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Giuseppe Guarino

L'EPISTOLA AGLI EBREI

- appunti -
 

Ebrei 1:1-3
 

Introduzione

Fra le epistole del Nuovo Testamento, quella agli Ebrei rappresenta senz'altro un caso a parte.

Vi è un certo consenso nel dubitare che Paolo possa essere stato l'autore di questa epistola. I motivi a favore di una tale tesi, o negazione, sono vari.

Personalmente sono favorevole per l'attribuzione di questa epistola all'apostolo Paolo. Se è informale l'inizio dello scritto, non assimilabile alle altre lettere scritte dall'apostolo, bisogna anche aggiungere che questo intero scritto differisce dalle altre epistole paoline e non che rinveniamo nel Nuovo Testamento. Nulla di straordinario che differisca anche nell'impostazione. Infatti è indubbio che per buona parte lo stile è quello di un sermone, il genere non è quello epistolare. Solo ad un certo punto, verso la fine dello scritto, cominciamo ad incontrare delle affermazioni dirette agli ipotetici destinatari dello scritto. Chi fossero veramente i primi destinatari di questo scritto non lo sappiamo e il titolo che ci è giunto, bisogna ammetterlo, sia nelle sue forme più primitive che in quelle più elaborate dei manoscritti più tardi, riesce a darci un'idea meno vaga. Ma che la discussione fosse indirizzata a degli ebrei convertiti a Cristo è impossibile da negare. Quindi in un'ultima analisi il titolo calza perfettamente il senso del contenuto dello scritto.

Paradossalmente Ebrei è divenuta di particolare importanza per i cristiani per confutare alcuni degli errori della chiesa romana, la quale, anacronisticamente e contrariamente a quanto espressamente insegnato da questa "epistola" continua ad ordinare sacerdoti e fare della ripetizione del sacrificio di Cristo quasi il tutto della missione affidata da Gesù alla Chiesa.

A favore dell'attribuzione paolina dell'epistola vi è:

- il fatto che l'epistola sia stata scritta prima della distruzione del tempio di Gerusalemme, avvenuta nel 70 d.C., avvenuta dopo la morte dell'apostolo Paolo. E' chiaro dal contenuto della discussione che, quando questo scritto veniva composto, i sacrifici ebraici venivano ancora offerti dal clero regolarmente ordinato a Gerusalemme.

- Alcune affermazioni sono troppo paoline, nella forma e nel contenuto: vedi Ebrei 10:34, 12:1, 13:18-19, 13:22-25.

- le differenze di stile fra questo scritto e le altre epistole paoline potrebbero essere motivate, oltre che dal contenuto e dalla forma diverse dalle altre 13 canoniche a motivo dell'argomento trattato e dai destinatari della dissertazione, anche dal fatto che l'originale di Ebrei potrebbe essere stata composta in ebraico o aramaico e soltanto in seguito l'epistola sia stata tradotta in greco, lingua nella quale ci è pervenuta. E' una teoria possibile, sebbene, bisogna dirlo, non la si può, in base al testo a nostra disposizione, né confutare né sostenere con definitiva certezza.

 

Di seguito propongo il mio commento ad alcune porzioni di questo straordinario libro.

 

Ebrei 1:1-3

Questo brano della Scrittura è di una bellezza e profondità straordinaria. E' anche di una certa importanza per la cristologia e i tantissimi dettagli e spunti di riflessione concentrati in così pochi versi. Il mio commento vuole, senza presunzione, solo richiamare alla riflessione il lettore. Istruire quest'ultimo non è il mio scopo. La Bibbia parla in tanti modi quante sono le persone che la leggono. Parla al cuore di alcuni, all'intelletto di altri. Io propongo l'esegesi del brano, come io l'ho compreso. Ma spesso rimango affascinato da chi, non tralasciando l'interpretazione, sposta la sua attenzione sull'applicazione della Parola, rendendola viva nella propria vita, associandola all'esperienza personale quotidiana. Nelle discussioni sulla Parola di Dio, infatti, per quanto ci possa piacere renderle colte e profonde, non possiamo dimenticare che è la semplicità di un fanciullo ( e non l'istruzione di un accademico ) che ci permetterà di entrare nel regno dei Cieli. Paolo chiarisce benissimo qual è il fine della conoscenza cristiana:  "Perciò anche noi, dal giorno in cui abbiamo sentito questo, non cessiamo di pregare per voi e di chiedere che siate ripieni della conoscenza della sua volontà, in ogni sapienza ed intelligenza spirituale, perché camminiate in modo degno del Signore, per piacergli in ogni cosa, portando frutto in ogni opera buona e crescendo nella conoscenza di Dio". (Colossesi 1:9-10 Nuova Diodati).

Nel mio commento ho riportato diversi riferimenti al testo originale, ma mi sono sforzato di farlo proprio per l'utile di chi non conosce questa lingua.

Traduzione (mia) in italiano di Ebrei 1:1-3.

1. In molte volte e in molti modi, anticamente, Dio parlò ai padri per mezzo dei profeti. 2. In questi ultimi giorni ha parlato a noi nel Figlio, il quale ha costituito erede di ogni cosa, per mezzo del quale ha anche creato il mondo. 3. Egli, che è lo splendore della sua gloria e l'immagine della sua persona, sostenendo ogni cosa con la parola della sua potenza, avendo fatto, per mezzo di se stesso, la purificazione dei nostri peccati, si è seduto alla destra della Maestà nei luoghi altissimi.

I primi versi di questo scritto sono totalmente al di fuori dei canoni delle altre epistole del Nuovo Testamento, tanto diversi da mettere persino in discussione il fatto di trovarci davanti ad una epistola per considerare la possibilità di iniziare la lettura di un breve trattato o persino di un sermone. Ciò sarebbe possibile, però, se non fossero presenti più in là dei chiari riferimenti che ci fanno subito scartare questa prima sensazione per confermare l'opinione tradizionale che è riflessa nel titolo che troviamo di solito nelle nostre Bibbie e che ne dà anche una breve descrizione: "Epistola agli Ebrei." Il fatto che questa epistola sia indirizzata a degli ebrei convertiti al cristianesimo sembra evidente dai troppi riferimenti specifici all'interno del testo e dallo stesso motivo portante di tutto lo scritto: il Nuovo Patto in Cristo sostituisce definitivamente quello Vecchio dato al popolo ebraico tramite Mosè nella Legge.

Poi per sottolineare, se ve ne fosse bisogno, quanto la Parola di Dio sia universale e perfetta, veramente "utile ad insegnare, a riprendere, a correggere, a educare alla giustizia, affinché l'uomo di Dio sia compiuto", 2Ti 3:16-17, dovremmo aggiungere che dal contenuto di tale scritto la Chiesa di Cristo ha tratto grande beneficio, soprattutto in quanto l'ha guidata lontano dall'errore della chiesa di Roma e dal suo sacrificio continuo della Messa.

Vediamo subito l'intento dell'autore nel raffrontare e dimostrare la superiorità della nuova dispensazione, nella quale ci troviamo, in Cristo.

Volendo schematizzare il primo verso, questo apparirà straordinariamente chiaro:

 
  In molte volte e in molti modi anticamente Dio parlò ai padri per mezzo dei profeti.  
    In questi ultimi giorni ha parlato a noi per mezzo del Figlio  

"In molte volte e in molti modi"

è chiaramente un ovvio cenno alla gradualità della Rivelazione, al percorso della stessa da Abramo a Mosè, da Mosè ai profeti, volendola tracciare in grandi linee. Una rivelazione avvenuta in tempi diversi ed in modi diversi. In questa precisazione è come se si volesse parlare dell'inizio di un cammino, un cammino che ha visto la crescita della conoscenza di Dio e del Suo piano per l'umanità, in un crescendo. L'autore ha già chiaro in mente dove ci vuole portare ed ogni frase tende subito con grande intelligenza a tracciare i primi tratti del suo disegno.

"anticamente".

I profeti non esistevano più in Israele da secoli ormai e tutto lo sforzo degli Scribi e dei Dottori della Legge erano per la comprensione della Rivelazione data nell'Antico Testamento a Moseè ed ai profeti.

"Dio parlò".

E' una considerazione ovvia dell'autore. Egli da per scontato che coloro che leggeranno quanto scrive, i primi destinatari della sua "lettera", sanno che Dio ha parlato, si è Rivelato. Oggi non possiamo darlo per scontato. La certezza che nella Scrittura, negli autori sacri, Dio stesso parli è messo in discussione da molti. Persino da chi vive una forma di cristianesimo, a volte non concorda con una tale ovvia verità comune alla fede ebraica e cristiana: Dio si è rivelato all'uomo, ha parlato all'uomo. Nell'epoca in cui viviamo, pervasa da un forte sentimento sincretista e un relativismo ormai assoluto e onnipresente, una verità tanto semplice diventa complicata e difficile da comunicare all'uomo di oggi. Eppure la semplicità della Scrittura è disarmante.

"ai padri".

Ecco uno dei primi indizi che motivano l'indirizzo dell'epistola a degli ebrei convertiti al cristianesimo. La terminologia "ai padri" è troppo evidentemente ebraica, richiamando proprio la discendenza fisica dai primi depositari delle rivelazioni divine, per lasciare spazio a dubbi. E' chiaro allo stesso tempo che l'autore è anch'egli ebreo. Da qui la deduzione - con altri indizi - che Paolo abbia potuto essere l'autore di questa epistola. Personalmente, nonostante questa posizione non sia oggi la più in voga, credo molto plausibile una tale possibilità. Se il lettore ritiene il silenzio iniziale, certamente anomalo, a dir poco, se confrontato con le altre epistole paoline, determinante, lo invito a non essere così frettoloso: semmai tale omissione iniziale ha solo reso più popolare la negazione dell'autenticità dell'attribuzione a Paolo di questo scritto di quanto non sia successo per le altre epistole, l'autenticità delle quali alcuni, nonostante i chiari riferimenti iniziali e finali, alcuni hanno comunque messo in discussione.

"per mezzo dei profeti".

I profeti qui non vanno intesi in senso stretto, bensì in maniera più ampia. In un certo senso Abramo fu un profeta, lo fu anche Mosè, ecc... Profeta potremmo dire che è stato chiunque è stato usato da Dio come tramite per rivelare la propria Parola agli uomini. Tanto meno l'affermazione dell'autore potrà riferirsi strettamente agli scritti "profetici" rinvenuti nella Scrittura. L'autore di Ebrei ha chiaramente in mente l'interezza della Rivelazione dell'antico patto.

"In questi ultimi giorni."

Il significato escatologico di questa espressione è evidente se riprendiamo la stessa nei profeti dell'Antico Testamento. Il riferimento è chiaramente ai giorni del Messia. Tantissimi i riferimenti biblici. Isaia 2:2: "Avverrà, negli ultimi giorni, che il monte della casa del SIGNORE si ergerà sulla vetta dei monti, e sarà elevato al di sopra dei colli; e tutte le nazioni affluiranno a esso." Daniele 2:28: "ma c'è un Dio nel cielo che rivela i misteri, ed egli ha fatto conoscere al re Nabucodonosor quello che deve avvenire negli ultimi giorni". Osea 3:5: "Poi i figli d'Israele torneranno a cercare il SIGNORE, loro Dio, e Davide, loro re, e ricorreranno tremanti al SIGNORE e alla sua bontà, negli ultimi giorni". Ancora il richiamo alla tradizione e cultura ebraica è un chiaro indizio di chi avesse in mente l'autore dell'epistola.

"ha parlato a noi".

La Rivelazione, avvenuta in modi e tempi diversi, tramite santi uomini di Dio, oggi, nei giorni del Messia, arriva al suo completamento nel Figlio di Dio, Parola incarnata (Giovanni 1:1), perfetta rivelazione dell'invisibile Padre (Giovanni ) e della Sua volontà (Giovanni ).

E' il culmine della Rivelazione. Quello che era in embrione nell'Antico Testamento, in Cristo trova il suo compimento e completamento; persino il suo senso.

"per mezzo del Figlio"

Il testo originale, come spesso accade, ci dice qualcosa in più della traduzione.

La Diodati ci può venire in aiuto. Questa infatti traduce: "nei profeti" (anziché "per mezzo dei profeti") e ancora "nel suo Figliuolo". L'aderenza letterale al testo originale è una delle qualità che ho sempre apprezzato in questa versione della Bibbia. Infatti, il testo originale dice: "ἐν τοῖς προφήταις", letteralmente: "nei profeti" e "ἐν υἱῷ", "nel Figlio". Diodati aggiunge "suo", in corsivo, per far intendere che l'aggettivo possessivo non si trovi nell'originale - come infatti non c'è. Anche io ho tradotto "per mezzo dei profeti" e "per mezzo del figlio", perché è corretto; anzi, è l'unico modo in cui si può tradurre per rendere al lettore italiano in maniera intellegibile il senso delle parole in greco. Però è anche vero che sfugge nella traduzione il senso dell'intenzione dell'autore di mettere perfettamente in parallelo le due espressioni con le peculiarità di significato che gli consentivano la lingua greca.  

Scrive Marcus Dods nel suo commentario al testo greco del Nuovo Testamento: "La preposizione ἐν ... implica che ciò che i profeti hanno detto, Dio l'ha detto...E il pieno significato di ἐν è visto in ἐν υἱῷ. ἐν υἱῷ senza l'articolo deve tradursi "in un figlio" o "in uno che è un figlio", definendo la natura della persona attraverso la quale questa rivelazione finale è stata fatta. La rivelazione adesso consisteva non solo in quello che veniva detto ( i profeti ) ma in quello che egli era ( Figlio ). Questa rivelazione era definitiva perché avvenuta per mezzo di colui che in tutto ciò che Egli è e fa, rivela il Padre.", The Expositor's Greek Testament, Edited by Robertson Nicol, Vol. IV, pag.249.

E' incredibile quanto la lingua greca fosse sofisticata e permettesse di trasmettere dei significati tanto profondi. La Rivelazione in Cristo era diversa e definitiva proprio per chi Egli era. Leggiamo nel Vangelo di Giovanni 3:13: "Nessuno è salito in cielo, se non colui che è disceso dal cielo: il Figlio dell'uomo che è nel cielo". Ma soprattutto nel prologo di questo vangelo: "Poiché la legge è stata data per mezzo di Mosè; la grazia e la verità son venute per mezzo di Gesù Cristo. Nessuno ha mai veduto Iddio; l'unigenito Figliuolo, che è nel seno del Padre, è quel che l'ha fatto conoscere". Giovanni 1:17-18. L'affermazione di Giovanni ricalca da vicino l'introduzione dell'epistola agli Ebrei ed anche qui si sottolinea l'unicità della Rivelazione in Cristo il quale non solo ha portato la "grazia e la verità", ma ha anche fatto conoscere in se stesso il Padre, "l'ha fatto conoscere", ha reso visibile l'invisibile Dio : "...chi vede me, vede Colui che mi ha mandato". Giovanni 12:45.
 

L'autore di Ebrei continua in maniera stupenda, con un inno cristologico di grandissimo significato.
 

il quale ha costituito erede di ogni cosa, per mezzo del quale ha anche creato il mondo.

Le parole qui ricalcano un concetto già espresso altrove nel Nuovo Testamento. "tutte le cose sono state create per mezzo di lui e in vista di lui". (Colossesi 1:16). Gesù è il mezzo attraverso il quale è stata creata da Dio ogni cosa ed anche il senso, il significato, di ogni cosa.

In Giovanni 1 viene ribadito il ruolo di Gesù nella creazione del mondo. Ne vale la pena studiarlo attentamente. Visto che non immagino una lettura di questo mio commento che non sia al fine di studio, permettetemi una traduzione più complessa del prologo del Vangelo di Giovanni.

v.1 "In principio era il logos. Il logos era con Dio. Il logos era Dio. Egli era in principio con Dio e tutto è stato creato per mezzo di lui. Senza di lui non esisterebbe nulla di ciò che è stato portato all'esistenza". 

Giovanni introduce nel suo vangelo un termine che risultava allora molto familiare ai greci. Egli infatti parla di un logos, il quale era lì al principio di tutte le cose con Dio, dal quale era distinguibile personalmente, sebbene fosse egli stesso Dio - Giovanni 1:1.

Le traduzioni in genere traducono "logos" con l'equivalente italiano "parola".

Sebbene il termine logos sia greco, il concetto che esprime nel vangelo è profondamente ebraico.

"Nessuno ha mai visto Dio; l'unigenito Figlio, che è nel seno del Padre, è colui che lo ha fatto conoscere". (Giovanni 1:18)

Già Filone alessandrino, ebreo studioso dell'Antico Testamento secondo i canoni biblici, ma a tutti gli effetti un "filosofo" se lo vogliamo inserire nel contesto dell'Alessandria d'Egitto dove visse a cavallo fra il primo secolo avanti Cristo e il primo secolo dopo Cristo, accusava i greci di dovere all'influenza degli scritti di Mosè le più lucide affermazioni dei loro filosofi sulla divinità. Anche Filone faceva riferimento ad un logos nelle sue imponenti opere in difesa del pensiero giudaico. Da altre fonti ci giunge notizia che la cultura ebraica parla di Memra (traducibile in greco logos, in italiano "parola") come manifestazione visibile del Dio (veterotestamentario) invisibile.

In questo fermento culturale ebraico e greco sulle riflessioni che riguardavano la trascendenza di Dio, si inserisce Giovanni in maniera prepotente, affermando qualcosa che avrebbe sconvolto sia gli ebrei che i greci: il logos di Dio si era incarnato in Gesù di Nazaret!

"E la Parola si è fatta carne ed ha abitato fra di noi, e noi abbiamo contemplato la sua gloria, come gloria dell'unigenito proceduto dal Padre, piena di grazia e di verità". (Giovanni 1:14)

Le parole dell'apostolo dovevano assumere un incredibile significato sia alle orecchie dell'ebreo che a quelle del greco. Sono convinto che il Signore avesse veramente preparato il mondo di allora per essere nelle condizioni culturali ottimali per una efficace diffusione del messaggio evangelico. Anche storicamente sono convinto che nulla accada per caso.

 


"Egli, che è lo splendore della sua gloria e l'immagine della sua persona,"

Un Figlio riflette di solito le qualità del Padre. E' così anche nel caso dell'Unigenito Figlio di Dio, Gesù. E' Giovanni a chiamare il Signore l'Unigenito Figlio di Dio, ciò a distinguere apertamente il rapporto unico esistente fra Padre e Figlio. Anche i credenti infatti sono chiamati apertamente figli di Dio, anche nello stesso Vangelo del discepolo amato. Vedi Giovanni 1:12. Ma altre parti della Scrittura definiscono il nostro rapporto di figliolanza col nostro Padre celeste come originato dall'adozione. Gli uomini non nasciamo per natura figli di Dio. Al contrario, la nostra natura sottoposta al peccato ci allontana da Dio. Ma in Cristo, mediante la fede e l'opera di rigenerazione dello Spirito Santo, Dio ci adotta, donandoci lo status di figli di Dio. ".... avendoci predestinati nel suo amore a essere adottati per mezzo di Gesù Cristo come suoi figli, secondo il disegno benevolo della sua volontà". (Efesini 1:5). Come abbiamo appena letto Gesù è "erede di ogni cosa". Tale prerogativa è legata al suo essere Figlio, come è nel nostro quotidiano, dove un figlio è naturalmente erede del padre. Nell'epistola ai Romani la riflessione sulle conseguenze della nostra adozione allo stato di figli di Dio è davvero stupenda: "Se siamo figli, siamo anche eredi; eredi di Dio e coeredi di Cristo, se veramente soffriamo con lui, per essere anche glorificati con lui". (Romani 8:17)
 
L'apostolo Paolo ai Colossesi disse di Gesù: "Egli è l'immagine dell'invisibile Dio". (Colossesi 1:15). E questa sua affermazione è perfettamente coerente con quanto leggiamo qui in Ebrei.

Il quadro è quindi completo: Gesù è la perfetta rivelazione di Dio.

Gesù, Figlio Unigenito di Dio è tale per la sua stessa natura. Non vi è mai stato un momento quando egli non fosse tale. Possiamo dirlo con le stesse parole che incontriamo più in là sempre in Ebrei, dove l'immutabilità della sua persona è stabilita con un'affermazione solenne e diretta. Ebrei 13:8.

sostenendo ogni cosa con la parola della sua potenza,

Questa affermazione della Scrittura è davvero molto profonda. Non solo Dio è, per mezzo di Gesù Cristo, logos (Parola) di Dio, creatore di ogni cosa. Egli è anche colui che ha il controllo su ogni cosa. Spesso gli uomini ci sentiamo come sballottati qua e là da un "destino" che non ha apparentemente nessun significato che riusciamo a comprendere. Ebbene nella Parola di Dio invece ci assicura che ogni cosa è in mano al nostro Signore, Creatore e sostenitore di ogni cosa. Se una meteora non colpisce il nostro pianeta non è un caso. Se nessuna catastrofe è tanto grande da distruggere questo mondo non è un caso. E' Dio che preserva quanto ha lui stesso creato. Dice bene mia mamma: non si muove foglia che Dio non voglia. E' un detto che trova un suo fondamento nelle Sacre Scritture.

avendo fatto, per mezzo di se stesso, la purificazione dei nostri peccati, si è seduto alla destra della Maestà nei luoghi altissimi.

Ecco che adesso l'epistola tocca quello che sarà un argomento che verrà approfondito nelle pagine che seguiranno: il sacrificio offerto da Cristo Gesù sulla croce per la salvezza dell'umanità. E' un sacrificio volontario, fatto per amore; è perfetto e, quindi, unico e definitivo. E' un sacrificio che ha permesso di vincere la morte e a Gesù di sedere alla destra del Padre. In ciò si avverano le parole del profeta: "Il SIGNORE ha detto al mio Signore: «Siedi alla mia destra finché io abbia fatto dei tuoi nemici lo sgabello dei tuoi piedi»". (Salmo 110:1)
"Cristo Gesù è colui che è morto e, ancor più, è risuscitato, è alla destra di Dio e anche intercede per noi". (Romani 8:34). Vedi anche: Efesini 1:20, Colossesi 3:1.
Più avanti la stessa epistola ribadirà il concetto.