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Giuseppe Guarino

 

Eternità, Incarnazione e Rivelazione del Logos

negli scritti dell’apostolo Giovanni

 

Premessa 

            Ho già parlato della “Parola” di Giovanni come eterna persona con il Padre, con lui agente creatore di ogni cosa, come lui Dio. Ebbene il termine “Parola” italiano corrisponde alla parola greca originale Logos, ὁ Λόγος. In questa appendice utilizzerò il termine originale e la sua traduzione alternativamente, in base al contesto.

            La traduzione dall’originale greco, se non detto diversamente, è mia.

 

a. Eternità, “personalità” e deità del logos: Giovanni 1:1

 

Scrive così l’apostolo Giovanni all’inizio del suo Vangelo:

 

᾿Εν ἀρχῇ ἦν ὁ Λόγος [1]

 

“In principio era il Logos”.

 

            Riporto il testo greco perché credo sia pertinente dare un’occhiata alla traduzione greca dei LXX in Genesi 1:1 per comprendere di cosa parli in concreto il brano quando dice: “In principio”.

 

L’originale ebraico di questo stupendo inizio della Parola di Dio legge così:

בראשׁית ברא אלהים את השׁמים ואת האר [2]

 

Genesi 1:1, legge:

Ἐν ἀρχῇ ἐποίησεν ὁ θεὸς τὸν οὐρανὸν καὶ τὴν γῆν [3]

 

In italiano: “In principio Dio creò il cielo[4] e la terra”.

 

            Ἐν ἀρχῇ (En arché) traduce l’ebraico בראשׁית, (Berescit) dandoci la certezza che quando l’apostolo Giovanni apre il suo vangelo con le parole “In principio”, ᾿Εν ἀρχῇ, (En arché) si sta riferendo proprio a בראשׁית, (Berescit) prima parola del primo libro di Mosè.

 

            Il “principio”, l’inizio della creazione di Dio, è anche l’inizio del trascorre del tempo. Prima di quell’attimo non siamo nemmeno autorizzati a parlare di “tempo”. E’ quel attimo, il primo che la mente umana riesce a concepire, il primo e più lontano al quale possiamo in ogni senso riferirci. Al di fuori del tempo, infatti, non sappiamo cosa vi sia – né credo possiamo riuscire a comprenderlo. Prima di quell’istante vi era solo quel concetto astratto che chiamiamo “eternità”.

            “In principio era il Logos”. Nel momento più remoto al quale la nostra mente può giungere, già allora era il Logos di Dio, già allora esisteva.

            L’apostolo mette in evidenza il netto contrasto fra l’essere del Logos e l’inizio della creazione di Dio, l’eternità del primo ed il divenire del secondo – quasi per metterci subito in guardia dal pensare che il Logos possa esser stato anche lui creato.

            Egli era. Egli non viene all’esistenza. Nel momento del passaggio dell’eternità allo scorrere del tempo, il Logos già era.

 

            καὶ ὁ Λόγος ἦν πρὸς τὸν Θεόν”, “e il Logos era presso Dio”, oppure “e il Logos era con Dio”.

 

            E’ mia opinione che quando ci si riferisce al Logos di Giovanni e lo si mette in relazione alla filosofia greca, si fa un torto alla cultura ebraica ed alle stesse Scritture. E’ verissimo che la parola e persino il concetto di Logos si trovano nella cultura greca; ma è anche vero che la cultura ebraica aveva in sé il germe di un Logos di Dio e, già ai tempi di Gesù si era sviluppata un’interpretazione che ne identificava la presenza nelle Scritture ebraiche. Ed è a quest’ultime che Giovanni fa senz’altro riferimento.

            In Genesi 1:26 leggiamo: “Poi Dio disse: "Facciamo l'uomo a nostra immagine, conforme alla nostra somiglianza” (Nuova Riveduta). Questa frase è stata spiegata in diverse maniere. Ma in realtà, nella gradualità della Rivelazione di Dio, essa da frase oscura nel vecchio patto, diviene comprensibile e chiara nel nuovo. E l’apostolo Giovanni è ben conscio di dare la chiave di lettura per la sua (completa) comprensione quando afferma che “In principio, era il Logos. Egli era con Dio”. Quel plurale che implica l’interagire di più di uno (noi diciamo nella nostra lingua di più “persone”) di cui leggiamo nella Genesi, alla luce (e di luce veramente si tratta) dell’interezza della testimonianza delle Scritture, quei “noi” coinvolti nella frase di Genesi 1:26, per Giovanni, ispirato dallo Spirito Santo, altri non sono che Dio ed il suo Logos.

            Sono secoli che ci si scervella in certi ambienti per capire cosa intendesse dire Mosè con le sue parole. E la semplice verità è che se non comprendiamo che l’autore della Genesi è fondamentalmente lo stesso dell’Apocalisse, la Bibbia rimane un rebus irrisolvibile. Se non leggiamo l’Apocalisse alla luce della Genesi, e la Genesi alla luce dell’Apocalisse non comprenderemo appieno il disegno dell’autore dietro quel testo. E così via, la chiave per la comprensione vera di ciascuno dei 66 libri del canone, è leggerlo alla luce degli altri 65![5]

            Come sa bene chi segue il mio lavoro, io amo scrivere. Ogni scrittore degno di questo nome comincia il suo lavoro con in mente l’idea dell’intreccio che riguarderà la sua opera. Nelle prime pagine getterà dei piccoli semi per stimolare la curiosità e l’intelletto del lettore attento. Pian piano farà comprendere un numero sempre maggiore di dettagli, fino allo sciogliersi di tutti i nodi che sarà il finale del libro.

            La Bibbia non è un romanzo giallo, o rosa, o di altro colore. Ma la sua trama si spiega all’interno dei libri che la compongono e non può essere letta alcuna sua parte senza considerare attentamente le altre sue porzioni non se si spera di riuscire ad avere la visione corretta dell’unico messaggio che fondamentalmente questa comunica all’uomo, non se si vuole comprende il Dio che si rivela all’uomo.

 

            La parola ebraica utilizzata in Genesi 1:1 (e anche nei versi che seguono) che di solito viene tradotta Dio (אלהים, nel nostro alfabeto Elohim[6]) è in sé un termine, diremo per semplificare, al plurale. Anche questa apparente “stranezza” assume un significato nella teologia di Giovanni. Egli infatti aggiunge: “καὶ Θεὸς ἦν ὁ Λόγος [7], cioè “e il Logos era Dio”.

            Quindi il Logos che era in principio, che già esisteva quindi quando Dio creò ogni cosa; quel Logos che era con lui, con lui Dio conversava nella creazione; il Logos era Dio. E ciò spiega le parole che leggiamo in Genesi dopo il peccato dell’uomo: “Poi Dio il SIGNORE disse: "Ecco, l'uomo è diventato come uno di noi, quanto alla conoscenza del bene e del male. Guardiamo che egli non stenda la mano e prenda anche del frutto dell'albero della vita, ne mangi e viva per sempre”. (Genesi 3:22). Chi parla è Dio il SIGNORE (come traduce la Nuova Riveduta) YHWH[8]-Elohim, in ebraico “יהוה אלהים”. Come ho già detto in altri miei studi, l’affermazione di Giovanni non è sorprendente, né nuova, è solo una chiave di lettura dell’Antico Testamento. Anzi, la chiave di lettura dell’Antico Testamento su אלהים (Elohim), sui “noi” coinvolti nella creazione e sulla loro natura condivisa di Dio.

            Nel greco di Giovanni 1:1 la parola “Dio” viene utilizzata in due maniere. La prima è “ὁ Θεὸς, nella sua declinazione “τὸν Θεόν”, ed indica l’identità di Dio, la persona del Padre (“del Dio”, direi) con il quale era il Logos. La potenzialità della lingua greca permette a Giovanni di fornire una perfetta descrizione della diversa identità dei due, che sono “ὁ Θεὸς” e “ὁ Λόγος” ma anche della loro natura perché entrambi, implicitamente in “ὁ Θεὸς[9]”, in quanto chiaro dalla maniera nella quale è chiamato, ed esplicitamente per “ὁ Λόγος”, sono definiti (in armonia con le Scritture che già in Genesi 3:22 li definivano entrambi אלהים, Elohim) Θεὸς, cioè Dio. La presenza in greco dell’articolo sottolinea la distinzione (personale), mentre l’assenza dello stesso in Θεὸς li accomuna nella loro essenza di Dio.

 

b. Il Logos per la religione ebraica

            Devo premettere che considero personalmente sufficiente la testimonianza dell’apostolo Giovanni per ritenere che la concezione del Logos deve essere stata già patrimonio della fede giudaica. Sono convinto, comunque, come del resto confermano altre evidenze, che il suo prologo non enunciasse delle novità assolute, ma che si andasse perfettamente ad integrare con le convinzioni dell’interpretazione del giudaismo del suo tempo, sulla scia della quale continua e che spiega alla luce della persona di Gesù di Nazareth.

            Per le informazioni sulle posizioni del giudaismo in merito al Logos (Memra, in aramaico) ho ritenuto opportuno attingere all’enciclopedia giudaica disponibile al seguente indirizzo internet: http://www.jewishencyclopedia.com/articles/10618-memra

            E’ un riferimento tanto semplice ed accessibile quanto autorevole.

            Non possiamo, però, speculare troppo sul significato che attribuisce la religione ebraica alla “Parola” di Dio, “Logos” in greco, Memra in ebraico. Ma allo stesso tempo non siamo autorizzati nemmeno a sminuire il contributo che trasmette la fede ebraica al cristianesimo per la comprensione della corretta lettura dell’apostolo Giovanni.

            Il suddetto riferimento scrive così: “La Parola”, intesa nel senso di parola diretta al fine della creazione o della direzione, o discorso di Dio che manifesta il suo potere nel mondo della materia o del pensiero; è un termine usato in particolar modo nel Targum come sostituto di “il Signore” quando si vuole evitare un antropomorfismo”.

            Alcuni riferimenti importanti nello stesso articolo sono:

            “La Mishnah, con riferimento ai dieci brani di Genesi (capitolo 1), che cominciano con “E Dio disse”, parla dei dieci “ma’amarot’ (=discorsi) mediante i quali il mondo era stato creato”      Ancora più in là leggiamo sull’uso del Targum: “Nel Targum la Memra appare costantemente come la manifestazione del potere divino, o come messaggero di Dio al posto di Dio stesso, dove il predicato non è in conformità con la dignità o la spiritualità della Deità.”      

            Il continuo di questo articolo è troppo interessante per non continuare a citarlo – almeno in parte.            

            “Invece di quanto dice la Scrittura “Voi non avete creduto nel Signore”, Targ. Deut. 1:32 legge “Voi non avete creduto nella parola[10] del Signore […] nella Memra l’uomo pone la sua fiducia (Targ. Gen. 15:6; Targ. Ger. in Es. 14:31; Ger. 39:18, 49:11)”.

            Alcuni altri brani che vengono proposti nel Targum e che sostituiscono “Memra” sono: Deut. 18:19, 2 Sam. 6:7, 1 Re 18:24, Osea 13:14, Esodo 19:17, Gen. 3:8, Deut. 4:33, 36, 5:21, Isaia 6:8, Esodo 31:13, 17, Gen. 20:3, Isaia 48:13, Gen.15:1, 6, Esodo 3:12, 4:12, 15.    

Qualcun altro merita però di essere citato:

            La Memra “precede Israele nel deserto (Targ. Ger. in Es. 20:1); benedice Israele (Targ. Ger. in Num. 23:8) […] “Nella Memra sarà la salvezza (Targ. Zac. 12:5)”

            Consiglio a chiunque possa farlo (è in lingua inglese) di leggere egli stesso il Targum che si sta pubblicando sul sito www.targum.info/targumic-texts/ [11]

 

            Perché per noi cristiani questi brani biblici assumono tanta importanza? Proprio perché Giovanni che certamente conosceva il pensiero religioso dell’ebraismo dal quale proviene (dal quale ne uscì seguendo Gesù) offre non una nuova interpretazione, bensì la conferma della correttezza dell’interpretazione ebraica dell’Antico Testamento. Ad essa somma l’annuncio che quella “Memra”, che gli interpreti delle Scritture hanno compreso essere l’agente fra Dio e il mondo, si è incarnato in Gesù di Nazareth (Giovanni)[12]. Se posso aggiungere una nota di partigianeria, devo dire che la speculazione cristiana ha praticamente scoraggiato se non del tutto bloccato quella ebraica. Perché noi siamo giunti lì dove l’ebraismo non riusciva ad arrivare. (Meglio ancora: gli ebrei vi sono giunti, ma in un numero sparuto). Perché il prossimo naturale passo nella riflessione sulla Memra era la sua incarnazione nel Messia promesso ad Israele e il riconoscimento di quel Messia in Gesù di Nazareth. 

            Non mi sorprende, alla luce di ciò, l’affermazione con la quale si chiude quell’articolo che ho messo alla base di questa riflessione sull’aspetto giudaico del Logos: “Probabilmente a motivo del dogma Cristiano, la teologia rabbinica, al di fuori della letteratura del Targum, ha fatto scarso uso del termine ‘Memra’”.

 

c. Il Logos in Filone Alessandrino

 

            C’è invece chi è passato alla storia della filosofia, divenendo oggetto di interesse sia per ebrei che per cristiani, per gli aspetti del proprio pensiero proprio sul logos. Sto parlando di Filone alessandrino, filosofo e scrittore ebreo vissuto ad Alessandria d’Egitto a cavallo del I secolo d.C. (20 a.C. – 50 d.C.).

            Ritengo questa figura importante per due motivi.

            Il primo riguarda il rapporto in cui mette la fede ebraica e la filosofia greca, dicendo di quest’ultima che è stata influenzata ed è chiaramente dipendente dalla prima. Devo ammettere che trovo interessante questa sua teoria. Anzi, trovo bello il coraggio di questo “filosofo” – parola che uso nel senso in cui lui la intendeva – che rivendica il primato degli scritti di Mosè rispetto al pensiero filosofico greco.

            In questa prospettiva, possiamo affermare, immaginando nel cristianesimo comunque uno sviluppo del giudaismo, che è vero che Giovanni utilizza il termine Logos greco, ma non è alla dottrina di Stoici, o di Platone o di Eraclito che fa riferimento, perché sono comunque loro ad avere preso in prestito dalla cultura ebraica e non viceversa. Certo se immaginiamo che la dottrina della Memra, del Logos è già lì nel libro della Genesi composto nel XVI secolo a.C., non possiamo non riconoscere almeno la precedenza della Legge, in senso squisitamente temporale. Giovanni poi utilizza un termine greco, ma la sua idea, la cultura alla quale attinge, non potrebbero essere più ebraiche di così. Le motivazioni delle sue parole non sono da ricercare nelle speculazioni dei filosofi greci, bensì cominciano nelle prime pagine della Genesi, fino alle profezie di Malachia.    

            Ma l’intuizione più strabiliante degli scritti di Filone, bisogna ammetterlo, è la sua idea del Logos di Dio! Al punto che alcuni mettono in dipendenza gli scritti neotestamentari da quelli di Filone. Non posso concordare con quest’ultima ipotesi. Filone raccoglie ed elabora la testimonianza delle Scritture ebraiche per spiegare al mondo ellenico nel quale viveva immerso il senso della sua fede ebraica, rivendicandone il valore quale filosofia e filosofia antichissima. Giovanni raccoglie, elabora e prosegue, portando alla giusta, inevitabile, conclusione, la dottrina veterotestamentaria della Memra, nell’incarnazione del Logos in Gesù di Nazareth, mostrandoci come quanto osservato nella Genesi e negli altri libri del canone ebraico, in realtà era solo il preludio all’evento che è l’incarnazione del Cristo.

            Vale proprio la pena riprendere qualche affermazione che rinveniamo nella stupenda opera di Filone chiamata “De Opificio Mundi”.

            “ἢ θεοῦ λόγον ἤδη κοσμοποιοῦντος”, (VI.24), frase che, seguendo quanto mi insegna C.D. Yonge, del quale ho la versione in inglese delle intere opere di Filone, traduco come segue: “… la ragione di Dio, occupata nella creazione del mondo …”. Logos in greco può indicare la parola, il pensiero, la ragione; purtroppo le sfumature di una lingua si perdono nel passaggio ad un’altra. E’ vero che Filone con ogni probabilità si riferiva alla “ragione”, ma è anche vero che era conscio di utilizzare il termine Logos, che sicuramente metteva in relazione con la Memra ebraica, punto d’inizio della sua riflessione rivolta poi a dei greci ed espressa in lingua greca, con tutte le potenzialità che ciò gli offriva.

            Più avanti parla anche di “ragione di Dio” ovvero di “parola di Dio”, (VI.25), “ὁ θεοῦ λόγος”.

            I suoi scritti sono pieni di temi che hanno fatto riflettere generazioni di studiosi per cercare di capire la loro relazione con le dottrine cristiane in Giovanni e nelle epistole di Paolo. Io sono convinto che se due cose si assomigliano troppo: o una dipende dall’altra, o entrambe dipendono da una terza. E credo di non dire nulla che non sia ovvio. Se devo, quindi, dare una mia opinione (e la propongo anche per non lasciare il lettore deluso per il mio silenzio), sebbene proprio per questo dettaglio sia in fase più di raccolta dati che di elaborazione, io direi che Filone, Paolo e Giovanni continuano con coerenza il pensiero ebraico del tempo: Filone proponendolo ai greci nel linguaggio dei greci; Paolo e Giovanni proponendolo a chiunque sia interessato in questo messaggio, nella prospettiva di Gesù Cristo, Creatore, Salvatore e futuro Giudice del mondo.

            Lo so che forse è superfluo ripeterlo, ma preferisco farlo. Non sto dicendo qui che Filone alessandrino credeva nel Logos persona divina nel senso in cui ne parla il Nuovo Testamento. Né che il suo linguaggio preludesse a degli sviluppi trinitari [13]. Dico soltanto che da quello che abbiamo visto in questo paragrafo e nel precedente, abbiamo prove certe che il senso del Logos giovanneo non è da cercarsi nella filosofia greca, perché l’apostolo non ha attinto da essa, bensì nel pensiero ebraico, originato dalla contemplazione del dato delle Scritture dell’Antico Testamento[14].

 

d. Il Logos nei “padri” della Chiesa

     

            Nel 1991 ho comprato un libro intitolato “Dialogo con Trifone” di Giustino. Quest’ultimo è un apologeta vissuto nel secondo secolo, autore di diversi scritti concepiti appunto in difesa del credo cristiano. In lui, come in diversi scrittori che altro non sono che pagani convertiti alla nuova fede cristiana, il problema sull’identità del Logos è cosmico. Nell’approccio ortodosso [15] si ha la coscienza che si tratta di un argomento che si trova nelle Scritture ebraiche; ma con l’aiuto della lingua universale di quel tempo, e nel contesto della cultura greca che pervadeva il mondo di allora, il messaggio del Logos diveniva universale e punto d’incontro fra fede cristiana e pensiero greco.

            Scrive proprio Giustino: “Io confesso e mi vanto del fatto che con tutte le mie forze io mi sforzo di essere un cristiano”. Questa la sua confessione di fede. Questo il suo credo: “Accanto a Dio, noi adoriamo ed amiamo la Parola (Logos) che proviene dall’ingenerato ed ineffabile Dio, che è divenuto uomo per amor nostro, in maniera che, condividendo le nostre sofferenze, ci potesse portare la guarigione”. II Apologia, capitolo 13.

            Ma in particolare e per esteso vediamo cosa ha da dire nel suo “Dialogo con Trifone” circa l’argomento che stiamo trattando. In questo lungo scritto Giustino dialoga con un interlocutore giudeo e sostiene, alla luce dell’Antico Testamento, che Gesù è il Logos di Dio apparso ai patriarchi fattosi uomo. Ciò ci introdurrà al tema del prossimo paragrafo, dando una stupenda continuità a quanto abbiamo evidenziato finora.

            “Mosè, quindi, il benedetto e fedele servo di Dio, dichiara che colui che apparve ad Abraamo sotto la quercia di Mamre è Dio …”. Capitolo 56.

            “… Colui che è chiamato Dio ed è apparso ai patriarchi è chiamato sia Angelo che Signore, in maniera che voi possiate comprendere che egli è il servitore del Padre di tutte le cose […] Egli è sia Angelo che Dio e Signore, ed è apparso come uomo ad Abraamo, ed ha combattuto in forma umana con Giacobbe, e venne visto da lui quando fuggiva da suo fratello Esaù”. Capitolo 58.

            Continua ancora così: “Permetti di mostrarti (parla con Trifone) ancora dal libro dell’Esodo come questo stesso individuo, che è Angelo, Dio, Signore, uomo, e che è apparso in forma umana ad Abraamo ed Isacco, è apparso in un fuoco ardente dal pruno ed ha conversato con Mosè”. Capitolo 59.

            Giustino cita per esteso le Scritture per provare le sue posizioni al suo interlocutore Giudeo. Ma a noi, in questo contesto, interessano più le sue conclusioni.

            “Quindi né Abraamo, né Isacco, né Giacobbe, tantomeno un altro uomo, hanno mai visto il Padre e Signore ineffabile di tutto, ed anche di Cristo, ma videro colui che è secondo la sua volontà suo Figlio, essendo Dio, e Angelo perché serve la sua volontà; il quale si è anche compiaciuto di nascere per mezzo della vergine, che era fuoco quando conversava con Mosè dal pruno”. Capitolo 127.

            Ireneo visse quasi contemporaneamente a Giustino. Scrisse così tante cose sul Figlio di Dio nel suo monumentale “Contro le eresie” che mi sembra persino di fargli un torto a citarlo brevemente, ma non posso fare altrimenti.

            “Ora questi è la Sua Parola, il nostro Signore Gesù Cristo, che in questi ultimi tempi è stato uomo fra gli uomini”. Libro IV, capitolo 20.4. Egli scrisse: “la Parola parlò a Mosè …”. 20.9.

            Citiamo un altro “padre ” della Chiesa, Teofilo di Antiochia, il quale visse anche lui nel II secolo d.C. Anche i suoi scritti sono belli ed istruttivi.

            Scrive: “In verità Dio, il Padre di tutto non può essere contenuto, e non si trova in alcun posto, perché non vi è luogo per il suo riposo; ma la Sua Parola, per mezzo del quale ha creato ogni cosa, e essendo il Suo potere e la Sua sapienza, impersonando il Padre e Signore di tutto, andò nel giardino, nella persona di Dio e conversò con Adamo”. Ad Autolico, libro II, capitolo 22.

            Non voglio annoiare oltre il lettore parlando di qualcosa che credo di avere già ampiamente dimostrato. Per concludere, quindi, accenno ad Eusebio di Cesarea, il quale scrisse nel IV secolo una stupenda “Storia ecclesiastica”. Gli argomenti appena trattati sulla Parola di Dio, le sue apparizioni ai patriarchi, la sua Divinità e la sua incarnazione in Gesù sono parte dell’introduzione che egli stesso fa al suo lavoro.

            Stabilita la continuità fra il credo cristiano della Chiesa primitiva, logico prosieguo delle riflessioni ebraiche sull’Antico Testamento, torniamo al vangelo di Giovanni e continuiamo la spiegazione delle parole del suo meraviglioso prologo.

 

e. Il Logos Creatore

          Fermo quanto abbiamo stabilito dalla lettura di Giovanni 1:1 e cioè che il Logos è eterno, che era già quando il tempo stesso ebbe origine; stabilito anche che il Logos è distinto da Dio (Padre); chiarito che il Logos è con Dio (con l’articolo determinativo: identità), e Dio (senza articolo: qualità) anche lui. Avendo ormai chiari questi punti, passiamo a considerare gli strabilianti risvolti del discorso di Giovanni.

            Giovanni 1:2: “οὗτος ἦν ἐν ἀρχῇ πρὸς τὸν Θεόν”, cioè: “Egli era in principio con Dio”. E’ come se qui si facesse un passo indietro, per ribadire in un’unica frase quanto appena detto in Giovanni 1:1a e 1b, e cioè che il Logos era con Dio nel momento creativo descritto in Genesi 1:1 e seguenti.

            Comprendo che nella nostra lingua – ma anche in quella greca – risulta poco comprensibile una tale ripetizione, forse anche poco elegante. Ma per capirne il senso, basta pensare al forte sostrato semitico di questo brano cui ho ampiamente accennato e tutto diverrà chiaro. C’è poi un ritmo nelle frasi, che mi ricorda i punti dove Gesù faceva leva proprio sulla lingua e cultura ebraica per esprimere i suoi insegnamenti nella maniera caratteristica che gli permetteva proprio quel contesto semitico.

            Vediamo cosa accade a mettere in versi quanto abbiamo studiato finora e le ultime affermazioni sul Logos.

 

In principio era il Logos

E il Logos era con Dio

E il Logos era Dio

 

Egli era in principio con Dio

Tutto è venuto all’esistenza per mezzo di Lui

E senza di Lui nulla di ciò che è, è venuto all’esistenza

           

            Giovanni dice che Dio ha creato ogni cosa, proprio in quel principio di Genesi 1:1, tramite il suo Logos. Si premura di specifica che TUTTO è venuto ad esistere per mezzo di Lui.

            L’ultima frase è a dire il vero un po’ enigmatica. Che significa, infatti, che ciò che esiste non esiste senza di lui? L’unica è intendere questa frase, sulla scorta delle affermazioni che fa Paolo nelle sue epistole, e quindi attribuirgli il seguente significato: “tutto ha un senso perché c’è lui e senza di lui nulla ha senso: perché Lui è non solo il mezzo della creazione, ma anche lo scopo. E’ la fonte della creazione ed anche il suo fine”.[16] 

 

            Vediamo quindi cosa accadde in quel “principio” in cui ebbe inizio la creazione.

 

            “Nel principio Dio creò i cieli e la terra. La terra era informe e vuota, le tenebre coprivano la faccia dell'abisso e lo Spirito di Dio aleggiava sulla superficie delle acque.

 

            Dio disse: "Sia luce!" E luce fu”. (Genesi 1:1-3)

            Genesi 1:6, “Poi Dio disse: …

            Genesi 1:9, “Poi Dio disse: …

            Genesi 1:11, “Poi Dio disse: …

            Genesi 1:14, “Poi Dio disse: …

           

            E’ chiaro da quanto leggiamo nella Genesi che Dio crea tutto per mezzo della sua parola. Egli infatti dice: sia la luce, ed essa esiste. E così via, per tutte le altre cose create.

            La riflessione ebraica è la corretta interpretazione di quanto avvenuto all’alba del tempo e descritto così meravigliosamente nelle prime pagine delle Sacre Scritture.           L’ipostatizzazione della Parola (Memra in aramaico, Dabar in ebraico, Logos in greco) non solo come mezzo per la creazione, ma come creatore a sua volta, è motivata subito dalle parole pronunciate al sesto giorno della creazione quando nel momento solenne della creazione dell’uomo, Dio conversa con se stesso.

            Genesi 1:26, “Poi Dio disse: "Facciamo l'uomo a nostra immagine, conforme alla nostra somiglianza”.

            Dio parlava con il suo Logos ed insieme creano l’uomo a loro immagine e somiglianza.

            C’è da stupirsi se la riflessione ebraica, testimoniata nel Targum, concludesse che era stata la Parola (Memra) a conversare con Adamo e fosse lei a camminare nel giardino dell’Eden? Sono infatti le parole pronunciate più avanti che rendono questa riflessione non solo plausibile, ma persino corretta: “Poi Dio il SIGNORE disse: "Ecco, l'uomo è diventato come uno di noi, quanto alla conoscenza del bene e del male. Guardiamo che egli non stenda la mano e prenda anche del frutto dell'albero della vita, ne mangi e viva per sempre”.

           

            La riflessione ispirata dallo Spirito Santo e messa per iscritto dall’apostolo Giovanni è  implicita nelle Scritture ebraiche.

            E’ quanto dirò nel paragrafo che segue che è totalmente nuovo, direi straordinariamente nuovo, sebbene in perfetta armonia e continuità con l’insegnamento dell’Antico Testamento, potenzialmente lì ed inevitabile risvolto della necessaria completa manifestazione storica di Dio fra gli uomini.

            Mentre scrivo queste righe avverto quanto di più ci sia da dire su questa straordinaria porzione delle Sacre Scritture. Sto però sforzandomi di non perdere il filo conduttore della mia discussione, che è: l’eternità, la manifestazione storica e la manifestazione futura del Logos di Dio. Siamo ancora alla contemplazione del Logos nella sua eternità e nell’opera che ha svolto nella Creazione. Ma è già il momento di passare alla sua manifestazione storica.

 

f. la manifestazione storica del Logos

 

            “In lui era la vita e la vita era la luce degli uomini. E la luce risplende nelle tenebre e le tenebre non l'hanno compresa.

 

            E’ proprio in questo verso che viene descritto il passaggio, dall’eternità alla manifestazione storica.

            Nel Logos era la vita. Non solo, quindi, egli non è stato creato, ma la vita stessa è in Lui! La profondità di una tale affermazione lascia senza parole. Ho già discusso nel mio commentario alla prima epistola di Giovanni del fatto che la vita alla quale fa qui riferimento l’apostolo non è la mera esistenza, ma l’esistenza vera che solo la presenza di Dio può trasmetterci. Quando nel commentare l’inizio di quell’epistola ho detto che l’apostolo tralascia le verità eterne che riguardano il Logos, delle quali ha discusso nel suo Vangelo, per intrattenersi sulle conseguenze terrene della manifestazione della sua persona, mi ricollegavo proprio a questo verso che stiamo esaminando adesso.

            Rivediamo le parole di quell’epistola alla luce del vangelo.

            “Quel che era da principio, quel che abbiamo udito, quel che abbiamo visto con i nostri occhi, quel che abbiamo contemplato e che le mani nostre hanno toccato della parola della vita”. Vale proprio la pena, alla luce degli approfondimenti che abbiamo fatto notare che il greco della frase “parola della vita” è “τοῦ λόγου τῆς ζωῆς” (si legge: tu logu tes zoes). Ritroviamo qui il termine Logos (nella sua declinazione al genitivo) e posso soltanto immaginare (o forse dovrei dire, non riesco nemmeno ad immaginare) quanto più forte una costruzione del genere debba essere in ebraico, lingua nella quale probabilmente queste parole sono naturalmente giunte, per ispirazione dello Spirito Santo, nel pensiero dell’apostolo Giovanni.

            Sarà nel suo vangelo che egli ricorderà come Gesù proclamò al mondo la verità della sua essenza: “Io sono la Via, la Verità e la Vita”.       

 

            “Vi fu un uomo mandato da Dio, il cui nome era Giovanni, Questi venne come testimone per rendere testimonianza alla luce, affinché tutti credessero per mezzo di lui; egli non era la luce, ma fu mandato per rendere testimonianza della luce”.

            La manifestazione del Logos è preceduta da un testimone importante, Giovanni Battista. L’idea della testimonianza per affermare la realtà di un qualche fatto è alla base della Torah, della Legge mosaica. Se facciamo bene attenzione, noteremo che questo principio è oggi vivo e vegeto anche nel nostro sistema legislativo. Ciò perché vi sono delle leggi in questo mondo che Dio ha voluto e che nessuno potrà mai revocare. Negli scritti di Giovanni, come si vede in vari punti, l’importanza della testimonianza non è mai sottovalutata; anzi è proposta regolarmente a sostegno della Verità.

 

            “Egli (Il Logos) era la luce vera, che illumina ogni uomo che viene nel mondo”.

            “Egli (Il Logos) era nel mondo, e il mondo fu fatto per mezzo di lui, ma il mondo non lo ha conosciuto”.

            La luce è da intendersi come l’insieme degli attributi positivi che sono caratteristici della persona di Dio e riguardano, di conseguenza, anche la sua manifestazione visibile, il Logos. Nella semplice parola “luce” possiamo vedere la bontà, la giustizia, l’amore, la grazia, e tutte le altre qualità del nostro Dio – fonte di ogni bene e cosa buona.

 

            “Egli è venuto in casa sua, e i suoi non lo hanno ricevuto, ma a tutti coloro che lo hanno ricevuto, egli ha dato l'autorità di diventare figli di Dio, a quelli cioè che credono nel suo nome, i quali non sono nati da sangue né da volontà di carne, né da volontà di uomo, ma sono nati da Dio”.

            Il Logos è venuto in casa sua: è apparso cioè ad Israele; ma Israele non l’ha accettato. L’invito ad accettarlo adesso è allora rivolto al mondo intero e riguarda ogni uomo. Accettando Lui si ha addirittura l’autorità (!!!) di diventare figli di Dio, essendo rigenerati, ri-creati da Dio ad immagine del suo Figlio.

 

            “E il Logos si è incarnato ed ha dimorato fra di noi, e noi siamo stati spettatori della sua gloria, come gloria dell'Unigenito proceduto dal Padre, piena di grazia e di verità”.

            Quanto detto nei versi precedenti culminano in questo, che ci ricollega all’oggetto della nostra discussione.

            Perché Giovanni precisa: “noi abbiamo contemplato la sua gloria”?

            Perché mentre quanto ha detto sull’eternità del Logos è in armonia con le Scritture ebraiche, quello che dice adesso sull’incarnazione può dimostrarlo soltanto per mezzo della prova testimoniale. La testimonianza della realtà dell’incarnazione del Logos in Gesù di Nazareth è quella di Giovanni Battista che ne annunciò l’arrivo e che lo riconobbe. E’ anche la testimonianza degli apostoli, che videro ed ebbero piena intelligenza di ciò di cui erano spettatori.

            La Nuova Riveduta, la Nuova Diodati leggono al v.14 “abbiamo contemplato”, mentre io ho tradotto “siamo stati spettatori”. Questo perché la parola greca originale qui utilizzata dall’apostolo è “ἐθεασάμεθα” (si legge: etheasametha, con la th simile al suono che assume nella lingua inglese), parola dalla quale significativamente deriva l’italiano “teatro”. Il verbo vuole esprimere il concetto di “vedere”, ma non nella maniera così poco incisiva, passiva quasi, del corrispondente italiano. L’idea è infatti è che chi guarda lo fa prestando attenzione, con intelligenza dei fatti che stanno avvenendo sotto i propri occhi. Per questo, facendo proprio riferimento alla parentela con la nostra parola italiana teatro che ho preferito tradurre “ἐθεασάμεθα” con “siamo stati spettatori”.   

            E’ alla manifestazione storica del Logos nella persona di Gesù di Nazareth che tutto il vangelo di Giovanni, tutto il Nuovo Testamento, rendono testimonianza.

 

            “Giovanni gli ha reso testimonianza, esclamando: "Era di lui che io dicevo: "Colui che viene dopo di me mi ha preceduto, perché era prima di me. Infatti, dalla sua pienezza noi tutti abbiamo ricevuto grazia su grazia"". Poiché la legge è stata data per mezzo di Mosè; la grazia e la verità sono venute per mezzo di Gesù Cristo”.

            La conseguenza dell’incarnazione del Logos in Gesù è stata l’arrivo della Grazia e della Verità. Questo evento epocale è messo allo stesso livello di quello della Legge consegnata a Mosè. E’ un nuovo patto, un nuovo capitolo storico che si apre nei rapporti fra Dio ed il suo popolo. Anzi, fra Dio e l’umanità intera, alla quale viene rivolto adesso il messaggio di Grazia e Verità in Cristo.

 

g. Il Logos da sempre manifestazione storica di Dio

 

            Giovanni conclude il suo prologo con un’affermazione che racchiude in sé quanto ha detto finora ed allo stesso tempo persino più di ciò che ha detto finora.

 

Dio non l’ha mai visto nessuno

Il Figlio Unigenito[17] che è nel seno del Padre

E’ colui che l’ha dichiarato

 

            Nessuno ha mai visto Dio è una frase lapidaria, inequivocabile.

            A questa fa eco quanto leggiamo in 1 Timoteo 6:13-16, che vale la pena riprendere in questo contesto: “Al cospetto di Dio che dà vita a tutte le cose, e di Cristo Gesù che rese testimonianza davanti a Ponzio Pilato con quella bella confessione di fede, ti ordino di osservare questo comandamento da uomo senza macchia, irreprensibile, fino all'apparizione del nostro Signore Gesù Cristo, la quale sarà a suo tempo manifestata dal beato e unico sovrano, il Re dei re e Signore dei signori, il solo che possiede l'immortalità e che abita una luce inaccessibile; che nessun uomo ha visto né può vedere; a lui siano onore e potenza eterna. Amen”. (Nuova Riveduta).

            Non capivo perché il testo di Giovanni 1:18 diceva “dichiarato” ed ero quasi tentato di tradurre “mostrato”. Poi ho compreso: Dio si mostra attraverso il Logos  (Parola, Memra, Dabar) quindi in quale altro modo poteva la Scrittura ricollegare quanto dice adesso con i versi precedenti se non parlando della Rivelazione di Dio come di una “dichiarazione”? Come il pensiero invisibile diviene visibile tramite il linguaggio, anche Dio diviene visibile tramite il suo Logos – Diviene visibile rimanendo invisibile. Infatti il pensiero rimane invisibile all’interlocutore, ma quanto di esso si può comprendere e si vuole mostrare viene rivelato tramite il linguaggio.

            Apprendiamo inoltre che il Logos è anche Figlio Unigenito del Padre, con lui in una meravigliosa comunione. Ed è questo intimo legame fra i due che permette al Figlio di essere la perfetta rivelazione del Padre.

            E’ per questo che Gesù poté dire apertamente ai suoi discepoli: “Chi ha visto me ha visto il Padre”, Giovanni 14:9.

 

            Ma c’è un’altra domanda che è lecito porsi: se nessuno ha mai visto Dio, come spieghiamo le affermazioni che rinveniamo nell’Antico Testamento che spesso dicono il contrario?

            Genesi 32:30: “E lo benedisse lì. Giacobbe chiamò quel luogo Peniel, perché disse: "Ho visto Dio faccia a faccia e la mia vita è stata risparmiata”. (Nuova Riveduta)

            Giudici 13:21-22: “L'angelo del SIGNORE non apparve più né a Manoà né a sua moglie. Allora Manoà riconobbe che quello era l'angelo del SIGNORE e disse a sua moglie: "Noi moriremo sicuramente, perché abbiamo visto Dio”. (Nuova Riveduta)

            Non si contano le apparizioni di Dio nell’Antico Testamento e come Dio o viene riconosciuto o lo rivela il testo delle Scritture. Lo abbiamo visto nel Targum. Ne parlano i “padri della Chiesa”. Lo testimoniano ampiamente le Scritture.

            Ci potremmo dilungare su questo argomento ma ritengo inutile farlo, visto che è già stato tutto confermato da più voci ed in più punti. Quanto detto credo basti.

            Concludiamo alla luce di Giovanni 1:18 che Dio Padre non è mai apparso, ma che il suo Unigenito Figlio lo ha rivelato, lo ha mostrato: cioè mostrando se stesso che è Dio, mostra il Padre che è Dio.

            Costui che ci mostra Dio è Unigenito Figlio di Dio, Logos o Parola, Angelo, Via, Verità, Vita, Buon Pastore, Re dei Re, Signore dei Signori, Primo ed Ultimo, Creatore, Salvatore, Uomo, Dio Potente, Messia, Cristo, Figlio dell’uomo, Signore del Sabato, Maestro, Principe della Pace, ecc …, ecc …         Questi si è fatto uomo circa duemila anni fa, nascendo in Betlemme di Giuda da una vergine di nome Maria, e venne chiamato Gesù – nella sua lingua natia Yeshua.

           

h. manifestazione futura del Logos.

 

            Oggi il Signore Gesù è proclamato come Salvatore e la Buona notizia, l’Evangelo, il Kerygma come dicono i più tecnici, è che si è fatto uomo per salvarci morendo sulla croce per pagare il prezzo per i nostri peccati e risuscitando per darci la speranza della vita eterna in Lui.

            La rivelazione di Dio è stata graduale. Egli camminava nel giardino di Eden con l’uomo. Come uomo apparve ad Adamo prima della distruzione di Sodoma. Altre volte apparve come Angelo. Si rivelò come Creatore e Legislatore. Poi è apparso come Gesù e Salvatore. Ma vi è ancora una manifestazione riservata al futuro.

            Leggiamo infatti nell’Apocalisse:

            “Poi vidi il cielo aperto, ed ecco un cavallo bianco, e colui che lo cavalcava si chiama il Fedele e il Verace; ed egli giudica e guerreggia con giustizia. I suoi occhi erano come fiamma di fuoco e sul suo capo vi erano molti diademi, e aveva un nome scritto che nessuno conosce se non lui; era vestito di una veste intrisa nel sangue, e il suo nome si chiama: "La Parola di Dio". (Apocalisse 19:11-13 – Nuova Diodati)

            Quest’ultima affermazione che ho evidenziato in grassetto corrisponde al greco originale “ὁ λόγος τοῦ θεοῦ” (si pronuncia: ho logos tu theu), cioè il Logos di Dio!

            Il ritorno di Gesù sarà la finale e definitiva manifestazione del Logos di Dio al mondo.

            Apocalisse è la translitterazione della prima parola greca del libro che porta questo nome: “Ἀποκάλυψις”, cioè Apocalipsis. Ma, come accade per altre parole originali della Bibbia semplicemente translitterate nella nostra (Battesimo, Osanna, Alleluia, ecc … ) si rischia di perdere il significato originale del termine. Vediamo semplicemente cosa ci insegnano altri punti della Scrittura dove questa parola è utilizzata.

            “Perciò, avendo cinti i lombi della vostra mente, siate vigilanti, e riponete piena speranza nella grazia che vi sarà conferita nella rivelazione (ἀποκαλύψει[18]) di Gesù Cristo”. (1 Pietro 1:13 Nuova Diodati).

            “rallegratevi perché anche nella manifestazione (ἀποκαλύψει) della sua gloria possiate rallegrarvi ed esultare”. (1 Pietro 4:13 Nuova Diodati)

            “perché anche al momento della rivelazione (ἀποκαλύψει ) della sua gloria possiate rallegrarvi ed esultare”. (1 Pietro 4:13 Nuova Riveduta) 

 

             Visto che è piaciuto al Signore che la chiave di lettura della Scrittura fosse nella stessa Scrittura, adesso è chiaro persino qual è il senso delle parole introduttive all’Apocalisse.

 

            “Rivelazione di Gesù Cristo (᾿Αποκάλυψις ᾿Ιησοῦ Χριστοῦ), che Dio gli diede per mostrare ai suoi servi le cose che devono accadere rapidamente e che egli fece conoscere, mandandola per mezzo del suo angelo al suo servo Giovanni, il quale ha testimoniato la parola di Dio e la testimonianza di Gesù Cristo, e tutte le cose che ha visto.

            Beato chi legge e beati coloro che ascoltano[19] le parole di questa profezia e serbano le cose che vi sono scritte, perché il tempo è vicino. Giovanni, alle sette chiese che sono nell'Asia: grazia a voi e pace da colui che è, che era e che ha da venire, e dai sette spiriti che sono davanti al suo trono, e da Gesù Cristo, il testimone fedele, il primogenito dai morti e il Principe dei re della terra. A lui, che ci ha amati, ci ha lavati dai nostri peccati nel suo sangue, e ci ha fatti re e sacerdoti per Dio e Padre suo, a lui sia la gloria e il dominio nei secoli dei secoli. Amen.

               Ecco egli viene con le nuvole e ogni occhio lo vedrà, anche quelli che lo hanno trafitto; e tutte le tribù della terra faranno cordoglio per lui. Sì, amen.

            "Io sono l'Alfa e l'Omega, il principio, e la fine", dice il Signore "che è, che era e che ha da venire, l'Onnipotente".

            (Apocalisse 1:1-8, Nuova Diodati)         

 

            Guardate quanto meravigliosa è l’armonia della Scrittura.

            In Daniele 7:13 il Signore profetizza di questo stupendo evento che è il ritorno di Gesù: “Io guardavo nelle visioni notturne ed ecco sulle nubi del cielo venire uno simile a un Figlio dell'uomo”. (Daniele 7:13 Nuova Diodati)”. Chi è il Figlio dell’uomo lo rivelano i vangeli inequivocabilmente: egli è Gesù!

            Nel libro degli atti leggiamo: “Dette queste cose, mentre essi guardavano, fu sollevato in alto; e una nuvola lo accolse e lo sottrasse dai loro occhi. Come essi avevano gli occhi fissi in cielo, mentre egli se ne andava, ecco due uomini in bianche vesti si presentarono loro, e dissero: "Uomini Galilei, perché state a guardare verso il cielo? Questo Gesù, che è stato portato in cielo di mezzo a voi, ritornerà nella medesima maniera in cui lo avete visto andare in cielo". (Atti 1:9-11 Nuova Diodati).

            Non c’è da sorprendersi se l’angelo dice a Giovanni che “la testimonianza di Gesù è lo spirito della profezia”. (Apocalisse 19:10 Nuova Diodati). Infatti poco più avanti è descritto il glorioso ritorno del Signore Gesù; brano che ho già citato all’inizio ma che riprendo qui per concludere il mio discorso.

            “ Poi vidi il cielo aperto, ed ecco un cavallo bianco, e colui che lo cavalcava si chiama il Fedele e il Verace; ed egli giudica e guerreggia con giustizia. I suoi occhi erano come fiamma di fuoco e sul suo capo vi erano molti diademi, e aveva un nome scritto che nessuno conosce se non lui; era vestito di una veste intrisa nel sangue, e il suo nome si chiama: "La Parola di Dio". (Apocalisse 19:11-13 – Nuova Diodati)

 

            Se da una parte di meravigliamo per la stupenda armonia della testimonianza che le Sacre Scritture ci danno del Logos di Dio, dall’altra non possiamo non guardare alla Sua manifestazione storica definitiva senza essere mossi da un sentimento di trepidante attesa. Vi sono troppe ingiustizie in questo mondo, troppi soprusi, troppa cattiveria, troppo male dappertutto.

            Per dirla con le parole di Paolo:

            “viviamo nella presente età saggiamente, giustamente e piamente, aspettando la beata speranza e l'apparizione della gloria del grande Dio e Salvatore nostro, Gesù Cristo, il quale ha dato se stesso per noi, per riscattarci da ogni iniquità”. (Tito 2:12-14 Nuova Diodati).

            Il ritorno di Gesù sarà un evento che interesserà l’intera umanità e del quale tutti si renderanno conto. Nessuno si sveglierà l’indomani chiedendosi se il Messia dei cristiani è veramente ricomparso come questi hanno predicato per secoli. Tutti lo riconosceranno, sapranno chi è e dovranno, volentieri o loro malgrado, accettare il suo giudizio sull’umanità ribelle.

            Che l’attesa della rivelazione del Cristo non sia soltanto dei cristiani, e che, in un certo senso, i tempi siano profeticamente maturi, lo colgo nelle stupende parole dello studioso ebreo Pinchas Lapide: “… dato che nessun ebreo sa chi sia il Messia venturo, mentre voi credete di conoscere con sicurezza la sua identità, io non potrò opporre alla vostra certezza un ‘no’, ma soltanto un modesto punto interrogativo. Sono dunque disposto ad attendere che venga colui che deve venire, e se questi fosse Gesù di Nazaret ritengo che nemmeno un ebreo che creda in Dio avrebbe la benché minima obiezione da muovere”. Pinchas Lapide e Jurgen Moltmann, Monoteismo ebraico – dottrina trinitaria cristiana, Queriniana, p.71.

            E’ con la naturale riflessione che deve suscitare un’affermazione tanto sorprendente che mi congedo dal lettore.


 

[1] Si legge “en arché en ho Logos” L’acca è aspirata come la “c” nel dialetto toscano.

[2] Si legge (da destra verso sinistra): “Berescit barà Elohim et shamahim vet hahare”. Anche qui l’acca è aspirata, sebbene sia un suono un po’ diverso dall’acca aspirata delle lingue occidentali.

[3] Si legge: “En arché epoiesen o Theos ton uranon kai ten ghen”.

[4] Sebbene la parola ebraica originale sia suscettibile di poter essere tradotta sia “cieli” che “cielo”, è quest’ultima possibilità che viene adottata dalla LXX

[5] Asher Intrater la pensa anche lui così.

[6] Come la “s” in inglese indica il plurale, il finale “im” lo indica in ebraico.

[7] Si legge: kai Theos en ho Logos.

[8] La traslitterazione del tetragramma sarebbe forse più giusta JHVH, ma è ormai uso comune, per non confondere la pronuncia nel mondo anglosassone YHWH, visto che la prima consonante va letta come una “j” (“i” lunga) italiana, che purtroppo però corrisponde nelle lingue anglosassoni al suono di un “g” ed ha dato vita alla lettura errata di Jehovah.

[9] Vi sono dei brani del Nuovo Testamento dove Θεὸς va ad indicare la natura di Dio di ὁ Θεὸς. “οὐκ ἔστιν ὁ Θεὸς Θεὸς νεκρῶν” (Matteo 22:32), che possiamo tradurre: “Dio non è Dio dei morti”. Ed ancora Ebrei 11:16 che legge: “διὸ οὐκ ἐπαισχύνεται αὐτοὺς ὁ Θεὸς Θεὸς ἐπικαλεῖσθαι αὐτῶν”, cioè “per questo Dio non si vergogna di essere chiamato loro Dio”.

[10] Scrivo qui “parola” in minuscolo perché non voglio far dire al testo che sto citando cose che non dice. Non si può andare a caccia della dottrina cristiana (trinitaria) nel giudaismo. Né è onesto citare al di fuori del contesto le frasi che stiamo leggendo, che appartengono al giudaismo, non alla dottrina cristiana e nell’ottica del primo vanno viste, considerate ed intese.

[11] Ero tentato di dilungare il discorso, ma mi rendo conto che il mio entusiasmo potrebbe invece distogliere il lettore dal filo conduttore della mia discussione. Devo però dire che sono rimasto entusiasta da questo sito internet dove un materiale tanto prezioso viene messo a disposizione di tutti gli utenti di internet. Come ho già detto in altri studi le nostre radici ebraiche sono per noi cristiani un tesoro che non solo non possiamo rinnegare, ma che dobbiamo rivendicare come parte inscindibile e preziosa della nostra identità. Non ho ovviamente resistito alla tentazione e ho subito cominciato a leggere i Targumim (è il plurale di Targum) nei punti che più mi incuriosivano.           E’ stupendo leggere nella Genesi: “E la Parola del Signore creò l’uomo a sua immagine”.

            Dopo la caduta dell’uomo si legge: “Ed essi (i nostri progenitori) udirono la voce della Parola di Signore Dio che camminava nel giardino …”. Quest’ultima frase si trova nel Targum Palestinese. Quello di Gerusalemme altrove legge: “ … e la Parola del Signore Dio chiamò Adamo …”.

            Nelle narrazioni della Genesi che riguardano la vita di Abraamo ho trovato due espressioni di straordinaria bellezza ed interesse. La prima riguarda Genesi 20, dove Abraamo è protagonista con sua moglie Sara di una vicenda che coinvolge il re di Gherar, Abimelec. La Genesi nel testo Masoretico ebraico che è tradotto nelle nostre Bibbie legge: “Infatti, il SIGNORE (nell’originale il Tetragramma, quindi Yahweh o Jehovah, come dicono gli anglosassoni) aveva reso sterile l'intera casa di Abimelec, a causa di Sara, moglie di Abraamo”. (Genesi 20:18 – Nuova Riveduta). Ma il Targum legge: “Ma la Parola del Signore aveva chiuso per il dispiacere i ventri di tutte le donne delle casa di Abimelec a causa di Sara moglie di Abraamo”. Quando nelle nostre Bibbie leggiamo: “Dopo queste cose, Dio mise alla prova Abraamo e gli disse: "Abraamo!" Egli rispose: "Eccomi". (Genesi 22:1), il  Targum propone: “E la Parola di Dio mise Abraamo alla prova … ”.

[12] Giovanni mostra di conoscere i Targumim quando in Apocalisse, parlando di Dio come di “colui che è, che era e che verrà” praticamente riprende il Targum di Esodo 3:14!

[13] Giovanni parla del Logos come Dio. Ma Filone si riferisce al lui intanto in un senso più ampio di quello inteso da Giovanni, ciò sia per la natura della sua tendenza alla speculazione filosofica che per le esigenze dei destinatari dei suoi scritti, e non lo definisce Dio nel senso in cui lo intende chiaramente l’apostolo.

[14] La lingua di Giovanni è nell’apparenza greca, nella sostanza ebraica.

Qualche giorno addietro ho visto il sito della scuola frequentata da mio figlio. La presentazione della scuola è stata fatta in lingua italiana ed in lingua inglese. Ebbene di inglese quella presentazione ha solo le parole, ma in tutto e per tutto quel testo è italiano: il modo di strutturare le frasi, la lunghezza delle stesse, i vocaboli scelti, il modo stesso di presentare il pensiero non potrebbero essere più italiani sebbene espressi in lingua inglese. Un madrelingua inglese o americano non avrebbe mai scritto in quel modo. Allo stesso modo lo stile concreto, diretto, essenziale, del greco di Giovanni tradisce pensiero e cultura ebraiche vestite con parole greche. Non è un difetto: è una caratteristica.

[15] Perché la riflessione gnostica va ben oltre.

[16]tutte le cose sono state create per mezzo di lui e in vista di lui”. Colossesi 1:16

[17] Rifiuto categoricamente la lettura che si trova in alcune traduzioni “unigenito Dio” perché fa capo ad un testo greco che dipende da manoscritti in questo punto sicuramente corrotti per dare sapore gnostico alla frase dell’apostolo Giovanni. Ho esposto i miei motivi a favore della lettura “l’unigenito Figlio” sia nel mio libro sulla Trinità che in quello più recente sul testo del Nuovo Testamento. Entrambi si possono visionare o scaricare dal mio sito.

[18] La parte finale di una parola in Greco cambia in base al valore che questa ha nella frase; se è soggetto, o complemento oggetto; se l’articolo è al genitivo, ecc … Si chiama declinazione ed è un fenomeno che riguarda diverse lingue (vedi anche il latino o il tedesco ad esempio) ma non l’italiano. Dico questo perché vista la differenza di coniugazione nei due casi diversi, il lettore potrebbe pensare che si tratti di due parole distinte.

[19] Queste parole all’apparenza enigmatiche sono spiegate dal fatto che nell’antichità, vista anche la rarità dei manoscritti, vi era chi leggeva alla congregazione e chi ascoltava.