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Giuseppe Guarino

IL SENSO DELLA VITA

 

Se ci interroghiamo sul senso della vita siamo degli esseri umani davvero fortunati. Significa che molto probabilmente abbiamo già soddisfatto tutti i nostri bisogni primari - viceversa saremmo troppo occupati nella lotta per la sopravvivenza per aver tempo o voglia di guardare oltre. In parole povere, la filosofia è di solito figlia dello stomaco pieno, sebbene sia ottima per consolare, all'occorrenza, anche chi ha lo stomaco vuoto.

Già da piccolo io ero alla ricerca del senso dell'esistenza. Mia madre e mio padre mi avevano permesso una vita ragionevolmente serena; quindi, a letto la notte mi chiedevo: "Perché siamo qui?" "Chi sono io?" "Esiste un Dio?" "Cosa accade dopo la morte?" Devo dire che sento nel profondo della mia persona che qualcuno abbia risposto a queste domande pressanti quando mi hanno passato una Bibbia ed io ho iniziato a leggerla.

Visto il modo in cui era iniziata la mia ricerca di Dio, ed animato da un certo pessimismo che è quasi inevitabile nell'osservazione della realtà, fu naturale che l'Ecclesiaste divenisse subito il mio libro biblico preferito.

"Vanità delle vanità, dice l'Ecclesiaste, vanità delle vanità, tutto è vanità. Che profitto ha l'uomo di tutta la fatica che sostiene sotto il sole? [...] Ogni cosa è in travaglio, più di quanto l'uomo possa dire; l'occhio non si sazia mai di vedere e l'orecchio non è mai stanco di udire. Ciò che è stato è quel che sarà; ciò che si è fatto è quel che si farà; non c'è nulla di nuovo sotto il sole."
(tratto liberamente dall'Ecclesiaste cap. 1)

Personalmente capisco il fatto che pastori ed insegnanti cerchino di sdrammatizzare questo genere di riflessioni, proponendo delle interpretazioni che ne rivedano il senso alla luce dell'ottimismo del Nuovo Testamento. Però, secondo me, la gioia della fede deve saper fare i conti con l'oggettiva drammaticità della condizione umana. Anzi, la ricerca di Dio, il bisogno di elevarsi al di sopra di questa misera realtà, per trovarne un senso, nasce proprio quando si intuisce che "non può essere tutto qui", che "deve esserci qualcos'altro".

Da qui le parole fortissime:

"È meglio andare in una casa in lutto, che andare in una casa in festa; poiché là è la fine di ogni uomo, e colui che vive vi porrà mente. La tristezza vale più del riso; poiché quando il viso è afflitto, il cuore diventa migliore. Il cuore del saggio è nella casa del pianto; ma il cuore degli stolti è nella casa della gioia." (Ecclesiaste 7:2-4)

Molta gente riesce a vivere la propria vita semplicemente ignorando la realtà, nella falsa sicurezza del proprio benessere. Per me è stato diverso: ad un certo punto della mia vita, la prematura scomparsa di mio padre mi segnò profondamente, inducendo riflessioni davvero profonde. Fu amaro constatare in prima persona la correttezza delle parole dell'autore sacro. Ma è solo con la concreta, cruda a volte, contemplazione della realtà che lo spirito può sentire il bisogno di spingersi oltre. In un certo modo, anche la morte di mio padre ha acquistato un senso e non è stata inutile - dolorosa si, ma almeno non inutile - visto che ha prodotto un atteggiamento che ha fatto di me un credente, ed uno studioso delle Sacre Scritture. Non è che Dio promuova o ami la sofferenza. Essa esiste perché e dove manca Dio! Ed esiste per colpa del peccato dell'uomo (non mi impressionano retorica e concezioni filosofico-esistenzialiste che contestano questo fatto), esiste per colpa della nostra testardaggine, per la nostra ribellione, originaria e quotidiana.

La ricerca del senso della nostra esistenza e di quella dell'universo che ci circonda è innata in ogni uomo.

"Dio ha fatto ogni cosa bella al suo tempo: egli ha perfino messo nei loro cuori il pensiero dell'eternità, sebbene l'uomo non possa comprendere dal principio alla fine l'opera che Dio ha fatta." (Ecclesiaste 3:11)

Ma ne vale davvero la pena impazzire immersi in pensieri tanto profondi alla ricerca di risposte così grandi?

"Ho applicato il cuore a conoscere la saggezza, e a conoscere la follia e la stoltezza; ho riconosciuto che anche questo è un correre dietro al vento. Infatti, dov'è molta saggezza c'è molto affanno, e chi accresce la sua scienza accresce il suo dolore." (Ecclesiaste 1:17-18)

So che questa mia discussione esce apparentemente un po' fuori dagli schemi. Non è, però, forse lecito anche attraversare dei periodi di riflessione come quelli del grande re filosofo del passato? Io credo di si. Una visione troppo positiva della condizione umana non è realistica. E' quando ci rendiamo veramente conto della realtà che ci circonda che avvertiamo la spinta a cercare il senso di quello che vediamo. Se tutto filasse liscio a questo mondo, non cercheremmo continuamente di dare risposte a quesiti che sembrano impossibili da risolvere.

Da quando sono padre credo di aver capito molto meglio il tipo di relazione filiale che il Signore vuole con le sue creature, con noi. Mi rendo conto quanto sia bello essere un genitore quando, ad esempio, porto i miei figli al parco. Voglio che si divertano e mi piace vederli felici e sereni. Per la loro sicurezza, però, sono costretto anche a mettere dei paletti, dei limiti invalicabili, necessari per il loro divertimento e quello degli altri bimbi.

Allo stesso modo, credo che il Signore non ci abbia messi a questo mondo per soffrire - come oggi purtroppo accade. Né è dispotico nei nostri confronti! In origine ci aveva dato tutto quello che potevamo desiderare: un posto (l'Eden), da mangiare (tutti i frutti che volevamo), un lavoro (occuparci del giardino), una donna (per farci compagnia). Se il Signore mette anche lui dei paletti (intimandoci ad esempio di non mangiare del  "frutto dell'albero della conoscenza del bene e del male"), se lo fa è per dei motivi ben precisi e - come ci dimostra quanto accade dopo la Caduta - lo fa per il nostro bene.

Per Natale ho ricevuto in regalo un libro bellissimo: Jim Holt, "Perché il mondo esiste?"

Lo so che non dovrei mostrare entusiasmo per un testo che fondamentalmente, accanto all'esposizione di valide teorie scientifiche, propone una filosofia atea; ma amo davvero troppo la scienza per credere che sia questa a rendere atei gli scienziati. Al contrario sono convinto che la loro testardaggine ad esserlo, nonostante le meravigliose scoperte scientifiche che compiono, sia solo frutto di una preconcetta presa di posizione. Rispetto le posizioni di tutti, ma illudersi di bypassare la fede con l'ateismo è più frutto dell'esigenza di contrapposizione che di convinzione, a mio avviso.

Viste le molteplici possibili risposte al perché dell'esistenza del mondo, sia scientifiche che filosofico-religiose, e dopo avere osservato la semplicità dei bimbi che giocano al parco, io sono arrivato ad una mia, personale, conclusione sul senso dell'esistenza: non compete a noi afferrare il senso del tutto.

"Dio ha fatto ogni cosa bella al suo tempo: egli ha perfino messo nei loro cuori il pensiero dell'eternità, sebbene l'uomo non possa comprendere dal principio alla fine l'opera che Dio ha fatta." (Ecclesiaste 3:11)

E' così che Dio ci ha creati: sappiamo tante cose, ne intuiamo altre; ma non riusciamo a pervenire al segreto del perché dell'esistenza. Evidentemente non fa per noi.

In questa prospettiva, è la fede che balza al centro del nostro discorso: "Per fede comprendiamo che i mondi sono stati formati dalla parola di Dio; così le cose che si vedono non sono state tratte da cose apparenti." (Ebrei 11:3). Con la nostra mente non possiamo arrivare a capire interamente cosa e come è successo quando è nato il nostro universo (non mi riferisco ai fenomeni fisici soltanto). La scienza può intuire, teorizzare, supporre - perché la nascita dell'universo è un evento troppo remoto per dogmatizzare. Ma vi sono dei "perché" per i quali, non importa quanto indagheremo, non troveremo mai una risposta. Quindi il mio suggerimento è adottare la stessa saggia politica dei miei figli al parco giochi: non interrogarsi più del dovuto su dove siamo e perché ci siamo, concentrandoci piuttosto sull'intento di godercelo.

Il senso dell'universo è che esiste ed il perché esiste è evidente nel fatto che viviamo in esso. Se Dio è la sua origine, Dio ne è anche il senso. E se il Cristo Redentore è la più grane opera di Dio, Egli, Gesù, è anche il senso autentico di tutto, il motivo d'esistere dell'universo.

Colossesi 1:16 ci conferma questo: "tutte le cose sono state create per mezzo di lui e in vista di lui".

Consiglio a tutti la lettura dell'Ecclesiaste e di leggerlo per quello che è, tenendo ben presente quanto sia importante a quale conclusione giunge l'autore di questo stupendo libro: " ... Temi Dio e osserva i suoi comandamenti, perché questo è il tutto per l'uomo."(Ecclesiaste 12:13)