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 Introduction

 

 

 

 

 

Giuseppe Guarino

LA DOTTRINA DI GESU’ E LA FEDE EBRAICA

 

            La revisione delle idee dei rapporti fra fede giudaica e cristianesimo è relativamente recente. Una migliore e più concreta comprensione del senso della missione e degli insegnamenti di Gesù passa per l’accettazione del Gesù ebreo, fedele all’insegnamento ed a sua volta rabbi ed interprete della Torah.

            Il tempo sta sempre più rivelando l’infondatezza delle posizioni di chi si prodiga per screditare la fede cristiana tradizionale. L’assenza di una concreta alternativa sta, però, sempre più avvalorando l’attendibilità storica degli eventi che riguardano la vita di Gesù ed i suoi insegnamenti come li rinveniamo nel Nuovo Testamento.

            Etichettare Gesù come esseno significa non avere compreso il senso del suo insegnamento ed aver fatto dell’essenismo una struttura statica ed uniforme, cosa che non era. Un doppio errore fatale.

            L’insegnamento degli esseni, la dottrina dei farisei, dei sadducei e delle altre fazioni ebraiche non può inquadrarsi all’interno di rigidi schemi ma vedersi all’interno della realtà ad ampio respiro e variegata che era il giudaismo del primo secolo. In parole povere, non possiamo vedere l’esclusivismo proprio delle varie espressioni  di fede cristiana come un fenomeno che aveva dei paralleli all’interno della fede ebraica del secondo tempio.

La semplice devastante realtà è che la corrispondenza del pensiero di Gesù con quello degli esseni era altrettanto inevitabile quanto il suo condividere molte posizioni dei farisei o di altre fazioni del giudaismo, per il semplice fatto che tutte queste poggiavano sullo stesso principio sul quale si basava anche il “rabbi” Gesù: l’autorità della Torah e delle Scritture ebraiche in genere.

            Gesù si sarà trovato diverse volte a favore dell’insegnamento farisaico contro quello del partito dei sadducei; ma si trattava di una questione incidentale e non un segno di appartenenza. Il Signore infatti non esitava a censurare scribi e farisei, contestando senza mezzi termini l’ipocrisia e l’inutile ritualismo che essi promuovevano e che sostanzialmente finiva per prendere il posto di un’autentica, sincera spiritualità.

            Gesù avrà condiviso alcune posizioni degli esseni quando questi riprendevano legittimamente alcuni punti della fede ebraica, trascurati dalle altre fazioni del tempo o dal giudaismo in genere. Ma di sicuro non era un esseno, visto il modo in cui il suo insegnamento si discostava dal loro. Gesù condivideva la sua tavola con i peccatori ed era a suo agio a circondarsi di ogni genere di persone. Ciò è incompatibile con l’essenismo. La polemica di Gesù si faceva addirittura diretta quando condannava apertamente l’odio per i nemici – promosso invece dall’essenismo qumraniano.

            Gesù era dunque  promotore di un insegnamento nuovo ma comunque profondamente ebraico. Inquadrare Gesù all’interno di una qualsiasi delle fazioni religiose del suo tempo significa disconoscere la profonda unicità del suo insegnamento. Scorporalo dal tempo storico in cui egli ha vissuto significa d’altra parte rinnegare il senso del Dio che si fa uomo, dell’incomprensibile che si rivela, dell’eterno che indossa tempo e spazio per parlare all’uomo nel linguaggio dell’uomo.

            Per spiegare il senso della Rivelazione definitiva di Dio in Cristo, le Scritture affermano: “Dio, dopo aver parlato anticamente molte volte e in molte maniere ai padri per mezzo dei profeti,  in questi ultimi giorni ha parlato a noi per mezzo del Figlio, che egli ha costituito erede di tutte le cose, mediante il quale ha pure creato i mondi.Egli, che è splendore della sua gloria e impronta della sua essenza, e che sostiene tutte le cose con la parola della sua potenza, dopo aver fatto la purificazione dei peccati, si è seduto alla destra della Maestà nei luoghi altissimi.” (Ebrei 1:1-3 – Nuova Riveduta)

            C’è qualcosa di incredibilmente nuovo nell’insegnamento di Gesù rispetto ai suoi predecessori. Ma questo “nuovo” non è meno scritturale. Non vi è infatti nulla di ciò di cui parla il Nuovo Testamento che non sia profondamente radicato nell’Antico. Infatti gli apostoli annunciavano Gesù come Messia alla luce delle Scritture ebraiche. Anche oggi gli ebrei convertiti a Cristo adoperano la Tanakh per rivendicare il senso della loro fede nel Messia, storicizzata in Gesù di Nazareth.

            Il Nuovo Testamento non serviva agli ebrei, ma ai Gentili; per questo venne scritto in greco e conobbe la sua diffusione fra le chiese al di fuori dell’ambito della cerchia giudaica. Forse Matteo fu l’unico resoconto in lingua originale ebraica tendente a dimostrare direttamente al popolo israelita la messianicità di Gesù.

            Contro tendenze e convenienze, storiche ed intellettuali; contro il sensazionalismo, la fede cristiana prende oggi una migliore coscienza di sé, patrimonio a suo tempo già comunque della Chiesa primitiva.

            L’approccio al Vangelo  - l’annuncio cristiano - e a Gesù deve tenere presenti due loro importanti caratteristiche: ebraicità ed universalità. Se abbracciamo l’ebraicità del messaggio cristiano soltanto rischiamo di essere animati dal semplice – e semplicistico – desiderio di trasformarci in ebrei. Abbracciare però soltanto l’universalità del messaggio evangelico senza la consapevolezza di quanto le sue radici siano profondamente ebraiche, ci farà perdere di vista da dove veniamo e dove stiamo andando.

            Gesù non era un esseno, fariseo o sadduceo; egli era ebreo, nel senso religiosamente più profondo che può assumere questo termine. Ciò implicava il sostanziale accordo con alcuni aspetti del giudaismo del secondo tempio, ma anche il radicale disaccordo con i punti dove questo si era distaccato dalla purezza dell’insegnamento della Torah e dalla traccia lasciata dai profeti.

            Gesù interpreta e vive l’ebraismo in maniera definitiva ed autorevole, segnando la fine di un’era e l’inizio di qualcosa di straordinariamente nuovo: il cristianesimo. L’autorità dell’Antico Testamento non è disconosciuta nel Nuovo, ma l’annuncio della morte e resurrezione del Maestro ed il suo prossimo ritorno diventano l’essenza dell’ Evangelo, della buona notizia, che eclissa ogni polemica e richiama la nostra attenzione sull’invito di Dio rivolto adesso ad ogni uomo, affinché accetti il Suo Amore in Cristo Gesù, nostro Signore e Salvatore.

 

 

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