parte dei suoi presupposti animano oggi i difensori del cosiddetto testo Maggioritario. Personalmente sono molto a mio agio a considerarmi fra quest'ultimi piuttosto che a favore di una critica che tratta la Parola di Dio come se tale non fosse e, in nome di un eccessivo razionalismo, sembra avvicinarsi al testo biblico piuttosto che in maniera razionale, io direi addirittura con scetticismo.

Quando all’inizio del XX secolo fu presentata al pubblico evangelico la cosiddetta Riveduta (della Diodati) che portò anche il nome del dott. Luzzi, questa, in accordo con le altre traduzioni del tempo, propose, per il Nuovo Testamento, un testo leggermente diverso da quello del Diodati, in armonia con le teorie hortiane. Molte varianti venivano discusse in delle note, che informavano il lettore circa la presenza o meno di questo o quel verso, o versi, in alcuni manoscritti. Ma a quei tempi la critica testuale era ancora in una fase di sviluppo e molte cose sarebbero cambiate in seguito.

Negli anni a venire, infatti, diversi antichi papiri vennero alla luce, ampliando il numero di prove manoscritte in nostro possesso e, soprattutto, l'antichità delle stesse.

Quando comparve la Nuova Riveduta, questa poté avvalersi del testo critico del Nuovo Testamento Nestle-Aland, considerato oggi, quasi unanimemente, la migliore ricostruzione del testo originale greco del Nuovo Testamento. Il consenso della critica ne ha facilitato la definizione e diffusione come testo "Standard", quasi un sinonimo dell'appellativo del "Textus Receptus" del quale sembra voler prendere il posto. Personalmente ritengo il Nestle-Aland come la migliore edizione della recensione egiziana del Nuovo Testamento, il testo greco che nei primi secoli della cristianità conobbe la sua diffusione in Egitto ed in particolare ad Alessandria, allora centro culturale di grande rilevanza.

Quando sembrava che l'argomento dovesse definitivamente risolversi a favore del “Testo Standard”, con soltanto pochi fondamentalisti amanti delle battaglie perse in partenza a difendere, o meglio ad ostinarsi a difendere, ad ogni costo il Textus Receptus, fece il suo ingresso in campo un terzo partito, quello a difesa del testo Maggioritario, il testo del Nuovo Testamento contenuto nella maggioranza dei manoscritti. Riprendendo in parte le posizioni della scuola del XIX secolo avversa a Westcott e Hort, diversi studiosi oggi sostengono che il testo Maggioritario, quello cioè rintracciabile nella maggioranza dei manoscritti a nostra disposizione, altro non sia se non il prodotto di un normale e fedele processo di copiatura che ha tramandato in maniera accurata il testo degli originali del Nuovo Testamento.

Di questo avviso anche chi scrive.

Sebbene siano ormai da anni comparse delle edizioni critiche del Nuovo Testamento greco che dipendono dal testo Maggioritario e questo, con la revisione definitiva delle teorie di Hort, ha guadagnato il suo posto anche nelle recenti edizioni critiche del Nestle-Aland, non vi è ancora una sua traduzione in Italiano. Sul mio sito ho tradotto l'epistola ai Colossesi dalla ricostruzione critica di Wilbur N. Pickering e la prima epistola di Giovanni dall'edizione critica di Zane C. Hodges e Arthur L. Farstad. Vi è un'altra edizione di questo testo davvero degna di nota ed è quella di Maurice A. Robinson e William G. Pierpont. Di quest'ultima sto lavorando ad una traduzione di Marco, anch’essa pubblicata sul sito.

Per un elenco veloce di alcune differenze concrete fra queste tre ricostruzioni critiche che ho menzionato rimando il lettore ad un'appendice alla fine di questo scritto o al  mio libro sul testo del Nuovo Testamento. 


3. La Diodati

Nel 1607 Giovanni Diodati pubblicò la sua traduzione in italiano dell'intera Bibbia. Qui a sinistra il frontespizio della prima edizione nella copia scansionata messa a disposizione da Google. L'edizione del 1641 è una revisione ed ha le note al testo del traduttore. Le versioni scansionate di queste Bibbie sono attualmente reperibili sul sito www.sentieriantichi.org dal quale le ho scaricate in formato pdf.

Il pregio della traduzione di Diodati è indubbio. Moltissimi i meriti della versione che divenne la Bibbia dei protestanti italiani per eccellenza.

Innanzi tutto Diodati tradusse dalle lingue originali e lo fece con grande competenza ed eleganza, soprattutto nei Salmi, vero patrimonio della letteratura italiana. Il suo tradurre in maniera letterale rende oltremodo pregevole il suo lavoro, non inquinato da considerazioni o idee personali del traduttore. Egli ovviamente tradusse il testo masoretico per l'Antico Testamento e il Textus Receptus per il Nuovo.

Negli anni l'italiano della Diodati venne sottoposto ad aggiornamenti. L'edizione tutt'oggi in stampa è una revisione linguistica approntata nel XIX secolo. Ma una vera e propria revisione sarebbe arrivata soltanto con la Riveduta Luzzi.

Visto che conosco bene la Diodati, avendola utilizzata per molti anni, sono riuscito ad individuare alcuni errori di stampa che ritengo opportuno segnalare.

Nell'edizione che utilizzavo io, che è ancora oggi in stampa ma, ovviamente, è aggiornata rispetto all'originale del 1641, vi è un errore in Daniele 2:44. "E a’ dì di questi re, l’Iddio del cielo farà sorgere un regno" è la lettura corretta, mentre la peculiarità della nostra lingua (“re” è sia singolare che plurale) ha permesso che delle copie fossero date alla stampa con l'errata affermazione "E a’ dì di questo re, l’Iddio del cielo farà sorgere un regno".

In Apocalisse 17:8, "... la bestia che era, e non è, e pure è" non è un errore della traduzione, bensì un errore di stampa del testo greco originale tradotto da Diodati e mai corretto. Purtroppo la stessa lettura viene mantenuta anche nella Nuova Diodati.

Un caso tutto a sé è Matteo 1:25, che legge nelle edizioni attualmente in circolazione: "Ma egli non la conobbe, finché ebbe partorito il suo figliuol primogenito. Ed ella gli pose nome Gesù". Ma nell'edizione del 1607 la Diodati leggeva: "Ma non la conobbe fin che non hebbe partorito il suo figliuolo primogenito, il quale chiamò Iesu". Anche qui quindi non siamo davanti ad un errore della Diodati, bensì delle edizioni più recenti. Il testo della Nuova Diodati è quello corretto.

 

4. La Riveduta Luzzi

Sulla scia delle varie opere di revisione delle grandi Bibbie protestanti, all'inizio del XX secolo il testo della Diodati divenne oggetto di un serio lavoro di revisione, sia dal punto di vista linguistico che, alla luce delle nuove edizioni critiche dell’originale, anche dal punto di vista testuale.

La prima edizione della cosiddetta Riveduta Luzzi vide la luce nel 1925.

Si trattava certamente di un ottimo lavoro di traduzione e lo dimostrò la popolarità che riscosse fra gli evangelici italiani.

Nella Riveduta Luzzi è presente una peculiarità molto interessante: il tetragramma ebraico (YHWH), il nome di Dio rivelato a Mosè, viene tradotto, in un certo senso, nell'italiano “Eterno”. Ciò forse per volere rendere nella nostra lingua il senso del nome in ebraico, che sembra voglia liberare la Persona di Dio da qualsiasi vincolo temporale, decretandone l'esistenza assoluta, senza l'intervento di un atto creativo, di un inizio. Certo è una scelta un po' opinabile, ma di sicuro coraggiosa.

 

a. Il nome di Dio nell'Antico Testamento.

In Esodo 3:14 Dio rivela il suo Nome al popolo di Israele. (So che dicendo una cosa del genere mi espongo ad essere citato - estrapolando dal contesto, ovviamente, la mia affermazione. Ma questo non può impedirmi di parlare con franchezza). Questo si scrive in ebraico (che si legge da destra verso sinistra) nel seguente modo: יהוה. Di solito questo viene traslitterato nel nostro alfabeto nella seguente forma YHWH.

La scelta operata dalla Riveduta Luzzi fa comprendere come ci si trova davanti ad uno di quei frangenti dove è fondamentalmente impossibile rendere la particolarità della lingua ebraica in maniera efficace. Del resto si è persa la lettura originale di questo nome e non sappiamo in realtà neanche come venisse pronunciato. Sembra Yahweh, ma non vi è la certezza. Alcuni propendono per la pronuncia Yehovah.

Diodati e la Nuova Riveduta, seguendo molte altre versioni, hanno tradotto "Signore" dove vi fosse l'occorrenza del Tetragramma. Questo è in armonia con l'uso ebraico di leggere Adonai  (Signore) ogni occorrenza del nome divino. Anche per questo motivo è andata persa la pronuncia originale. A ciò va aggiunto che la LXX, la versione in greco dell'Antico Testamento, traduceva anch'essa Kyrios (Signore) e che tale uso si è esteso anche al Nuovo Testamento nelle citazioni dell’Antico Testamento che propone. 

Gli stessi masoreti che fissarono la pronuncia dei libri dell'Antico Testamento utilizzando dei simboli che indicavano le vocali da inserire durante la lettura (visto che l'alfabeto ebraico non le contempla ed è composto da consonanti soltanti) in presenza del Tetragramma utilizzarono i simboli della lettura Adonai, יְהוָה

In Esodo 6:3 legge così la King James Version, la quasi venerata traduzione inglese delle Sacre Scritture del 1611: "And I appeared unto Abraham, unto Isaac, and unto Jacob, by the name of God Almighty, but by my name JEHOVAH was I not known to them". Questo modo di pronunciare il nome personale di Dio (che in inglese si pronuncia Gehouva) divenne molto popolare, sebbene non potesse essere più errato di così. (Tanti errori in una così breve parola dovrebbero invitare a riflettere su quanto anacronistico sia l'attaccamento feticista alla lettera a discapito della grande realtà spirituale del Dio che diviene uomo in Gesù di Nazaret, Signore nostro e Dio nostro!). La "J" iniziale nel tetragramma corrisponde in ebraico alla י (yod) (la consonante con valenza vocalica citata da Gesù in Matteo 5:18) che suonerebbe si come una "j", ma qualora questa la si pronunciasse non come la "gei" inglese, bensì come la “i” lunga italiana. Per questo la י oggi viene di solito traslitterata con la "y", che in inglese viene letta come la nostra “i”. La traslitterazione inglese fu ancora oltremodo infelice perché inserì fra le consonanti del tetragramma le vocali messe lì dai masoreti per facilitare la pronuncia di Adonai - e non del nome di Dio - che gli ebrei leggevano a voce alta quando incontravano nel testo il nome sacro di Dio; questa prassi era in ossequio ad una interpretazione letterale del quarto comandamento: "Non pronunciare il nome del SIGNORE, Dio tuo, invano; perché il SIGNORE non riterrà innocente chi pronuncia il suo nome invano". (Esodo 20:7 – Nuova Riveduta). Giusta o sbagliata che fosse tale pratica rimane il fatto che concorse nel far perdere la pronuncia originale del nome rivelato a Mosè.

Vale la pena citare l’ebreo messianico Asher Intrater che tratta la questione con competenza (ed anche con una certa autorevolezza): “Aggiungendo le vocali “e”, “o”, “a” alle consonanti YHVH, si ottiene il nome YeHoVaH. In questa struttura verbale, la “e” (sh’va) indica il tempo versale futuro, la “o” (holom) il presente e la “a” (patach) il passato, dando al nome YeHoVaH il significato di “Egli sarà, Egli è, Egli era”: in altre parole, l’Eterno”. Chi ha pranzato con Abrahamo, edizioni Perciballi, novembre 2012, p. 162.

Allo stato attuale delle nostre conoscenze, nostro malgrado, dobbiamo ammettere che non sappiamo esattamente come venisse originariamente pronunciato il Tetragramma: quindi è da accantonare l'idea di incorporarlo al nostro testo tradotto. Non si riesce poi nemmeno in maniera efficace a tradurre il significato che questo nome vuole trasmettere al lettore nella sua lingua originale. Del resto essendo trascorsi circa 3500 anni dalla composizione del libro dell'Esodo e dalla rivelazione a Mosè, anche sul significato e la radice di יהוה non possiamo essere dogmatici.

E' mio avviso che come il Signore non permise che si sapesse dove il corpo di Mosè fosse seppellito, allo stesso modo, come per scoraggiare la venerazione del suo stesso Nome a discapito dell'autentica adorazione che si deve alla Sua persona, Dio non ha permesso che la pronuncia corretta del nome rivelato a Mosè ci fosse tramandato. Questo è un dato di fatto del quale non possiamo non tenere conto.

Per le ragioni che ho elencato ritengo sia saggio seguire l'uso ebraico ed inserire "Signore" (come fanno la Diodati e la Nuova Riveduta) dove il testo originale leggeva יהוה . Così faceva la traduzione greca dell'Antico Testamento, così fa il Nuovo Testamento in greco quando cita l'Antico Testamento.

Sono meno a favore del quasi aggettivo "Eterno" che viene utilizzato dalla Riveduta Luzzi e dalla Nuova Diodati; ma non posso non apprezzare lo sforzo di voler tradurre il testo con un termine più vicino alla valenza del tetragramma rispetto al generico "Signore".

Mi si permetta di congedarmi da questa discussione con una nota più tecnica. Non me ne voglia chi non conosce il greco.

La versione greca LXX (Settanta) traduce così Esodo 3:14:

"καὶ εἶπεν ὁ θεὸς πρὸς Μωυσῆν Ἐγώ εἰμι ὁ ὤν· καὶ εἶπεν Οὕτως ἐρεῖς τοῖς υἱοῖς Ισραηλ Ὁ ὢν ἀπέσταλκέν με πρὸς ὑμᾶς".

In italiano: "e disse Dio a Mosé: Io sono colui che è e disse: dirai così ai figli di Israele: Colui che è mi ha mandato a voi" (la traduzione è mia, dal greco della LXX).

Sono convinto che non è una coincidenza la naturale assonanza fra questo brano chiave dell'antico patto con un'affermazione dell'autore del libro dell'Apocalisse:

testo originale greco: "᾿Εγώ εἰμι τὸ Α καὶ τὸ Ω, λέγει Κύριος ὁ Θεός, ὁ ὢν καὶ ὁ ἦν καὶ ὁ ἐρχόμενος, ὁ παντοκράτωρ. ". (Apocalisse 1:8).

Traduzione in italiano: "Io sono l'alfa e l'omega", dice il Signore Dio, "colui che è, che era e che viene, l'Onnipotente". (dalla Nuova Riveduta)

L'affermazione di Giovanni la dice lunga, a mio avviso, su quanto possa essere opportuno o utile andare a caccia di consonanti e vocali perdute a discapito del nostro Dio, realtà viva e presente. L’Apocalisse da spessore all’affermazione di Intrater che ho citato, circa il riferimento a passato, presente e futuro presente nelle vocali attribuite alla pronuncia del Tetragramma.


5. La Nuova Riveduta

All'inizio degli anni novanta i tempi erano maturi per la pubblicazione di un'ulteriore revisione della Diodati. Vide così la luce la Nuova Riveduta. Come lascia presagire il nome, questa versione si propone di rivedere ulteriormente la Bibbia degli evangelici italiani, aggiornando il lavoro già iniziato nella Riveduta.

Il testo originale per l'Antico Testamento rimane sempre il medesimo, quello Masoretico. Per il Nuovo, ovviamente, viene adottato il “testo standard”. In merito a quest'ultima scelta, la si approvi o meno, il passo in avanti rispetto alla Riveduta è evidente. Il Nestle-Aland è, infatti, di gran lunga superiore ai testi critici prodotti a cavallo fra il XIX ed XX secolo, prima della scoperta dei papiri che hanno ulteriormente avvicinato le prove manoscritte disponibili agli originali e, in un certo senso, rivoluzionato molte delle idee degli studiosi.

Per quanto riguarda la qualità della traduzione, nulla da dire. L'italiano è scorrevole, semplice ma non elementare. Sostanzialmente la Nuova Riveduta affianca le versioni sue contemporanee, per testo scelto e per metodo di traduzione.

Ma qualcosa deve essere successo se nel 2006 il testo è stato ulteriormente riveduto.

Negli ambienti evangelici di lingua inglese è ancora oggi molto forte un certo attaccamento al Textus Receptus, anche grazie al prestigio della King James Version inglese del 1611. Tale influenza finisce per arrivare, sebbene indirettamente, anche nel nostro Paese. Bisogna anche notare il crescente consenso che gode il testo Maggioritario, oggi disponibile in diverse edizioni critiche. A ciò bisogna aggiungere anche la presenza sul mercato italiano della Nuova Diodati che ripropone la Diodati aggiornandola soltanto dal punta di vista linguistico senza intaccare il testo greco originale utilizzato. Tutti questi fattori insieme credo che abbiano spinto gli editori della Nuova Riveduta ad aprire la versione del Nuovo Testamento anche alle varianti testuali del Textus Receptus e del testo Maggioritario, offrendo al lettore stesso la possibilità di scegliere quale lettura preferire. Nulla da dire: il miglioramento della possibilità di utilizzo della Nuova Riveduta è notevole, sia per il lettore della Bibbia che per lo studioso.

Questi i pregi della nuova svolta.

Un difetto, però, del presentare le principali letture alternative è che non vi è una presa di posizione in nessun senso e si fornisce al lettore un Nuovo Testamento che, fondamentalmente, nel volere accorpare i tre principali tipi di testo elaborati dalla critica, finisce per non presentarne veramente nessuno ed anche per crearne uno che non rispecchia nessun manoscritto o tradizione manoscritta.

Personalmente sono soddisfatto nel vedere che noi evangelici stiamo sempre di più rendendoci conto della realtà che è il testo Maggioritario, che io, mi si permetta, continuo a definire Testo Tradizionale, seguendo la nomenclatura dei grandi studiosi che con il loro lavoro (solo criticato e bistrattato dalla critica ufficiale) hanno permesso che una testimonianza tanto forte sulla preservazione del testo biblico non andasse ridotta al silenzio.

 

6. La Nuova Diodati

La prima edizione della Nuova Diodati esce poco prima quella della Nuova Riveduta, nel 1991. Il testo critico che traduce è quello stesso utilizzato da Diodati, sia per l'Antico che per il Nuovo Testamento. Sostanzialmente il metodo di traduzione non si distacca molto da quello della Nuova Riveduta se non per un approccio che definirei più "tradizionalista". Ad esempio, mentre in Isaia 7:14, assecondando un approccio più liberale, la Nuova Riveduta traduce: "Perciò il Signore stesso vi darà un segno: Ecco, la giovane concepirà, partorirà un figlio, e lo chiamerà Emmanuele", la Nuova Diodati preferisce confermare il testo della Diodati e tradurre: "la vergine...".

Nel mio commentario al libro del profeta Daniele ho preferito la Nuova Diodati alla Nuova Riveduta per la sua coerenza con un'interpretazione cristiana classica di Daniele 9:24-27 e per la maniera in cui vengono tradotti i nomi dei personaggi, aderendo maggiormente all'ebraico originale.

Come già detto la Nuova Diodati utilizza "l'Eterno" – seguendo la prassi della Riveduta Luzzi – dove occorre il nome di Dio nell’Antico Testamento.

Una nota a favore della Nuova Diodati è quella di essere la versione italiana che presenta un testo più vicino al Maggioritario piuttosto che al Nestle-Aland. Se è vero che il Textus Receptus non è perfettamente uguale al testo della maggioranza dei manoscritti greci del Nuovo Testamento, è anche vero che lo incorpora in maniera soddisfacente. Almeno non si è costretti a leggere "unigenito Dio" in Giovanni 1:18 e non si vedono quelle fastidiose parentesi quadre che gettano dubbi sulla chiusura classica di Marco (Marco 16:9-20) o sulla cosiddetta “Pericope dell'Adultera” di Giovanni (Giovanni 7:53-8:11).

La Nuova Diodati è certamente un'ottima versione della Parola di Dio per chi preferisce un approccio più conservatore allo studio della Bibbia.    

 

7. La differenza fra Bibbie cattoliche e Bibbie protestanti

Come ho raccontato altrove, non molto tempo fa l’insegnante di religione cattolica disse a mio cugino che la Bibbia che gli evangelici gli avevano regalato non era una vera Bibbia. Mettendo da parte certi preconcetti e i giudizi dei critici della domenica, credo sia un’affermazione più rispondente a verità dire che non vi sono delle differenze determinanti fra Bibbie cattoliche e Bibbie protestanti.

Il testo originale che entrambe traducono, se traducono dagli originali, è praticamente lo stesso, quello messo a punto da studiosi cattolici e protestanti insieme – se tali etichette possiamo attribuirle ad una certa parte del mondo degli studi biblici.

L’unica vera differenza che esiste fra Bibbie cattoliche e protestanti sta nel numero dei libri dell’Antico Testamento considerati canonici.

Nell’Antico Testamento le Bibbie protestanti hanno 39 libri, aderendo al canone ebraico. Sebbene i libri accettati dagli ebrei come ispirati siano contati come 22 di numero, essi sono esattamente i medesimi presenti nel canone protestante. La differenza nel conteggio dipende dal fatto che alcuni libri, nelle Bibbie cristiani, sono divisi in due (1 e 2 Samuele, 1 e 2 Re, 1 e 2 Cronache) ma in realtà corrispondono ad un solo libro originale ebraico. La divisione in due parti è stata necessaria durante la traduzione in greco. Nell’alfabeto ebraico non esistono le vocali e ciò riduce lo spazio necessario per scrivere un testo in quella lingua. La lingua greca, invece, come la nostra, era scritta con un alfabeto che comprendeva anche le vocali. Si rese necessario, per motivi di spazio, dividere alcuni libri biblici in due parti quando questi vennero tradotti in greco. Grazie alla popolarità della versione greca fra i cristiani, tale pratica è sopravvissuta fino ai giorni nostri. Oltre a ciò i profeti minori che noi contiamo come 12 libri, sono nel canone ebraico invece raggruppati in un solo libro.

E’ ininfluente, ma vale la pena menzionare, per concludere questa piccola parentesi, che gli ebrei raggruppano i libri dell’Antico Testamento in tre categorie principali: Legge, Profeti e Scritti. A questa divisione del testo biblico fece riferimento Gesù stesso durante i suoi discorsi (vedi Luca 24:44). Nelle Bibbie cristiane invece l’ordine è meno rigido e sostanzialmente non segue un criterio altrettanto valido quanto quello ebraico, ma una distribuzione tematico – cronologica.

Stabilito quindi che non vi è nessuna differenza fra il canone ebraico dell’Antico Testamento e quello protestante, diamo uno sguardo a quello cattolico.

Per la Chiesa Cattolica, come ratificato dal Concilio di Trento (1545-1563), i libri sacri per l’Antico Testamento aggiungono a quelli del canone ebraico 1 e 2 Maccabei, Baruc, Tobia, Giuditta, Sapienza, Siracide. Il canone cattolico inoltre ha una versione lunga del libro di Daniele (con una lunga interpolazione al capitolo 3 e due capitoli aggiuntivi 13 e 14) ed Ester. Questa edizione più ampia dell’Antico Testamento è presente nella versione greca dell’Antico Testamento soltanto. Come abbiamo già detto quest’ultima traduzione godeva di particolare favore fra i neo convertiti al cristianesimo, i quali difficilmente potevano avere accesso alla comprensione della lingua ebraica, mentre il greco era conosciuto in tutto l’impero romano.

Contro l’inclusione di tali libri fra quelli ispirati e da accettare come Sacre Scritture spiccano due motivi:

- Il canone ebraico non li conosce. Molti infatti sono stati scritti soltanto in greco e non nella lingua originale dell’Antico Testamento.

- Il loro contenuto è palesemente di qualità inferiore rispetto a quello dei testi canonici. Basti pensare ad esempio a quanto siano fuori luogo i due capitoli aggiunti al libro canonico di Daniele!

Credo che se non fosse stato per l’irrigidimento della Chiesa Cattolica medievale anche questa avrebbe finito per uniformare il proprio canone veterotestamentario a quello ebraico.  Essendovi, però, adesso un pronunciamento conciliare, che per la Chiesa Romana è dettato infallibile, difficilmente, nonostante l’oggettiva inferiorità dell’Antico Testamento così composto, vi potranno essere dei ripensamenti in ambienti cattolici.

E’ molto importante evidenziare comunque che nessuna dottrina cristiana viene intaccata dalla presenza di questi libri. Le edizioni antiche delle Bibbie protestanti li presentano ai lettori fra l’Antico e il Nuovo Testamento. Personalmente ho letto il libro dei Maccabei per integrare i miei studi storici e l’ho trovato un testo molto bello ed interessante. Lo stesso potrà dirsi per gli altri libri “deuterocanonici”, così come sono chiamati dai cattolici; ma ciò non li rende ispirati.

Nessun libro può ragionevolmente aggiungersi al canone ebraico, ma le differenze fra Antico Testamento cattolico e protestante non creano delle differenze sostanziali nelle rispettive edizioni della Bibbia.

    
 

8. La Traduzione del Nuovo Mondo

La traduzione del Nuovo Mondo delle Sacre Scritture è la traduzione ufficiale della Bibbia prodotta e diffusa dalla Watch Tower Bible and Tract Society of New York, Inc., Organo ufficiale del movimento dei Testimoni di Geova.

Ho esaminato questa versione nell’edizione pubblicata in italiano nel 1967 e nel 1985, ed ho anche dato un’occhiata all’edizione interlineare greco-inglese del Nuovo Testamento.

La versione del 1967 ammette candidamente  di essere “resa dalla versione inglese del 1961”. Si tratta quindi della traduzione di una traduzione. Per amor del vero dobbiamo registrare anche il proseguo di quest’affermazione: “ma con la fedele consultazione degli antichi testi ebraico e greco”. Ma da parte di chi e con quale competenza questa supposta consultazione dei testi originali ha avuto luogo e con che risultati, non è specificato. Sono comunque sicuro che tale “consultazione” non ha condotto ad una traduzione che differisca nemmeno d’una virgola dalla fedele versione del suo archetipo inglese. 

In quest’appendice discuterò di due peculiarità di questa versione:

1. L’introduzione della parola “Geova”, intesa come il nome personale di Dio rivelato a Mosè, il cui uso viene ritenuto indispensabile per onorare il sovrano dell’universo.

2. La scomparsa, dove è stato possibile motivarla in qualche modo, della divinità di Gesù da vari punti del Nuovo Testamento, o Scritture Greche come le chiama la TNM – l’abbrevierò così da ora in avanti.

a. L'inclusione del nome Geova

Per comprendere i motivi che stanno alla base del movimento dei Testimoni di Geova, bisogna andare alla fonte, alla cultura dalla quale questo ha tratto le sue origini. Avendo per anni frequentato delle chiese evangeliche americane, infatti, ho notato il forte attaccamento al nome di Dio come reso nella King James Version della Bibbia, Jehovah. Cercando con il software e-sword ho trovato 4 occorrenze del nome divino Jehovah nella KJV: Esodo 6:3, Salmo 83:18, Isaia 12:2, Isaia 26:4. Nelle nostre chiese (evangeliche) di lingua inglese non si contano gli inni che innalzano Dio con questo nome. Sono inoltre comunissimi i nomi di Jehovah Nissi, Jehovah Jirah, Jehovah Shalom, al punto che vi è a malapena bisogno di spiegare il significato di questi nomi-attributi a degli evangelici di lingua inglese praticanti.

Il problema di fondo è che applicando la logica tipica della cultura dei Paesi anglo-sassoni, in parte derivante, in parte determinante il fenomeno linguistico della lingua inglese e della sua variante americana, si rischia di perdere il senso autentico di un testo ebraico! Ovviamente ciò succede anche quando proviamo ad applicarvi la logica della nostra lingua e cultura, ma è il fenomeno americano che ha creato la cultura “geovista”  che ci interessa.

Ad esempio, quando Gesù dice: “Io ho manifestato il tuo nome agli uomini che tu mi hai dati dal mondo” (Giovanni 17:6), non è certamente con la mentalità ebraica, quindi con l’autentica prospettiva nella quale bisogna intendere le parole di Gesù, bensì con un’aderenza letterale al senso della traduzione che possiamo pensare che il testo ci voglia far credere che Gesù ha letteralmente manifestato il nome di Geova o Jehovah, o comunque lo vogliamo pronunciare, ai suoi. In realtà un’affermazione di questo tipo implica soltanto che Gesù ha perfettamente rivelato la natura del Padre, ha mostrato agli uomini chi veramente Egli è, le sue caratteristiche proprie, personali, la sua gloria.

Quando diciamo in italiano che una persona agisce “in nome e per conto” di un’altra, non intendiamo di certo che la prima porti realmente il nome della seconda. Agire “in nome e per conto” di un individuo significa avere ricevuto una delega, avere mandato specifico ad agire per una persona come se si fosse quella persona stessa.

Asher Intrater, che è ebreo, ci spiega: “Un nome è un termine che indica una persona. Nella Bibbia, i nomi avevano un significato profetico: descrivevano il carattere di un individuo, il suo destino, il suo scopo. A volte, nel tentativo di ottenere potenza con la semplice pronuncia di un nome, si finisce per cadere nella superstizione. Tuttavia, cercare di capire il significato spirituale di un nome vuol dire attingere alla sua potenza”. “Chi ha pranzato con Abrahamo?”, Edizioni Perciballi, novembre 2012, p. 161.

All’inizio del XX secolo, quando non credo esistessero ancora i Testimoni di Geova, scriveva il commentatore evangelico Arno C. Gaebelein nel suo stupendo Concise Commentary on the Whole Bible: “In risposta ad un’altra domanda, Dio rivela il suo nome … Dio si era già fatto conoscere da Abrahamo come Jehovah (Genesi 15:7). Ma qui (in Esodo 3) egli spiega il suo nome Jehovah. I patriarchi conoscevano già il nome Jehovah …”

E’ stata l’esasperazione di un’interpretazione evangelica basata sulla King James Version che ha portato al bisogno di riscoprire il nome di Dio. E con ciò non sto rimproverando il tentativo di ripristinare il nome personale di Dio nella Scrittura, quanto il credere che, nonostante il fallimento di questo ed altri tentativi, ciò sia riuscito o possibile anche in una traduzione. E’ mio avviso che il Tetragramma sia patrimonio esclusivo dell’originale ebraico e, come tante altri dettagli e caratteristiche dell’ebraico originale, non sia possibile renderlo in un’altra lingua efficacemente.

Geova è l’adattamento italiano della pronuncia inglese del nome divino con il quale Dio si rivelò a Mosè. La TNM lo utilizza nell’Antico e nel Nuovo Testamento. Mentre, lo abbiamo visto, altre versioni utilizzano “Il Signore” o “l’Eterno”. Vediamo a quale fenomeno ha dato inizio a questa diversità.

Il brano biblico in cui Dio sembra rivelare il proprio nome a Mosè è Esodo 3:14-15.

Traduzione del Nuovo Mondo, edizione 1967: “Tuttavia, Mosè disse al [vero] Dio: “Supponi che ora io sia venuto dai figli di Israele e in effetti io dica loro: ‘L’iddio dei vostri antenati mi ha mandato a voi’, e che essi in effetti mi dicano: ‘Qual è il suo nome?’ Che cosa dirò loro?” A ciò Dio disse a Mosè: io MOSTRERO’ D’ESSERE CIO’ CHE MOSTRERO’ D’ESSERE”. E aggiunse: “Devi dire questo ai figli di Israele: ‘IO MOSTRERO’ D’ESSERE mi ha mandato a voi’”. Quindi Dio disse ancora una volta a Mosè: “Devi dire questo ai figli d’Israele: ‘Geova l’Iddio di Abraamo, l’Iddio di Isacco e l’Iddio di Giacobbe, mi ha mandato da voi’. Questo è il mio nome a tempo indefinito …” (Esodo 3:13-15). L’edizione del 1987 è sostanzialmente uguale.

La Nuova Riveduta: “Mosè disse a Dio: "Ecco, quando sarò andato dai figli d'Israele e avrò detto loro: "Il Dio dei vostri padri mi ha mandato da voi", se essi dicono: "Qual è il suo nome?" che cosa risponderò loro?" Dio disse a Mosè: "Io sono colui che sono". Poi disse: "Dirai così ai figli d'Israele: "l'IO SONO mi ha mandato da voi"". Dio disse ancora a Mosè: "Dirai così ai figli d'Israele: "Il SIGNORE, il Dio dei vostri padri, il Dio d'Abraamo, il Dio d'Isacco e il Dio di Giacobbe mi ha mandato da voi". Tale è il mio nome in eterno; così sarò invocato di generazione in generazione.”

La Nuova Diodati: “Allora Mosè disse a DIO: "Ecco, quando andrò dai figli d'Israele e dirò loro: "Il DIO dei vostri padri mi ha mandato da voi", se essi mi dicono "Qual è il suo nome?", che risponderò loro?". DIO disse a Mosè: "IO SONO COLUI CHE SONO". Poi disse: "Dirai così ai figli d'Israele: "L'IO SONO mi ha mandato da voi"". DIO disse ancora a Mosè: "Dirai così ai figli d'Israele: "L'Eterno. il DIO dei vostri padri, il DIO di Abrahamo, il DIO d'Isacco e il DIO di Giacobbe mi ha mandato da voi. Questo è il mio nome in perpetuo. Questo sarà sempre il mio nome col quale sarò ricordato per tutte le generazioni"

L’ebraico è una lingua che si scrive con un alfabeto composto da 22 segni. Questo alfabeto non contemplava le vocali, ma soltanto consonanti. Quindi il nome divino veniva così rappresentato nelle Scritture ebraiche: יהוה. Si tratta quindi di quattro consonanti: YHWH. Gli ebrei persero ad un certo punto la possibilità di pronunciare il nome divino. Infatti, ritenendolo troppo sacro, quando lo incontravano nel testo preferivano leggere “Adonai”, cioè il “Signore”. Quando i masoreti fissarono la pronuncia del testo dell’Antico Testamento aggiungendo alcuni segni che indicassero i suoni vocalici, aggiunsero al tetragramma una “e”, una “o” ed una “a”, ottenendo יְהוָֹה. Con l’inserimento di queste vocali fra le consonanti del Tetragramma operata anche dai traduttori della King James, venne fuori la lettura Jehovah – che avrebbe comunque dovuto leggersi “iehovah”, visto che la י , prima lettera, però venne trascritta con la “j” – oggi per evitare errori di pronuncia è comune translitterarla con la “y” – ma avrebbe dovuto intendersi con un suono corrispondente alla “i” lunga della nostra lingua. Purtroppo, però, la “J” nel mondo anglosassone ha l’errata pronuncia di “g” e si arrivò all’errata lettura “Gehovah” anglosassone, trasmessa poi nella nostra lingua nell’uso del termine Geova.

Alcuni sostengono che la lettura originale del tetragramma sia Yahweh, ma ovviamente non si è certi. Vi sono dei movimenti che utilizzano il nome di Yahweh con la stessa energia con cui i Testimoni di Geova usano il nome di Geova. Mi è capitato di sentirli in tv satellitare ed è davvero incredibile vedere degli individui fare appello ai nomi ebraici originali della Bibbia e pronunciarli con accento texano. Questo può succedere solo in America!

Asher Intrater, già citato prima, ritiene che Yehovah sia la lettura più probabile per il nome di Dio. Ha delle motivazioni interessanti e soprattutto è molto sobrio e corretto nel suo approccio alla questione.

A buona sostanza, se dal fatto che si sia persa la pronuncia autentica del tetragramma non si comprende che il Signore non aveva alcun interesse affinché la sua esistenza e Deità fosse legata all’identificazione con un nome proprio, rivelato in un momento storico preciso e, quindi, in circostanze specifiche e per ragioni specifiche, non credo vi sia modo più significativo per farlo.

La TNM traduce in tutto l’Antico Testamento “Geova” ogni occorrenza del Tetragramma.

Fin qui, sebbene non concordiamo con questa scelta, potremmo aggiungerlo ai tentativi fatti dalle altre varie traduzioni: Eterno, SIGNORE, Jahvé, Yahweh.

Ma per una cosa non concordiamo assolutamente: l’inclusione di Geova anche nel Nuovo Testamento.

Il Nuovo Testamento, l’abbiamo detto, è stato scritto in greco. Ne possediamo oltre 5000 esemplari manoscritti. Alcuni manoscritti risalgono persino all’inizio del II secolo (P125, P66, P75) rappresentando una prova dell’esistenza e diffusione del Nuovo Testamento davvero autorevole. Eppure, nonostante ciò, nessuna traccia del tetragramma! Se fosse stato così importante per la Chiesa primitiva, come mai non ne rimane nessuna traccia in tutti i manoscritti in nostro possesso? Tutti i padri della Chiesa lo trascurano, anche quelli più prossimi al periodo apostolico (Clemente che risale a circa il 96 d.C.; Lettere di Ignazio dell’inizio del II secolo; ecc … ). Ireneo, che pure aveva conosciuto discepoli di Giovanni l’apostolo, non ne parla.

Storicamente ed archeologicamente parlando è impossibile che una congiura globale abbia portato scrittori cristiani ortodossi ed eretici a disinteressarsi totalmente del nome di Dio veterotestamentario se questo fosse stato presente negli scritti del Nuovo Testamento e se gli apostoli non fossero stati chiamati ad essere testimoni di Cristo (Atti 1:8)  bensì testimoni di Geova.

Sorge inoltre, a mio avviso più che lecita, una domanda: come fanno i testimoni di Geova a ritenere affidabili i manoscritti che oggi possediamo del Nuovo Testamento se per loro hanno tradito al compito primo che era stato affidato loro dagli autori sacri, cioè tramandare il nome di Geova?

Non sappiamo esattamente quali brani dell’Antico Testamento sono citati nel Nuovo direttamente dal testo ebraico, traducendolo in greco e quali invece cita dalla versione greca, semplicemente perché non sappiamo quali testi ebraici e greci fossero in mano agli autori sacri. La traduzione greca dell’Antico Testamento rendeva il Tetragramma Kyrios e questa consuetudine è stata evidentemente ripresa dagli autori del Nuovo Testamento.

Alla luce di quanto sopra, concludiamo che non vi è, quindi, alcuna valida ed attendibile motivazione storica, filologica, religiosa o letteraria che faccia ritenere plausibile la presenza del Tetragramma negli originali del Nuovo Testamento e che, quindi, ne motivi in qualche modo la presenza nelle sue traduzioni, in una qualsiasi sua pronuncia.

b. La divinità di Gesù

Rispetto alle altre versioni bibliche, la TNM presenta un’altra caratteristica che ci interessa qui: l’avere rimosso la divinità di Gesù, dove è stato possibile motivarla in qualche modo, nella traduzione dei passi che l’attestano. Come dimostrerò nelle pagine a seguire, ciò è avvenuto in maniera arbitraria ed ingiustificata.

Il testo greco originale che utilizzerò come riferimento è The Greek New Testament According to the Majority Text edito da Zane C. Hodges e Arthur L. Farstad, pubblicato da Thomas Nelson Publishers, Nashville. Per i brani di questo capitolo esso è virtualmente identico alla prestigiosa 27ma edizione del Nestle-Aland ed anche al testo di Westcott e Hort, in verità piuttosto datato, visto che risale ormai al 1881, utilizzato dalla stessa TNM.

Come traduzione italiana ho utilizzato la Nuova Riveduta, che nei passi che qui considero, rispecchia la consuetudine dei traduttori sia cattolici che protestanti.

Giovanni 1:1

Il testo originale legge: ᾿Εν ἀρχῇ ἦν ὁ Λόγος, καὶ ὁ Λόγος ἦν πρὸς τὸν Θεόν, καὶ Θεὸς ἦν ὁ Λόγος.

La Nuova Riveduta traduce: "Nel principio era la Parola, e la Parola era con Dio, e la Parola era Dio."

La Traduzione del Nuovo Mondo (1967): "In principio era la Parola, e la Parola era con il Dio e la Parola era dio".

La Traduzione del Nuovo Mondo (1987): "In principio era la Parola, e la Parola era con Dio, e la Parola era un dio".

"The Amplified Bible" è una versione in inglese della Bibbia che si propone non solo di tradurre, ma di trasmettere al lettore anche le sfumature che possono essere evidenti solo per chi può avere accesso ai testi originali.  Ecco come questa traduce Giovanni 1:1: "Nel principio (prima di ogni età) era la Parola (Cristo) e la Parola era con Dio, e la Parola era essa stessa Dio". Il crescendo del testo appare ancora più evidente. La Parola era, da prima che il tempo stesso fosse, nell’eternità, essa era. Era con Dio, col Padre, ed era essa stessa Dio, sebbene non fosse il Padre.

Non è di questo avviso la TNM.

Queste le motivazioni della traduzione ufficiale dei Testimoni di Geova riportate alla fine della edizione italiana del 1987:

"Alcune traduzioni usano qui espressioni come "un dio", "divina" o "simile a Dio" perché la parola greca  Θεὸς (theòs) è un predicato nominale singolare che compare davanti al verbo e non è preceduto dall’articolo determinativo. Il Dio con cui la Parola o Logos era in origine è qui designato con l’espressione greca ὁ Θεὸς, cioè theòs preceduto dall’articolo determinativo , ho.

La costruzione del nome con l’articolo indica un’identità, una personalità, mentre un predicato nominale singolare privo dell’articolo che precede il verbo indica una qualità di qualcuno. Perciò la dichiarazione di Giovanni che la Parola o Logos era "un dio" o "divina" o "simile a Dio" non significa che questi fosse il Dio con cui era. Semplicemente esprime una certa qualità circa la Parola, o Logos, ma non lo identifica come Dio stesso. Nel testo greco ci sono molti casi di predicato nominale singolare privo di articolo che precede il verbo, come in Mr. 6:49; 11:32; Gv. 4:19; 6:70; 8:44; 9:17; 10:1, 13, 33; 12:6. In questi luoghi i traduttori inseriscono di solito l’articolo indeterminativo "un" prima del predicato per indicare la qualità o caratteristica del soggetto. Dal momento che in tali versetti prima del predicato può essere inserito l’articolo indeterminativo, si è altrettanto giustificati ad inserire l’articolo indeterminativo "un" prima del Θεὸς privo di articolo nel predicato di Giovanni 1:1 perché legga "un dio": le Sacre Scritture confermano la correttezza di questa versione.

Nel suo articolo "Predicati nominali qualitativi privi di articolo: Marco 15:39 e Giovanni 1:1", pubblicati nel Journal of Biblical Literature, vol.92, Filadelfia, 1973, Philip B. Harner afferma, a p. 85, che proposizioni come quella di Gv. 1:1, "con un predicato privo di articolo che precede il verbo, hanno primariamente significato qualitativo. Indicano che il logos ha la natura di theos. Non c’è alcuna base per considerare determinato il termine theos". A p. 87 del suo articolo Harner conclude:"In Giovanni 1:1 penso che la forza qualitativa del predicato sia così notevole che il nome non può essere considerato determinato".

Fin qui la Torre di Guardia.

Apro subito una piccola parentesi: l’edizione del 1967 della stessa TNM sembra non sapere nulla delle motivazioni alla base dell’edizione del 1987 e traduce “e la Parola era dio”, attribuendo il titolo di “dio”, scritto, però, in minuscolo, alla Parola. Ciò non può non lasciare almeno perplessi.  

Ma passiamo ad esaminare in dettaglio le argomentazioni a sostegno della TNM del 1987.

Chiariamo subito che quando i Testimoni di Geova dicono che “alcune traduzioni usano qui espressioni come “un dio”, “divina” o “simile a Dio”,  questo significa “sette traduzioni”, tante quante ne citano - perché se ve ne fossero state di più, le avrebbero di sicuro chiamate in causa.

Per giusta conseguenza, possiamo subito obiettare che: tutte le altre traduzioni leggono "la Parola era Dio" o "Dio era la Parola", riconoscendo la divinità del Logos, della Parola, che è “Dio”, non “dio” e tantomeno “un dio”.

E’, comunque, la stessa Torre di Guardia a specificare nella difesa a sostegno della sua “eccentrica” traduzione che “si può inserire l’articolo indeterminativo” e non che si “deve” farlo.

L’articolo citato di Philip B. Harner analizza due casi, Giovanni 1:1 e Marco 15:39, di “predicati nominali qualitativi privi di articolo”. E’ perciò doveroso andare a controllare la Traduzione del Nuovo Mondo in Marco 15:39, che è la seguente:

“Or quando l’ufficiale dell’esercito, che stava lì accanto, di fronte a lui, ebbe visto che era spirato in queste circostanze, disse: “Certamente quest’uomo era il Figlio di Dio”. Non solo la traduzione non è “un figlio di Dio”, ma viene addirittura aggiunto l’articolo determinativo “il”.

Ma c’è dell’altro.

La Torre di Guardia cita Harner. Per farlo deve ritenerlo all’altezza della situazione; per beneficiare delle sue affermazioni su Giovanni 1:1, i Testimoni di Geova devono ritenere che questi abbia compreso l’autentico significato della divinità attribuita alla Parola.

Leggiamo le conclusioni di Harner nell’articolo citato dalla Watch Tower ancora una volta solo in parte! Ci attendono delle sorprese.

“Forse la frase potrebbe tradursi: “la Parola aveva la medesima natura come Dio”. Questa sarebbe una maniera di presentare il pensiero di Giovanni, che è, come io lo comprendo, che ho logos (la Parola), non meno di ho theos (Dio Padre), possedeva la natura di theos (Dio)”.

Per Harner - e concordo in pieno - la seconda volta che theos si presenta, non essendo preceduto dall’articolo determinativo, è qualitativo; qualitativo, ma per nulla riduttivo, come invece lo vorrebbe la Torre di Guardia; perché la qualità di essere Dio del Logos, la sua natura di Dio, non è descritta come inferiore a quella del Padre, pur essendo una persona da lui distinta.

Se Giovanni avesse voluto esprimere una qualità di divinità inferiore per la Parola, avrebbe utilizzato un altro termine e non theos che, senza articolo determinativo, impiega riferendolo alla Deità in altri punti del suo vangelo: nei primi 18 versi, altre 5 volte, oltre a quella del verso 1: 6, 12, 13, 14, 18. In nessuno di questi casi ci sogneremmo di aggiungere l’articolo indeterminativo nella traduzione!

L’ottima grammatica "A Manual Grammar of the New Testament" di H.E. Dana e Julius R. Mantey, spiega così l’omissione dell’articolo in Giovanni 1:1:

πρὸς τὸν Θεόν (con Dio) tende a sottolineare la comunione di Cristo con la persona del Padre; Θεὸς ἦν ὁ Λόγος (Dio è la Parola) enfatizza la partecipazione nella essenza della natura divina. La prima frase si intende riferita alla personalità, mentre la seconda al carattere.”, pag.140.

Giovanni non poteva affermare che la Parola è Dio Padre. Se avesse scritto ὁ Θεὸς ἦν ὁ Λόγος, allora avremmo constatato che il Padre stesso è la Parola. L’eresia che vedeva le tre persone della Trinità solo come tre manifestazioni del Padre era chiamata Modalismo. Questa sarebbe giustificata qualora nella frase originale theos riferito alla Parola avesse avuto l’articolo determinativo, perché il Logos, la Parola, verrebbe così identificato con la persona del Padre.

Ma non è così.

L’omissione dell’articolo rende l’affermazione trinitaria perché enfatizza appunto la qualità della Parola di essere Dio. Essa non è il Padre, è una persona distinta dal Padre, eppure è Dio.

Comunque, molto spesso nel Nuovo Testamento, la parola greca theos ricorre senza l’articolo ed è tranquillamente tradotta “Dio”.

C’è un brano che, nella mia lettura dell’originale mi ha colpito in modo particolare. L’accostamento della parola “Dio” con e senza l’articolo, però, è visibile solo in greco e certamente sfugge al lettore medio della Sacra Scrittura. Questo brano è Ebrei 11:16: “διὸ οὐκ ἐπαισχύνεται αὐτοὺς ὁ Θεὸς Θεὸς ἐπικαλεῖσθαι αὐτῶν”. Traduce la TNM: “Quindi Dio non si vergogna di loro, di essere chiamato loro Dio”. Con e senza articolo la parola “Dio” viene tradotta “Dio” e non si può fare altrimenti; qui come in Giovanni 1:1.

Ancora più interessante per la questione grammaticale che stiamo affrontando è un altro esempio, 1 Giovanni 1:5. La TNM traduce così questo verso: “E questo è il messaggio che abbiamo udito da lui e vi annunciamo, che Dio è luce…”.

L’originale greco della traduzione “Dio è luce” è: “ὁ θεὸς φῶς ἐστίν”.

La costruzione è la medesima di Giovanni 1:1 ed è ancora più significativo che entrambe le frasi sono dello stesso autore sacro. Perché la TNM non traduce: “Dio è una luce”? Dovrebbe farlo se vuole essere coerente con quanto afferma per Giovanni 1:1. Il fatto che la parola “luce” (in greco φῶς) non sia preceduta dall’articolo determinativo, significa che Giovanni intende esprimere la qualità di Dio di essere luce. Se la parola fosse stata preceduta dall’articolo determinativo, l’apostolo avrebbe inteso indicare identità e non qualità. Come ad esempio accade in Giovanni 1:4: “ἐν αὐτῷ ζωὴ ἦν, καὶ ἡ ζωὴ ἦν τὸ φῶς τῶν ἀνθρώπων”, che possiamo tradurre: “in lei (la Parola) vi era vita e la vita era la luce degli uomini”. La prima volta che la parola “vita” è utilizzata non ha l’articolo determinativo, ma è presente quando l’apostolo dice che “la vita” – identità – era “la luce” – identità, non qualità – degli uomini.

Un ultimo esempio che cito è la stupenda affermazione che rinveniamo in 1 Giovanni 4:8: “ὁ Θεὸς ἀγάπη ἐστίν”, che la TNM traduce – e nessuno potrebbe tradurre altrimenti – “Dio è amore”.   

 La TNM in Giovanni 1:1 è errata e le motivazioni addotte a suo sostegno sono infondate. “la Parola è Dio”, la Bibbia lo attesta inequivocabilmente.

Giovanni 8:58

Il testo originale: Eἶπεν αὐτοῖς ὁ ᾿Ιησοῦς· Aμὴν ἀμὴν λέγω ὑμῖν, πρὶν ᾿Αβραὰμ γενέσθαι ἐγώ εἰμι.

La Nuova Riveduta: "Gesù disse loro: "In verità, in verità vi dico: prima che Abramo fosse nato, io sono".

La Traduzione del Nuovo Mondo: "Gesù disse loro: Verissimamente io vi dico: Prima che Abraamo venisse all’esistenza, io ero"

La TNM toglie di mezzo l’"io sono" di Gesù, in forte contrasto con "venisse all’esistenza" riferito per Abraamo, di solito considerato un’affermazione dell’eternità di Cristo, sostituendolo con un meno imbarazzante "io ero".

Secondo Richard A. Young l’idea che l’originale "io sono" trasmette al lettore "...è più dell’esistenza di Cristo prima di Abraamo; significa che Egli esiste eternamente", Intermediate New Testament Greek, a linguistic and exegetical approach, pag. 166.

L’introduzione della frase di Gesù con il tipico "in verità, in verità" lascia intendere che qualcosa di più che il fatto che Gesù fosse solo più vecchio di Abraamo fosse da intendersi in quell’ “io sono”.

Altri punti del vangelo di Giovanni ci propongo dei forti "io sono", seguito da "la Luce", "la Via", "la Verità", ecc… Nello stesso capitolo 8, ai vv. 24 e 28. Questa caratteristica dell’evangelista è chiaramente a favore di una ulteriore ripetizione al v.58.

Scrivendo in greco ἐγώ εἰμι, “ego eimì”, in italiano “io sono”, Giovanni non poteva non essere cosciente che per la Chiesa, uscita ormai dai confini della Palestina, della lingua e cultura ebraica, il raffronto fra la frase di Gesù e la traduzione greca dell’Antico Testamento di Esodo 3:14 sarebbe stato inevitabile.  

In ultimo, la reazione dei giudei sembra eccessiva se la frase di Gesù non fosse stata per loro oltraggiosa al punto da spingerli a volerlo lapidare immediatamente, senza un ulteriore esame di quello che stesse affermando.

Romani 9:5

Il testo originale: ὧν οἱ πατέρες, καὶ ἐξ ὧν ὁ Χριστὸς τὸ κατὰ σάρκα, ὁ ὢν ἐπὶ πάντων Θεὸς εὐλογητὸς εἰς τοὺς αἰῶνας· ‘Aμήν.

La Nuova Riveduta: "… ai quali appartengono i padri e dai quali proviene, secondo la carne, il Cristo, che è sopra tutte le cose Dio benedetto in eterno. Amen! "

La Traduzione del Nuovo Mondo: "...ai quali appartengono gli antenati e dai quali (sorse) il Cristo secondo la carne: Dio, che è sopra tutti, (sia) benedetto per sempre. Amen".

La frase che attesta la divinità di Gesù sembra essere la più logica, la naturale conclusione di un inno strettamente cristologico.

Entrambe le letture sopra riportate sono, ad ogni modo, grammaticalmente possibili, ed è a ragioni di contesto, e, quindi, in un certo senso, a motivazioni soggettive, che bisogna riferire la scelta operata. In questo senso le citazioni dei padri che conoscevano la lingua originale e l’uso del periodo in cui vissero, risulta particolarmente utile.

Ippolito in “Contro Noeto”, al capitolo 6, scrive: "Colui che è sopra tutti è Dio; perciò egli dice apertamente, "tutte le cose mi sono state date dal Padre mio", Matteo 11:27. Colui che è sopra tutti, Dio benedetto, è nato; ed essendo stato fatto uomo, egli è ancora Dio in eterno."

Tertulliano in "Contro Prassea", capitolo 15, commenta: "...egli chiama Cristo apertamente Dio, dicendo: "dai quali sono i padri, e dai quali proviene per quanto riguarda la carne Cristo, che sopra tutti, Dio benedetto per sempre."

Questo brano della Scrittura è compreso alla stessa maniera anche da Novaziano nel III secolo nel suo trattato sulla Trinità e da Ireneo in “Contro le eresie”, Libro III, Capitolo 16.

Colossesi 2:9

Il testo originale: ὅτι ἐν αὐτῷ κατοικεῖ πᾶν τὸ Πλήρωμα τῆς θεότητος σωματικῶς.

La Nuova Riveduta: "perché in lui abita corporalmente tutta la pienezza della Deità"

La Traduzione del Nuovo Mondo: "perché in lui dimora corporalmente tutta la pienezza della qualità divina"

Il termine utilizzato in Colossesi 2:9 e tradotto di solito con il corrispondente italiano Deità, è in greco, θεότητος. Scrive Joseph B. Lightfoot: "Nelle versione latine, a causa della povertà della lingua, sia θεότης che θειότης sono tradotti con lo stesso termine divinitas; ma questo si avvertì come inadeguato, e venne coniata la parola deità...".

Il termine utilizzato qui da Paolo, che ancora nella sua ricercatezza e pertinenza linguistica scarta le possibili alternative offerte dalla lingua greca, si sofferma sull’essenza e trova un corrispondente nell’italiano "Deità". L’alternativa θειότης che troviamo utilizzato altrove dallo stesso Paolo, pone enfasi sulla qualità, ed è tradotto in italiano con "divinità".

La TNM traducendo "qualità divina" vorrebbe sminuire la forza della frase. Come se avesse senso l’affiancare termini come in lui abita corporalmente tutta la pienezza di un dio?

In Romani 1:20, Paolo utilizza la parola θειότης, che indica la qualità divina. Eppure neanche in quel caso la frase può intendersi in alcun senso riduttiva. "Poiché le sue invisibili (qualità), perfino la sua sempiterna potenza e Divinità, si vedono chiaramente...", Romani 1:20, TNM. Vale la pena notare che la parola è tradotta dalla Torre di Guardia con l’iniziale in maiuscolo.

In realtà anche se dovessimo intendere che in Cristo “abiti corporalmente tutta la pienezza della qualità divina”, la forza dei termini del contesto, lasciano intendere tutt’altro che una inferiorità della qualità divina posseduta dal Figlio.         

La Traduzione del Nuovo Mondo è errata, almeno imprecisa; ma il contesto è troppo efficace per non comprendere comunque che il passo conferma che Cristo è Dio. La differenza nella traduzione sposta solo l’attenzione dall’essenza, sottolineata nella traduzione corretta, alla qualità, nel termine proposto dalla Torre di Guardia.                 

Ma c’è di più sulla terminologia utilizzata da Paolo. Scrive ancora Lightfoot nel suo commentario ai Colossesi:

"E’ evidente, ritengo, dai passi in San Paolo che la parola τὸ πλήρωμα, "pienezza" deve aver avuto un più o meno definito valore teologico quando egli scrisse. Questa supposizione, che è suggerita dalla frequenza della parola, sembra quasi inevitabile quando consideriamo la forma dell’espressione del primo passo citato, Colossesi 1:19. L’uso assoluto della parola, πᾶν τὸ πλήρωμα, "tutta la pienezza", sarebbe altrimenti incomprensibile, perché non si spiega in se stessa."

"Il senso in cui Paolo utilizza questo termine era senza dubbio quello che aveva già trovato riferito ad esso. Egli intende, come afferma esplicitamente nel secondo passo cristologico dell’epistola ai Colossesi (2:9), il pleroma, la pienezza della Deità. Nel primo passo, (1:9), sebbene la parola sia senza l’aggiunta della frase "τῆς θεότητος", il significato richiesto dal contesto è il medesimo. L’autentica dottrina dell’unico Cristo, che è il mediatore assoluto nella creazione e governo del mondo, è opposta alla falsa dottrina della pluralità di mediatori, "troni, domini, principati, potenze". Una posizione assoluta ed unica è reclamata per lui, in quanto in lui risiede "tutto il pleroma", cioè il pieno completamento, la somma degli attributi divini, virtù ed energie."

Filippesi 2:5-7

Il testo originale: 5 Tοῦτο γὰρ φρονείσθω ἐν ὑμῖν ὃ καὶ ἐν Χριστῷ ᾿Ιησοῦ, 6 ὃς ἐν μορφῇ Θεοῦ ὑπάρχων, οὐχ ἁρπαγμὸν ἡγήσατο τὸ εἶναι ἴσα Θεῷ, 7 ἀλλ᾿ ἑαυτὸν ἐκένωσε μορφὴν δούλου λαβών, ἐν ὁμοιώματι ἀνθρώπων γενόμενος.

La Nuova Riveduta: "Abbiate in voi lo stesso sentimento che è stato anche in Cristo Gesù, il quale, pur essendo in forma di Dio, non considerò l'essere uguale a Dio qualcosa a cui aggrapparsi gelosamente, ma spogliò sé stesso, prendendo forma di servo, divenendo simile agli uomini;"

La Traduzione del Nuovo Mondo: "Mantenete in voi questa attitudine mentale che fu anche in Cristo Gesù, il quale benché esistesse nella forma di Dio, non prese in considerazione una rapina, cioè che dovesse essere uguale a Dio. No, ma vuotò se stesso e prese la forma di uno schiavo, divenendo simile agli uomini."

Origene nei "Principi" Libro I, 2, 8 dimostra di comprendere questo brano come una attestazione della divinità del Figlio: "...per mostrare che il Figlio di Dio, il quale era nella forma di Dio, spogliandosi della Sua gloria, è suo scopo, proprio per mezzo di questa azione, dimostrarci la pienezza della Sua deità...

… il Figlio di Dio, spogliandosi della sua eguaglianza col Padre, e mostrandoci la via per la Sua conoscenza, è reso la perfetta immagine di Lui".

E con Origene, tutti i padri prima del Concilio di Nicea che ho controllato citano questo passo in sostegno della divinità di Gesù.

La Traduzione del Nuovo Mondo ha delle pecche persino troppo ovvie.

E’ evidente la forzatura del senso dove un processo culmina in un essere e non in un diventare. La TNM avrebbe avuto più senso se fosse stata: “non prese in considerazione una rapina, cioè voler diventare uguale a Dio”. Invece, il modo in cui traduce serve soltanto ad impedire al lettore di percepire l’autentico significato di questo brano della Scrittura, la stupenda contrapposizione fra l’essere Dio di Gesù prima dell’incarnazione e il suo diventare servo facendosi uomo.

Un altro dettaglio negativo della versione della TNM è l’aggiunta di termini determinanti per il significato che vuole dare al passo ma inesistenti nell’originale. Il “No” che precede “ma vuotò se stesso” non esiste nel testo greco.

Ad ogni modo, sebbene in "forma di Dio" e il contesto tolgano ogni dubbio sul fatto che l’apostolo affermi la divinità di Gesù, la traduzione di questo brano non è facile.

Lo dimostrano le differenze fra le varie traduzioni.

Lightfoot traduce: "Sebbene egli preesistesse nella forma di Dio, egli non considerò l’uguaglianza con Dio un qualcosa che non dovesse sfuggire dalla sua stretta, ma svuotò se stesso, si spogliò, prendendo forma di servo." L’idea è la stessa di 2 Corinzi 8:9.

Lightfoot sottolinea ancora come certe incertezze nella traduzione di questo brano siano dovute all’influenza dell’uso della chiesa latina e alla sua insufficiente comprensione delle sfumature della lingua greca.

Il consenso degli scrittori cristiani di lingua greca in proposito, è significativo.

La lettura che soddisfa il contesto e l’intento della lingua originale è quella della Nuova Riveduta e, in generale, delle traduzioni più recenti della Bibbia.

Richard Young, nella sua grammatica di greco biblico, traduce Filippesi 2:6, come segue: "...(sebbene esistesse nella stessa natura di Dio, egli non considerò l’uguaglianza con Dio qualcosa cui aggrapparsi). Questo potrebbe anche rendersi: "egli ha sempre avuto la natura di Dio, comunque non considerò l’uguaglianza con Dio qualcosa cui aggrapparsi (cfr. TEB, NEB, JB).", Intermediate New Testament Greek, pag.156.

La confusione che crea la TNM non può distogliere la nostra attenzione dal fatto che la divinità di Gesù è pienamente ribadita dalla sola frase "essendo in forma di Dio", come non ho mancato già di evidenziare al capitolo otto.

Tito 2:13

Il testo originale: προσδεχόμενοι τὴν μακαρίαν ἐλπίδα καὶ ἐπιφάνειαν τῆς δόξης τοῦ μεγάλου Θεοῦ καὶ σωτῆρος ἡμῶν ᾿Ιησοῦ Χριστοῦ.

La Nuova Riveduta: "… aspettando la beata speranza e l'apparizione della gloria del nostro grande Dio e Salvatore, Cristo Gesù."

La Traduzione del Nuovo Mondo: "...mentre aspettiamo la felice speranza e la gloriosa manifestazione del grande Dio e del Salvatore nostro Cristo Gesù."

L’introduzione da parte della TNM di un secondo "del", che non si trova nel testo originale, cambia totalmente il significato alla frase, togliendo a Gesù il titolo di Dio.

Sostanzialmente la motivazione della Torre di Guardia è sempre la stessa. Nel caso in esame, come s’è fatto in altri, si può aggiungere il "del" sebbene non specificato nel testo. E da "si può" si passa a "si deve", perché, secondo i Testimoni di Geova, Paolo non avrebbe mai inteso dire che Gesù fosse Dio.

"A Manual Grammar of the Greek New Testament" di H.E. Dana e Julius R. Mantey, spiega: "quando la copula καὶ collega due nomi dello stesso caso, se l’articolo o qualsiasi dei suoi casi precede il primo dei suddetti nomi o participi, e non è ripetuto prima del secondo nome o participio, l’ultimo è sempre riferito alla stessa persona che è espressa o descritta dal primo nome o participio; cioè denota una ulteriore descrizione della già menzionata persona.

τοῦ Κυρίου (ἡμῶν) καὶ σωτῆρος ᾿Ιησοῦ Χριστοῦ

del Signore nostro e Salvatore Gesù Cristo. 2 Pietro 2:20.

L’articolo qui indica che Gesù è sia Signore che Salvatore. Così in 2 Pietro 1:1 τοῦ Θεοῦ ἡμῶν καὶ σωτῆρος ᾿Ιησοῦ Χριστοῦ significa che Gesù è il nostro Dio e Salvatore. Nella stessa maniera Tito 2:13, τοῦ μεγάλου Θεοῦ καὶ σωτῆρος ἡμῶν ᾿Ιησοῦ Χριστοῦ, afferma che Gesù è il grande Dio e Salvatore.”, pag.147.

Per quanto riguarda la Traduzione del Nuovo Mondo in 2 Pietro 2:20 questa è corretta: "del Signore e Salvatore Gesù Cristo", sebbene sia lo stesso identico caso, la medesima costruzione, di Tito 2:13.

In 2 Pietro 1:1, però, visto che è attestata la divinità di Gesù, la TMN preferisce tradurre: “...del nostro Dio e del Salvatore Gesù Cristo”, sebbene “del” non sia di nuovo parte dell’originale e, abbiamo visto, non v’è alcun motivo per inserirlo, se non il mutilare volontariamente le Scritture del loro autentico significato.

Ebrei 1:6

E’ in questo brano che la Parola di Dio ci dice: “Di nuovo, quando introduce il primogenito nel mondo, dice: "Tutti gli angeli di Dio lo adorino!” (Ebrei 1:6). L’edizione della Traduzione del Nuovo Mondo del 1987 traduce invece: “Ma quando introduce di nuovo il suo Primogenito nella terra abitata, dice: “E tutti gli angeli di Dio gli rendano omaggio”. (il grassetto è mio). Ciò perché la Watch Tower non riconosce la divinità del Figlio di Dio e non accetta la sua adorazione.

Forse stupirà il lettore sapere che la stessa Traduzione del Nuovo Mondo nell’edizione del 1967 leggeva invece: “Ma quando egli introduce di nuovo il suo Primogenito sulla terra abitata, dice: E tutti gli angeli di Dio lo adorino”. (il grassetto è mio)

Nessuna traduzione può pretendere di essere perfetta. Ma davanti a circostanze di questo genere non si riesce a capire dove finisca l’incompetenza e cominci la manipolazione.

Ebrei 1:8-9

Il testo originale: πρὸς δὲ τὸν υἱόν, Ὁ θρόνος σου, ὁ θεός, εἰς τὸν αἰῶνα τοῦ αἰῶνος· ῥάβδος εὐθύτητος ἡ ῥάβδος τῆς βασιλείας σου. Ἠγάπησας δικαιοσύνην, καὶ ἐμίσησας ἀνομίαν· διὰ τοῦτο ἔχρισέν σε ὁ θεός, ὁ θεός σου, ἔλαιον ἀγαλλιάσεως παρὰ τοὺς μετόχους σου.

La Nuova Riveduta: "parlando del Figlio dice: "Il tuo trono, o Dio, dura di secolo in secolo, e lo scettro del tuo regno è uno scettro di giustizia. Tu hai amato la giustizia e hai odiato l' iniquità; perciò Dio, il tuo Dio, ti ha unto con olio di letizia, a preferenza dei tuoi compagni"

La Traduzione del Nuovo Mondo: "Ma riguardo al Figlio: "Dio è il tuo trono per i secoli dei secoli, e (lo) scettro del tuo regno è lo scettro di rettitudine. Hai amato la giustizia ed hai odiato l’illegalità. Perciò Dio, il tuo Dio, ti ha unto con olio di esultanza più dei tuoi compagni".

Citando questo passo, scrive Origene: "...Ma fai attenzione a quanto segue, dove egli è chiamato Dio: "perché il tuo trono, o Dio, è nei secoli dei secoli: uno scettro di giustizia è lo scettro del tuo regno. Tu hai amato la giustizia ed hai odiato l’iniquità: perciò Dio, il tuo Dio, ti ha unto con olio di letizia sopra i tuoi compagni." E osserva che il profeta , parlando con familiarità di Dio, il "cui trono è nei secoli dei secoli," e "uno scettro di giustizia è lo scettro del suo regno", dice che questo Dio è stato unto da un Dio che era il suo Dio, ed unto perché più dei suoi compagni aveva amato la giustizia ed odiato l’iniquità", “Contro Celso” Libro, I, 56.

La Traduzione del Nuovo Mondo è errata e non ha senso, se non quello di corrompere l’autentico significato delle Scritture.

Scrive Bosio nel suo commento alla traduzione del passo in questione: "la versione greca non dà luogo a difficoltà. Così come l’ebraico Elohim come il greco ὁ Θεός al principio della citazione sono da considerarsi come vocativi (o Dio), poiché il tradurre il tuo trono (è) Dio urta contro alle regole del parallelismo ebraico e non dà senso intelligibile".

Ebrei 1:10-12

La Traduzione del Nuovo Mondo inserisce il nome “Geova” anche nel Nuovo Testamento, volendo recuperare così il Tetragramma ebraico (יהוה) il nome divino rivelato a Mosè in Esodo capitolo 3. Lo fa sostituendolo al termine greco “Kyrios”, cioè “Signore”, volendo invertire quel processo che aveva portato già chi aveva tradotto l’Antico Testamento dall’ebraico al greco a sostituire il nome divino ebraico con “Kyrios”, “Signore” in greco. E’ ragionevolmente da ritenere che questa prassi si sia estesa anche al Nuovo Testamento scritto in greco, visto che è Kyrios e non il Tetragramma che viene letto nelle citazioni che questo propone dall’Antico Patto.

Certo se l’attaccamento al nome di Dio era così importante come sostiene la Watch Tower non ha incorporato il Tetragramma anche se il Nuovo Testamento era scritto originariamente in greco? Molte sono le parole ebraiche che vengono semplicemente traslitterate nel greco del Nuovo Testamento: Alleluia, Amen, Osanna, Maranatha, ecc …

Comunque sia, per rispettare la sua teoria, la Torre di Guardia dovrebbe tradurre Ebrei 1:10 nel seguente modo: “E: “Tu nel principio, Geova, ponesti le fondamenta della terra e i cieli sono [le] opere delle tue mani”. Non lo fa invece e traduce: “E: “Tu in principio, Signore, ponesti le fondamenta della terra  e i cieli sono [le] opere delle tue mani.”

Andiamo infatti a leggere cosa dice nella stessa Traduzione del Nuovo Mondo (Ed. 1987) il testo ebraico che viene citato nell’epistola agli Ebrei.

“Affinché il nome di Geova sia dichiarato in Sion

E la Lode in Gerusalemme

Quando si radunano tutti insieme i popoli

E i regni per servire Geova

Per la via egli afflisse la mia potenza

Accorciò i miei giorni

Dicevo: ‘O mio Dio,

Non togliermi via alla metà dei miei giorni

I tuoi anni sono per tutte le generazioni

Molto tempo fa ponesti le fondamenta della stessa terra

E i cieli sono l’opera delle tue mani.

Essi stessi periranno, ma tu stesso continuerai a stare

E proprio come una veste tutti si consumeranno.

Proprio come un abito tu li sostituirai, e finiranno il loro turno.

Ma tu sei lo stesso, e i tuoi propri anni non si completeranno.”

(Salmo 102:21-27)

In Ebrei l’autore aggiunge “Signore” perché cita in parte il Salmo e potrebbe sfuggire al lettore il soggetto. Egli scrive “Signore” che è il termine che utilizza la LXX (Settanta), la traduzione greca dell’Antico Testamento al posto del Tetragramma, tradotto Geova dalla Watch Tower. E’ quindi “Geova” che, per coerenza con se stessi, avrebbero dovuto scrivere in questo caso i Testimoni e non “Signore”. Ma non lo fa, visto che ciò avrebbe cozzato con la negazione della divinità di Gesù, perché il testo chiamerebbe Gesù apertamente Geova.

 Non dobbiamo comunque perdere di vista l’ovvio: l’autore ispirato del Nuovo Testamento cita un brano che parla di Dio e lo riferisce a Gesù, sottolineando (anche in altri punti dell’epistola) la sua immutabilità, qualità propria di Dio che viene ricordata nel Salmo.

 

9. Altre traduzioni

Ovviamente vi sono state e vi sono altre traduzioni in italiano della Bibbia. E menomale che vi sono!

Sebbene io protenda per la Nuova Diodati per prima e poi per la Nuova Riveduta, non sconsiglierei a priori di altre versioni della Bibbia disponibili in italiano. Personalmente ho utilizzato per qualche tempo la Nuovissima Versione dai Testi Originali cattolica, sia per lettura che per studio. Spesso consulto la più recente traduzione CEI, che trovo scorrevole e sostanzialmente prodotto di uno sforzo onesto di traduzione della Sacra Scrittura.

L'unica versione che proprio non riesco a digerire, ne ho parlato prima, è quella interconfessionale, cui hanno dato vita cattolici e protestanti insieme. Parlo per la parte protestante del lavoro svolto: un esperimento da dimenticare. Concordo nell'idea di base, persino nello spirito delle intenzioni che stanno dietro ad un lavoro di questo genere, ma il risultato non è all'altezza delle premesse. Qualche motivo? L’utilizzo del metodo delle equivalenze dinamiche è esasperato ed indiscriminato: la lingua originale soccombe invariabilmente a favore dell'italiano. Sebbene ciò in teoria dovrebbe rendere più chiara la lettura, la versione risente troppo della comprensione ed interpretazione del testo del traduttore, a discapito di quella parte di libertà di comprensione ed interpretazione della Parola di Dio che deve essere lasciata a chi la legge. La promessa del titolo, che la Bibbia viene così presentata in "lingua corrente" è in parte vera; ma è ancora più vero che essa viene sostanzialmente presentata "in parole povere". Mi spiace: non riesco ad immaginare la Bibbia come un libro che non riesca anche ad istruire.  Quello che non si capisce si deve avere il desiderio di volerlo capire.

 

10. Bibbie annotate

Sono molte le Bibbie oggi che oltre al testo presentano delle note introduttive ed esplicative. Mentre nella chiesa Cattolica il Magistero limita la libertà dell'interpretazione del lettore, così come degli studiosi, nelle nostre chiese, evangeliche e protestanti, le note alla Parola di Dio hanno lo scopo di aiutare e non condizionare la comprensione della Parola di Dio. In questo senso le varie Bibbie da studio sono degli ottimi mezzi - molto maneggevoli - per una migliore comprensione di ciò che si legge.

La mia prima Bibbia con un sistema di studio che ho utilizzato è stata la Thompson Chain Bible, che oggi vedo è pubblicata anche in italiano. Devo dire che è un sistema piuttosto complesso di note, ma anche ricco di informazioni.

Per tanti anni ho utilizzato la Scofield Bible (versione KJV), in una bella edizione inglese che, allora ancora poco più che ragazzo, ho comprato dagli Stati Uniti. Il sistema di note e di studio della Scofield è più semplice e mi era utile quando non avevo tempo per consultare dei commentari. Oggi esiste anche abbinata alle Bibbie in italiano.

Nel 2008 ho regalato a mia moglie una Nuova Riveduta con le note di John MacArthur. Si tratta davvero di una bella Bibbia. Se teniamo conto che alle note vengono sommate anche le osservazioni testuali, questa rappresenta un testo adatto sia ad una lettura intelligente che ad un vero e proprio studio.


11. Bibbie elettroniche e software biblici.

Secoli addietro il progresso fu segnato dal passaggio dell'uso del papiro a quello della pergamena. Con l'invenzione della carta e della stampa a caratteri mobili si fecero passi da gigante nella praticità e diffusione dei libri. Oggi siamo ad un nuovo stadio, quello in cui i libri diventano files e le varie versioni bibliche vengono comodamente raccolte, insieme a dizionari e commentari, in softwares specializzati. Personalmente ne faccio ampio uso. Sono molto semplici e comodi per lo studio e per la consultazione. Alcuni ad esempio ti permettono di mettere più traduzioni (originale compreso) in parallelo o in diverse colonne per poterle facilmente comparare.

Il mio software biblico preferito è e-sword. E' disponibile gratuitamente su www.e-sword.net  Tra le varie traduzioni che si possono utilizzare gratuitamente vi sono la King James Version inglese, la Nuova Riveduta italiana, il testo greco della LXX (Settanta o Septuaginta), il testo ebraico dell'Antico Testamento, il testo greco originale del Nuovo Testamento in varie edizioni critiche.

All'indirizzo www.theword.net si può gratuitamente scaricare un programma che è altrettanto efficiente quanto il precedente. Alcune versioni che propone sono la Diodati, la Nuova Riveduta, un’interessante edizione del Nuovo Testamento in greco che compara le diverse edizioni critiche per valutare le varianti al testo, la LXX, la King James inglese e il testo in greco del Nuovo Testamento utilizzato dalla Chiesa Ortodossa.

BibleWorks non è un software gratuito, come i precedenti. Ma è molto sofisticato e con molte traduzioni disponibili. In italiano ha la Bibbia CEI, la Nuova Riveduta e la Nuova Diodati. Ha poi tantissime altre versioni.

Un software italiano è disponibile sul sito www.laparola.it

Vi sono molti altri software biblici e siti dove è possibile leggere o studiare la Bibbia e non è difficile immaginare che con gli anni andranno solo a moltiplicarsi. Con la semplice maneggevolezza degli i-pad, il testo elettronico della Bibbia può accompagnarci in chiesa ed essere di più facile utilizzo di una Bibbia cartacea. E' tutta una questione di abitudine.  

Di recente, grazie a mio figlio, ho iniziato ad utilizza un cellulare che utilizza il software Android. Con grande facilità ho potuto scaricare gratuitamente due versioni di software che presentano la King James inglese. Le dimensioni del carattere, così come lo sfondo, sono regolabili e insieme ad un veloce indice ed ad un efficace sistema di ricerca, ne fanno uno strumento persino più maneggevole di una normale Bibbia tradizionale.

Ho inoltre scaricato il testo greco originale Nestle-Aland, la Bibbia CEI in italiano e il testo della Bibbia in greco della Chiesa Ortodossa.

Vi sono poi tantissime versioni e softwares disponibili, le cosiddette app, che rendono la ricerca di libri e studi – biblici e non – anche un piacevole passatempo.  

 

Appendice - Varianti testuali del Nuovo Testamento

Premetto che per una discussione più completa dell'argomento devo rimandare al mio libro Il testo del Nuovo Testamento, già disponibile sul sito nella categoria "libri".

Questa appendice è un approfondimento ad una parte un po’ più complessa, riguarda le caratteristiche del testo originale del Nuovo Testamento in base alle varie edizioni critiche disponibili.

Come abbiamo detto esistono diverse “ricostruzioni” dell’originale del Nuovo Testamento effettuate in base alla valutazione delle copie manoscritte che guida il lavoro degli editori. Il 99 per cento del testo è sicuro e il campo di discussione si limita quindi davvero ad una minima parte del Nuovo Testamento.

Il Nestle-Aland e, quindi, il testo cosiddetto "Standard" è caratterizzato da una predilezione per le letture dei manoscritti Sinaitico e Vaticano, insieme ai papiri antichi che supportano il loro testo. L'idea di base è che i manoscritti più antichi sono i più affidabili perché sono stati scritti in un'epoca più prossima agli originali.

A rigor di logica dovrebbe essere così. Ma non è esattamente vero. E' più corretto dire che: in linea teorica un manoscritto più prossimo come datazione all'originale dovrebbe avere un testo che contiene meno errori. Ma ciò è vero soltanto se diamo per scontato che chi ha copiato il manoscritto lo ha fatto con cura e in buona fede, senza eccedere nella stima di se stesso apportando delle modifiche al testo dove gli pareva opportuno.

Porto un esempio concreto: Giovanni 7:52. "Essi gli risposero: "Sei anche tu di Galilea? Esamina, e vedrai che dalla Galilea non sorge profeta" (NR). "Essi risposero e gli dissero: "Sei forse anche tu Galileo? Ricerca le Scritture e vedrai che dalla Galilea non sorse mai alcun profeta". (Nuova Diodati).

Questa frase messa in bocca dall'evangelista Giovanni al clero giudaico è sempre stata oggetto di discussione, in quanto è un'affermazione chiaramente errata, visto che vi furono diversi profeti provenienti dalla Galilea. Nel tempo utilizzato per il verbo "sorgere" si vede già una variante testuale - che rende soltanto il brano più enigmatico. Ma quello che più interessa è che P66, il più antico manoscritto che possediamo per questa parte di Giovanni, contro ogni altra prova manoscritta in nostro possesso, aggiunge l'articolo determinativo davanti a profeta! La manovra di questo scriba toglie di mezzo l'imbarazzo creato dal testo così come lo rinveniamo in tutti gli altri manoscritti. Nessuno, però, prende seriamente in considerazione questa variazione: la lettura del più antico manoscritto è scartata senza esitazione all'unanimità dalla comunità degli studiosi.

L'antichità di un manoscritto è una qualità senz'altro rilevante ma non può da sola farci determinare il valore di un manoscritto.

Visto che ho accennato al testo degli antichi papiri, prima di esaminare degli esempi concreti delle varianti del Nuovo Testamento sottopongo al lettore i motivi  della mia preferenza per il testo Maggioritario.

Quando Westcott e Hort pubblicarono il loro testo greco accompagnato dalle loro considerazioni a favore del testo che adottavano, con grande abilità questi riuscirono a togliersi di mezzo in un sol colpo il loro più grande nemico: il testo contenuto nella maggioranza dei manoscritti greci del Nuovo Testamento. Hort argomentò che il testo bizantino (così chiamò il testo Maggioritario) fosse il risultato di una deliberata revisione del testo operata ad Antiochia nella prima metà del IV secolo. Il risultato di questa revisione venne imposto alla cristianità e diffuso e ciò spiega sia il notevole numero di testimoni al testo bizantino che l'uniformità di contenuti di questo testo.

John William Burgon argomentò al contrario che oggettivamente non vi era nessuna prova storica di questa fantomatica revisione e che non vi fosse a quell'epoca nessuna autorità ecclesiastica capace di imporre un testo all'intera cristianità. Egli definì il testo contenuto nella maggioranza dei manoscritti del Nuovo Testamento "Testo Tradizionale" in quanto, egli sosteneva, esso era il risultato del normale e fedele processo di copiatura del Nuovo Testamento. Tale teoria spiega in realtà sia il numero dei testimoni che l'accordo (sorprendente) fra loro (testimoni concordi sono sulla buona strada per essere autentici). E parlando di accordo fra i manoscritti, per comprendere di cosa parliamo quando diciamo Testo Maggioritario, cito Wilbur Pickering: "Non solo i manoscritti esistenti ci presentano una forma del testo che vanta il 95% del consenso, ma il rimanente 5% non presenta un testo definito da proporre in alternativa". Se da una parte Westcott e Hort non riuscirono a vedere il miracolo di un testo che viene consegnato all'umanità in un tale incredibile stato di conservazione (paragonerei il testo Maggioritario al Masoretico dell'Antico Testamento)hanno la colpa di avere trovato una spiegazione razionale per negarlo senza appello.      

 Se oggi la teoria della recensione di Hort non è più sostenuta lo dobbiamo oltre che all'assoluto ed inspiegabile silenzio della storia ed alla sua improbabilità, anche alla scoperta di nuovi antichi manoscritti. Infatti contrariamente a quando avremmo dovuto aspettarci, quando vennero alla luce manoscritti come P45, P66 e P75, più antichi di quelli allora conosciuti, questi in alcuni punti concordavano con il testo tradizionale a discapito della lettura dei testimoni del testo alessandrino-egiziano. Se Hort avesse avuto ragione ciò sarebbe stato impensabile.

Hort però aveva ragione in una cosa e il suo metodo era intelligente perché prima di prendere in seria considerazione uno scarno gruppo di manoscritti e preferirli alla stragrande maggioranza degli altri testimoni bisogna produrre una convincente teoria che dimostri l'esistenza di questo tipo di testo e che ne invalidi la testimonianza in maniera scientifica o storica. Se ciò non avviene non vi è nessun motivo valido per abbandonare la testimonianza del testo tradizionale a favore delle confuse varianti contenute in un gruppo di manoscritti solo perché per cause fortuite (principalmente climatiche) più antichi degli altri.

Vediamo in concreto di cosa parlo.


Marco 1:1: "Inizio del vangelo di Gesù Cristo [Figlio di Dio]."

"Figlio di Dio" è messo in dubbio da delle parentesi quadre in alcune versioni, quali la Nuova Riveduta del 1992. L'edizione del 2006, però, toglie le parentesi, mostrando grande buon gusto. La lettura tradizionale è messa in dubbio soltanto dal manoscritto Sinaitico e quale altra eccezione, mentre è rinvenuta nel resto dei testimoni al testo. Cos'altro serve per considerare autentico un brano della Scrittura? Westcott e Hort avevano omesso la frase del loro testo e non la si trova quindi nella versione dei Testimoni di Geova.  

 

Marco 16:9-20

La chiusa di Marco è un brano la cui autenticità è stata da sempre messa in discussione, manoscritti a parte. Ma è stata la testimonianza, l'omissione, di Vaticano e Sinaitico a permettere che tali dubbi entrassero nel testo del Nuovo Testamento delle nostre Bibbie.

La Riveduta Luzzi commentava così: "i due più antichi manoscritti non contengono i vers. 9-20". Se l'antichità di un manoscritto è così importante la testimonianza di questi due più antichi manoscritti dovrebbe essere decisiva. Invece troviamo questo brano in tutte le versioni, anche in quelle che seguono il Nestle-Aland.

Non percepisco, però, la coerenza in un tale comportamento. O si considera autorevoli questi manoscritti e si accetta la loro testimonianza e si termina il vangelo al verso 8 del capitolo 16 o, se si può con tale leggerezza scartare per mera convenienza o per questione di immagine una loro caratteristica così importante, forse è meglio rivedere seriamente il valore che si attribuisce loro anche nei punti meno significativi dove si scostano dal testo della stragrande maggioranza dei manoscritti del Nuovo Testamento greco. 

Non sappiamo cosa è accaduto quando il vangelo di Marco è stato composto. Le considerazioni interne al testo per determinare l'autenticità di questo o quel brano ci hanno puntualmente deluso e dimostrato la soggettività di un tale  - pericoloso - procedimento. L'unica cosa saggia da fare è basarsi su prove oggettive, esterne, al testo e la testimonianza dei manoscritti che possediamo è a favore dell'inclusione di questo brano nelle nostre Bibbie.

Un ultimo dettaglio merita di essere preso in considerazione. Il foglio del manoscritto Vaticano che avrebbe dovuto contenere la chiusa di Marco lascia un lungo spazio bianco. E' ragionevole pensare che il manoscritto dal quale lo scriba copiava contenesse una chiusa di Marco che, per qualche motivo, veniva adesso omessa. Caso degno di nota è che questa pagina del codice Vaticano è stata scritta dallo stesso scriba del codice Sinaitico e chiaramente sostituita a quella originale del manoscritto - che è lecito quindi pensare che nella sua forma originale contenesse la conclusione di Marco come la conosciamo dal resto delle prove manoscritte del Nuovo Testamento greco.

Sarebbe questa la prova dei manoscritti antichi che dovrebbe convincerci che il vangelo di Marco di conclude con al verso 8? O è prova, nonostante la loro antichità, di essere il prodotto di scribi che sopravvalutavano le loro capacità di giudizio del testo al punto di decidere cosa facesse o non facesse parte dell'originale del testo che avrebbero invece semplicemente dovuto copiare.

 

Luca 10:41-42: "Ma il Signore le rispose: "Marta, Marta, tu ti affanni e sei agitata per molte cose, ma una cosa sola è necessaria. Maria ha scelto la parte buona che non le sarà tolta". (Nuova Riveduta).

Anche qui le traduzioni hanno dovuto abbandonare il testo dei manoscritti antichi a favore di quello tradizionale. Eppure così non accadeva con Westcott e Hort. Il loro testo è tradotto dalla Traduzione del Nuovo Mondo che, al posto della lettura tradizionale che io riporto in grassetto legge: "Ma solo alcune cose sono necessarie, o una sola".

Westcott e Hort avevano dalla loro i manoscritti più antichi a loro disposizione. La loro lettura era infatti contenuta nei codici Vaticano e Sinaitico, nonché nei manoscritti L e 33, che con loro spesso concordano.

Nonostante la loro teoria sulla recensione bizantina, il testo tradizionale si è dimostrato antecedente alla corruzione del testo da loro seguito con la scoperta dei papiri P45 e P75, che confermano la lettura tradizionale.

 

Luca 12:31

Questo brano della rappresenta un caso simile al precedente.

La riveduta Luzzi, seguendo il testo greco hortiano traduceva il brano: "Cercate piuttosto il suo regno, e queste cose vi saranno sopraggiunte". E lo stesso fa la Nuova Riveduta persino nella versione del 2006.

La Nuova Diodati seguendo il testo Maggioritario legge: "Cercate piuttosto il regno di Dio, e tutte queste cose vi saranno sopraggiunte".

La lettura tradizionale si trova appunto nel testo della stragrande maggioranza dei manoscritti del Nuovo Testamento, ma anche nei manoscritti A (codice alessandrino del V secolo), W e 33, che spesso concordano con i codici Vaticano e Sinaitico. Ma si trova incredibilmente in P45.

P75 dimostrando le sue peculiarità legge da solo: "cercate il regno". Bruce Metzger commenta: "Una delle idiosincrasie dello scriba di P75 è la sua tendenza ad omettere i pronomi personali". Bruce M. Metzger, A Textual Commentary on the Greek New Testament, p.136.  Ma questo vota a favore o contro il testo che egli sostanzialmente incorpora?

Vaticano e Sinaitico (con D, L e pochi altri casi) sono contro quasi tutte le altre prove manoscritte esistenti.

Le evidenze esterne al testo tradizionale sono troppo schiaccianti per decidere a favore della lettura breve. Mentre il testo del Nestle-Aland nasce sostanzialmente da una considerazione soggettiva che sta alla base: "E' più probabile che "suo" sia stato rimpiazzato da "di Dio" che il contrario".  Bruce M. Metzger, A Textual Commentary on the Greek New Testament, p.136.

Comprendo che parliamo di una variazione di poca rilevanza e che non intacca il significato della frase, ma serve osservare il fenomeno per potere valutare il peso della testimonianza dei vari manoscritti in brani dove invece la variante testuale intacca il significato del testo, come nel caso che mi appresto a discutere.

 

Luca 23:34

[Gesù diceva: "Padre, perdona loro, perché non sanno quello che fanno".] Poi divisero le sue vesti, tirandole a sorte. (Nuova Riveduta)

Il brano si trovava fra parentesi quadre nella vecchia edizione della Nuova Riveduta ma non nella nuova. Questo perché veniva omesso da P75, Vaticano e Codice Beza (chiamato anche D) e qualche altro manoscritto.

Il Nestle-Aland mantiene le doppie parentesi quadre e Bruce Metzger commenta così: ""

Lo scarno numero di testimoni contro la lettura tradizionale, così come l'assenza di accordo fra i testimoni antichi che si solito muovono contro il testo tradizionale, che troviamo quindi anche nel codice Sinaitico, Alessandrino, C, K, 33 e ovviamente nel testo Maggioritario, sono ben poco supporto a delle considerazioni personali dei critici per potere scartare un testo al quale la tradizione manoscritta offre un tale sostegno.

 

Giovanni 1:18

Nuova Diodati (testo Maggioritario e Receptus): "Nessuno ha mai visto Dio; l'unigenito Figlio, che è nel seno del Padre, è colui che lo ha fatto conoscere."

Nuova Riveduta (Nestle-Aland): "Nessuno ha mai visto Dio; l'unigenito Dio, che è nel seno del Padre, è quello che l'ha fatto conoscere"

Il testo tradizionale viene rimosso e sostituito dall'inspiegabile "unigenito Dio" a motivo delle seguenti evidenze manoscritte:

- P75, 33 ed il correttore del codice Sinaitico leggono "l'unigenito Dio" con l'articolo determinativo in greco davanti ad unigenito.

- P66, Vaticano, Sinaitico, C ed L invece leggono "unigenito Dio" senza l'articolo determinativo.

Incredibile ma vero: il più grande punto di forza della lettura adottata dal Nestle-Aland, almeno secondo i suoi editori, è che "unigenito Dio" ha più probabilità di essere autentica perché nessuno avrebbe modificato la lettura "unigenito Figlio", perfettamente comprensibile e sensata con una incomprensibile quale oggettivamente è "unigenito Dio". Da parte mia invece, visto anche che le prove manoscritte a favore di quest'ultima lettura sono sostanzialmente scarne e persino, in un certo senso, se consideriamo l'inserimento ed omissione dell'articolo determinativo, piuttosto contraddittorie. Vista anche la natura dei testimoni possiamo immaginare di trovarci davanti ad un antico errore dei copisti della tradizione alessandrino-egiziana: nell'originale greco le abbreviazioni comuni (nomina sacra) di Figlio e Dio differivano di una sola consonante. Questa ipotesi è stata ventilata da parte del comitato delle UBS (United Bible Societies) e riportata da Metzger nel commentario a corredo del testo greco ufficiale che già ho citato.

Le prove esterne a favore della lettura tradizionale sono ancora una volta schiaccianti e, in questo caso, vale proprio la pena dire che oggettivamente anche quelle interne - legate all'intrinseca probabile autenticità della lettura "unigenito Figlio" - sono altrettanto schiaccianti.

 

Giovanni 3:13.

Nuova Riveduta: "Nessuno è salito in cielo, se non colui che è disceso dal cielo: il Figlio dell'uomo [che è nel cielo]".

La frase che la Nuova Riveduta mette fra parentesi quadra non si trova nei seguenti manoscritti: P66, P75, Vaticano e Sinaitico e 33. 

Le opinioni degli studiosi sono discordanti su questo brano. Ma ritengo che le prove manoscritte non dimostrino una simile titubanza visto che un'omissione attestata soltanto da manoscritti che sono maestri nelle omissioni, non può valere molto contro l'impressionante testimonianza resa da tutte le altre prove manoscritte.

C'è anche da aggiungere che difficilmente una lettura può avere una probabilità interna al testo di essere autentica. L'omissione, infatti, rompe palesemente il ritmo delle frasi di Giovanni.

Ma c'è qualcosa che adesso voglio aggiungere per chiarire la questione che dovrebbe legare secondo alcuni in maniera quasi indissolubile antichità ad affidabilità.

E.C. Colwell nel suo testo "Scribal habits in early Papyri: A Study in the Corruption of the Text", p. 380, 383 afferma: "In generale lo scriba di P75 copia le lettere una per una; quello di P66 copia le sillabe, di solito due lettere alla volta. Lo scriba di P45 copia a frasi e paragrafi. L'accuratezza di queste affermazioni è dimostrabile. Che P75 abbia copiato le lettere una per una è chiaro dal tipo di errori che commette. Ha più di 60 letture che riguardano errori legati ad una sola lettera e non più di dieci letture dovute a sviste che riguardano una sillaba. Ma P66 omette 61 sillabe...ed omette qualcosa come 12 articoli e 30 parole brevi. In P45 invece non vi è l'omissione di una singola sillaba, né si possono elencare sillabe omesse per errore. P45 omette parole e frasi ... abbreviando il testo in almeno 50 punti producendo delle letture uniche nel loro genere. Ma non omette sillabe o lettere. Il suo testo abbreviato è leggibile". 

La verità è che è vero che questi manoscritti sono molto antichi, anzi in realtà i più antichi che possediamo ma, a causa del comportamento degli scribi che li hanno prodotti, sono molto meno affidabili di manoscritti prodotti secoli più tardi, ma ottenuti da una serie di fedeli operazioni di copiatura.

Ma allora come mai sono sopravvissuti proprio loro da epoche così remote?

Il codice Sinaitico venne letteralmente salvato dal fuoco al quale lo avevano ormai destinato i monaci del convento del Sinai - da qui il nome. Fu Costantino Von Tischendorf a trovarlo e pubblicarlo facendone il punto di riferimento della sua famosa ottava edizione critica del Nuovo Testamento greco.

Il  manoscritto Vaticano rimase nelle biblioteche della chiesa Cattolica per secoli e venne messo a disposizione degli studiosi solo nel XIX secolo.

Per quanto riguarda gli altri papiri la loro sopravvivenza è dovuta al clima secco egiziano che ne ha permesso la conservazione fino al loro ritrovamento.

D'altro canto bisogna notare una cosa. I libri più longevi della mia biblioteca sono quelli che non uso. Penso che più o meno tutti coloro che leggiamo la Bibbia siamo costretti periodicamente a buttare via le nostre bibbie preferite perché più soggette ad usura, mentre quelle che non utilizziamo se non per consultazione rimangono nuove nei nostri scaffali. Fino a prima che mi decidessi a comprare tre nuove bibbie, la copia della Bibbia che godeva del migliore stato di conservazione sebbene sia fra le prime che io abbia comprato è la Traduzione del Nuovo Mondo dei Testimoni di Geova. Ed il loro testo greco con la loro traduzione interlineare è l'unico che io non abbia pasticciato, visto che semplicemente non lo utilizzo.

Per questo per dire che è molto verosimile che i manoscritti che sono giunti sino a noi in un così buono stato di conservazione forse lo sono soltanto perché messi da parte e non utilizzati per il pessimo stato del loro testo. E' un'ipotesi che ventilava Burgon e mi sembra plausibile.

Allo stesso tempo è vero che il testo Maggioritario non vanta testimoni antichi. Ma lo stesso poteva dirsi del testo Masoretico. Ma come quest'ultimo vi sono seri indizi di superiorità a favore di questo tipo di testo.

- il numero dei manoscritti. E' vero che il fatto che vi siano molti manoscritti non significa da solo nulla. Ma se aggiungiamo che manoscritti sono stati prodotti indipendentemente e in varie epoche e il dato oggettivo che molte copie corrispondono a molti manoscritti dai quali si deve aver copiato, il quadro si fa più interessante.

-  è ovvio che chi utilizza un manoscritto appena questo è prossimo ad essere totalmente usurato deve provvedere a farne una copia. Questa copia sostituirà l'originale. Spesso, anche secondo la tradizione giudaica, dopo essersi accertati dell'accuratezza della copia eseguita di un libro biblico, l'originale andava distrutto.

L'età di un manoscritto non è tutto. Soprattutto quando i codici e papiri testimoniano - seppur non senza contraddizioni - al testo diffuso - e forse anche prodotto - in Egitto.

Per spiegare i motivi della mia diffidenza mi basta citare Origene, appartenuto all'accademia cristiana di Alessandria d'Egitto. Egli sostenne infatti in suo commentario che la frase di Matteo 16:23 come la leggiamo nelle nostre Bibbie non era autentica, perché era impossibile che il Signore avesse mai detto una cosa simile, se si metteva a giusto raffronto quell'affermazione con quella di Matteo 4:10. Non cito il brano perché per capire cosa intendesse dire Origene bisogna per forza fare riferimento all'originale greco, visto che le sfumature di questa lingua in questo brano sfuggono proprio nella traduzione.

Ad ogni modo, la pratica di Origene è la più pericolosa che esiste nella scienza della critica testuale. Si chiama emendazione congetturale e consiste nell'intervenire su un testo senza nessuna prova manoscritta a supporto, ma soltanto in base alla propria intelligenza del testo.

E' questo che facevano gli scribi di certi manoscritti quando intervenivano sul testo anziché copiarlo semplicemente?

P45 è il manoscritto più antico che possediamo per alcune parti dei vangeli e degli atti degli apostoli, che, nella sua forma originaria (a noi purtroppo è giunto incompleto) conteneva per intero. Lo scriba che lo ha prodotto (ne ho già parlato) ha agito sul testo togliendo a suo piacimento ogni cosa che riteneva evidentemente che fosse superflua.

Vediamo in concreto qualche esempio. Giovanni 11:25, "Gesù le disse: "Io sono la risurrezione e la vita". P45 omette "e la vita". Giovanni 11:49, "Uno di loro, Caiafa, che era sommo sacerdote quell'anno, disse loro...". P 45 omette "quell'anno".

Per il vangelo di Marco, P45 è il più antico testimone. In Marco 6:40 omette "di cento e di cinquanta", ma il suo testo rimane leggibile e cioè "si sedettero per gruppi" e non è dovuto ovviamente ad un errore di copiatura. In Marco 6:41 che legge "Poi Gesù prese i cinque pani e i due pesci", egli omette "cinque" e "due".

Una cosa è certa non ci troviamo davanti a normali errori di copiatura, bensì ad un volontario intervento sul testo. La inevitabile conclusione: il testo più antico disponibile è corrotto ed inaffidabile. Altra conclusione: se questo è il modo in cui si era soliti trattare il testo in Egitto, c'è da stupirsi delle molte omissioni che caratterizzano i manoscritti egiziani? 

Un tale intervento personale sul testo della tradizione egiziano-alessandrina è dimostrato dalla confusione in cui cadono i manoscritti che supportano questo "tipo" di testo: P66, P75, Vaticano, Sinaitico, 33, ecc... Come vedremo anche nella prossima lettura che prendo in considerazione.

 

Giovanni 5:4

Il Nestle-Aland è per l'omissione di questo brano, in quanto assente nei testimoni più antichi.

Ma parlando di contraddizioni nei manoscritti del testo alessandrino, vale la pena rilevare che in questo particolare brano essi non riescono ad essere d'accordo sul fatto che vi fosse a Gerusalemme una "piscina delle pecore" oppure "una piscina alla porta delle pecore"; non sanno dirci se era soprannominata (Vaticano e Sinaitico) o chiamata (D) o nessuna delle due cose (Sinaitico) e comunque non concordano sul nome: C la chiama ‘Bethesda’; B, P75, T e W la chiamano ‘Bethsaida’; il codice Sinaitico ed il manoscritto 33 ‘Bethzatha’; P66 la chiama Bedsaida; D ‘Belzetha’.

 

Giovanni 7:53-8:11

E' la cosiddetta Pericope dell'Adultera, uno dei brani più famosi dei vangeli.

Ho una semplice domanda da porre al lettore: perché troviamo questo brano anche nelle versioni del Nuovo Testamento che seguono il Nestle-Aland? E' infatti omesso da Vaticano e Sinaitico e dai loro soliti alleati, così come da diversi altri manoscritti, ed il giudizio negativo sull'autenticità di questo brano della Scrittura è pressoché unanime, almeno nella cerchia degli studiosi ai quali dobbiamo l'edizione del testo Standard del Nuovo Testamento. La semplice verità è che questo passo è perfettamente al suo posto esattamente dove si trova e chi conosce il vangelo di Giovanni fra noi evangelici non potrebbe leggerne un'edizione che non lo contempli. E allora pongo al lettore una semplice domanda: se i manoscritti alla base del testo Standard, del Nestle-Aland, così tanto in voga in questo periodo storico, non sono seguiti per due delle loro varianti così importanti quale la chiusa di Marco e la Pericope dell'Adultera, perché dovremmo comunque considerarli superiori nelle variazioni al testo che propongono, anche contro la stragrande maggioranza degli altri manoscritti?

Le edizioni del testo Maggioritario includono questo brano senza riserve.

La parte di questo brano che secondo me più sa di autentica è quella narrativa. In Giovanni 7:53, evidentemente alla fine del dibattito fra sacerdoti e farisei, è detto che: "ognuno se ne andò a casa sua". Mentre di Gesù viene specificato: "Gesù andò al monte degli Ulivi". E poi sempre in un perfetto contesto narrativo, ben inserito nel vangelo di Giovanni, è detto che "All'alba tornò nel tempio, e tutto il popolo andò da lui; ed egli, sedutosi, li istruiva". Quindi scribi e farisei gli conducono la donna colta in adulterio, ecc..., conosciamo tutti il resto della storia.

Mentre l'omissione è facilmente spiegabile, dovuta ai dettagli propri della narrazione, non è spiegabile il motivo della sua inclusione proprio in questo punto del vangelo, né l'accettazione tanto unanime della cristianità se si trattasse realmente di un'interpolazione.

Personalmente, in base alle prove manoscritte esterne, sufficienti a potere sostenere l'autenticità di questo brano, considero saggia l'inclusione di questo brano nelle nostre Bibbie e la serena valutazione di questa narrazione come Parola di Dio.

 

1 Timoteo 3:16

Questo brano della Parola di Dio è davvero importante. 

Legge così la Nuova Diodati: "E, senza alcun dubbio, grande è il mistero della pietà: Dio è stato manifestato in carne, è stato giustificato nello Spirito, è apparso agli angeli, è stato predicato tra i gentili, è stato creduto nel mondo, è stato elevato in gloria".

La colpa del testo maggioritario in questo punto è quella di essere più corretto sia grammaticalmente che dal punto di vista teologico rispetto ai manoscritti che propongono un'altra lettura.

Legge così la Nuova Riveduta: "Senza dubbio, grande è il mistero della pietà: Colui che è stato manifestato in carne, è stato giustificato nello Spirito, è apparso agli angeli, è stato predicato fra le nazioni, è stato creduto nel mondo, è stato elevato in gloria".

C'è però qualcosa da dire. La traduzione della Nuova Riveduta, come di solito di tutte le versioni che adottano il testo Standard, non è esattamente fedele all'originale greco adottato. Questo, infatti, legge, se vogliamo provare a fare una traduzione letterale dal greco: "il quale è stato manifestato in carne, è stato giustificato nello Spirito..." oppure "che è stato manifestato in carne ...", come se il soggetto fosse stato appena espresso e, quindi, qui non vi fosse alcun bisogno di ripeterlo. Faccio un esempio. Il testo in greco appare come se si fosse detto, "Dio, il quale è stato manifestato in carne...", oppure, "noi predichiamo Cristo, il quale è stato manifestato in carne...". La Nuova Riveduta non traduce questo brano, lo riscrive dandogli un soggetto che nella ricostruzione originale del Nestle-Aland non c'è!

Per tale motivo alcuni sostengono che ci troviamo qui davanti ad un inno cristologico che viene citato solo in parte da Paolo, il quale da per scontato che i propri lettori lo conoscano per esteso. Anche se così fosse, come poteva tralasciare l'apostolo il soggetto in un'affermazione dottrinale di tale spessore?

Qualunque traduzione si adotti, credo che non possa sfuggire di vista l'ovvio e cioè che questa affermazione dell'apostolo non può essere compresa se non come attestante la verità che "Dio è stato manifestato in carne".