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 Introduction

 

 

 

 

 

 

 

Giuseppe Guarino

IL NOME DI DIO

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(dal libro)

Prefazione

           La questione che riguarda il nome che Dio ha rivelato a Mosè sul Sinai e la sua presenza, nella sua forma originale o traslitterata, nelle traduzioni della Bibbia è l’argomento di questo studio.

          Che vi sia bisogno di un’indagine in questo senso è un dato oggettivo, dimostrato dal pullulare di tentativi di ripristino del nome divino in varie versioni delle Sacre Scritture.

          E’ noto il tentativo della Traduzione del Nuovo Mondo dei Testimoni di Geova che inserisce “Geova” tanto nell’Antico quanto nel Nuovo Testamento (disponibile adesso anche online: http://www.jw.org/en, in inglese e su http://www.jw.org/it in italiano).

          Altri tentativi recenti in lingua inglese sono The Book of Yahweh e la King James Bible (che, nella sua revisione del 1769, è una traduzione tutt’ora in voga fra gli evangelici americani conservatori) della quale è stata approntata recentemente una versione chiamata The Divine Name (disponibile su http://www.dnkjb.net/faq_dnkjb_online.htm).

          Quali sono le problematiche connesse all’ inserimento del Nome Divino anche nelle versioni della Bibbia?

          In questo mio studio mi ripropongo di partire da zero, di resettare tutto e provare ad affrontare dall’inizio la questione, passo passo, per poi poter serenamente valutare la possibilità di inserire o meno il Nome Divino, in una sua qualsiasi forma, nelle versioni non ebraiche della Sacra Scrittura.

          Non mi propongo di evitare i punti più spinosi e tecnici. Considero troppo spiccia la semplificazione, per motivi di mera propaganda alle proprie convinzioni religiose, fatta ormai da diversi movimenti religiosi, o pseudo religiosi, su questa tematica che mira in realtà solo a coinvolgere per trascinare più persone possibile a sostenere questa o quella convinzione.

          Allo stesso tempo farò di tutto per rendere il più accessibile possibile la mia discussione, non evitando le citazioni in lingua originale, ebraico soprattutto, ma anche in greco; ma proponendo sempre ampie spiegazioni e traslitterazioni nel nostro alfabeto che permetteranno a chi ama una lettura complessa ma non impossibile di seguire il filo del discorso.

          Chi cerca polemica rimarrà deluso. Chi ama invece la ricerca e la Parola di Dio è il benvenuto a bordo, per questo viaggio difficile che io stesso mi accingo, non senza un certo timore riverenziale, ad intraprendere.

          C’è un ultima nota. Quando avevo già completato la prima stesura del mio libro, ho trovato online un interessantissimo testo anonimo, senza copyrights, intitolato The Tetragrammaton and the Christian Greek Scriptures. In alcuni punti sono così in accordo con questo testo, utilizziamo schemi talmente simili che potrebbe persino sembrare che io mi sia più che ispirato a questo lavoro. Non ci sarebbe nulla di male, ma non è stato così. In parole povere, non ho copiato da lui, nonostante le incredibili coincidenze su quello che diciamo e come lo diciamo. Questo testo è disponibile, in lingua inglese, sul sito www.tetragrammaton.org        

          Possa il Signore, יהוה, assistermi in questo tanto affascinante quanto serio compito che mi sono prefissato.


Introduzione

           La questione riguardante le problematiche connesse al nome personale di Dio rivelato a Mosè (Esodo capitolo 3) è un problema antico quanto la necessità di dover tradurre l’Antico Testamento.

          La più antica versione che conosciamo della Bibbia ebraica è la traduzione in greco, la cosiddetta LXX (Settanta) o Septuaginta. Questa versione – originariamente del Pentateuco soltanto – venne sponsorizzata nel III secolo a.C. dal sovrano egiziano Tolomeo Filadelfo per arricchire la biblioteca di Alessandria. Il nome Settanta deriva dal leggendario numero originale dei traduttori impegnati in quest’opera.

          Vi sono idee controverse su quale fosse la scelta adottata dalla LXX. Alcuni sostengono che i traduttori preferirono mantenere il Tetragramma, il nome di Dio nella sua forma originaria ebraica, e semplicemente inserirlo nel testo greco. Altri sostengono che fu preferito inserire Kyrios (cioè “Signore”).

          Qualunque sia stata la scelta iniziale di quei traduttori, è evidente la difficoltà di trasporre un termine tanto delicato come il Nome personale di Dio.

          Qual è la scelta migliore?        

          Vediamo brevemente l’originale ebraico. Quando Dio apparve a Mosè, quegli gli disse: “"Io sono colui che sono". Poi disse: "Dirai così ai figli d'Israele: "l'IO SONO mi ha mandato da voi"”. Ma se Dio dice in prima persona di essere: “l’IO SONO”, gli altri si dovranno rivolgere a lui chiamandolo: “י ה ו ה, il Dio dei vostri padri, il Dio d'Abraamo, il Dio d'Isacco e il Dio di Giacobbe mi ha mandato da voi”.

          י ה ו ה è il modo in cui viene rappresentato mediante l’alfabeto ebraico il nome rivelato a Mosè per identificare il Dio che l’ha mandato al suo popolo per liberarlo dall’Egitto.

          L’ebraico si legge da destra verso sinistra. Quindi volendo identificare con il nostro alfabeto le lettere ebraiche avremo:

י   ה   ו   ה

H   W  H   Y

 

          Nel nostro senso di scrittura: YHWH. Le quattro consonanti ebraiche si potrebbero anche traslitterare con le seguenti lettere: IHVH, JHWH, o JHVH. La “y” viene oggi preferita alla “j” ed alla “i” perché la “j” ha perso il suono originale di “i lunga” a favore della valenza anglosassone di “g” e la “i” esprime il suono della lettera ebraica ma non la valenza consonantica, cosa che invece accade con la “y”. La “v” rende meglio la valenza fonetica dell’ebraico di quanto non faccia la “w”, ma quest’ultima lettera è stata preferita nel mondo anglosassone ed è praticamente divenuta parte della più popolare forma di traslitterazione.

          A seconda dei vari testi che si consultano si può trovare una versione o un’altra della traslitterazione nel nostro alfabeto delle quattro consonanti del Nome ebraico di Dio ed il semplice fatto è che non vi è una maniera univoca di procedere, soltanto una forma più diffusa, che è quella che ho proposto, ma con delle alternative altrettanto efficaci.

 

          Le quattro lettere che insieme compongono il Nome di Dio nell’Antico Testamento vengono comunemente definite Tetragramma (dal greco tetra grammaton).

          Nell’alfabeto ebraico (diremo per semplicità) mancano le vocali. Esso è formato da 22 consonanti soltanto. Il disagio che ne può seguire è facilmente comprensibile e la corretta pronuncia delle parole è legata all’insegnamento di una generazione a quella successiva. Proprio per ovviare a questa problematica, all’inizio dell’era cristiana, i masoreti, dei sapienti ebrei, per fissare in maniera definitiva la lettura dell’ebraico dell’Antico Testamento aggiunsero dei simboli al testo biblico, troppo sacro per essere modificato, che indicavano le vocali della pronuncia.

          Il Tetragramma divenne vocalizzato nel seguente modo:

יְהוָֹה

         

          Mentre nella stragrande maggioranza dei casi i simboli fornivano al lettore le vocali da aggiungere alle consonanti del testo, onde fissare la pronuncia dei vocaboli, per il Tetragramma gli studiosi parlano di qere perpetuum, cioè di “correzioni permanenti, non riportate al margine ma inserite nel testo mediante una vocalizzazione anomala” (citazione tratta da: Giovanni Deiana e Ambrogio Spreafico, Guida allo studio dell’ebraico biblico, Urbaniana University Press e Società Biblica Britannica e Forestiera, pag. 20). Infatti, quando i masoreti aggiunsero la loro vocalizzazione, gli ebrei ortodossi da tempo non leggevano più il Tetragramma, preferendo pronunciare al suo posto la parola “Adonai”, corrispondente all’italiano “Signore”. Alle consonanti del nome divino vennero, quindi, aggiunte le vocali di Adonai.

          Nel XVI secolo uno scriba tedesco che stava traslitterando la Bibbia in alfabeto latino per il Papa, intercalò semplicemente le vocali alle consonanti ottenendo la lettura Iehovah. (fonte: http://www.jewfaq.org/name.htm)

          Più tardi (nel 1611) la King James Version della Bibbia, famosissima versione inglese in uso ancora oggi in molte chiese tradizionaliste anglosassoni, introdusse la lettura Iehovah. Questa, con l’evoluzione della lingua inglese, divenne Jehovah (si legge: Gehouva, dove l’ “h” corrisponde alla “c” aspirata del dialetto toscano), vocabolo che divenne diffusissimo nelle chiese evangeliche di lingua inglese, dove è considerato a tutt’oggi la pronuncia per eccellenza del nome di Dio.

          L’affetto che lega i cristiani anglo-americani a Jehovah ha generato diversi tentativi di traduzione che lo inseriscono nel testo biblico.

          Nel 1901 la American Standard Version inserì Jehovah in tutti i punti dove l’originale ebraico dell’Antico Testamento aveva il Tetragramma. Negli anni ’60 i Testimoni di Geova produssero la loro traduzione della Bibbia che introduceva Jehovah sia nell’Antico che nel Nuovo Testamento. Di recente è apparsa una variante della traduzione in inglese della King James Version che riprende Jehovah in tutto l’Antico Testamento. Diverse le altre versioni in inglese che utilizzano questo termine in modo più o meno sistematico.

          In Italia la Traduzione del Nuovo Mondo dei Testimoni di Geova, facendo eco alla sua versione inglese, della quale è fondamentalmente – e servilmente – la trasposizione in lingua italiana, utilizza Geova sia nell’Antico che nel Nuovo Testamento.

          Vi sono state delle versioni italiane che hanno inserito, nel testo o nelle note, le letture Javhe, Jahweh, Yahvè, Iavhé, Geova, Iehova, Iehovah.

          La Riveduta Luzzi ha preferito indicare il termine “Eterno” ogni volta che occorre il Tetragramma nel testo originale dell’Antico Testamento. Un tempo ritenevo questa soluzione incomprensibile. Ma con una migliore conoscenza dell’originale mi sono senz’altro ricreduto. Le motivazioni le spiega benissimo Asher Intrater, nel suo libro “Chi ha pranzato con Abrahamo?” edito da Perciballi: “Aggiungendo le vocali “e”, “o”, “a” alle consonanti YHVH, si ottiene il nome YeHoVaH. In questa struttura verbale, la “e” (sh’va) indica il tempo versale futuro, la “o” (holom) il presente e la “a” (patach) il passato, dando al nome YeHoVaH il significato di “Egli sarà, Egli è, Egli era”: in altre parole, l’Eterno”, pag. 102. Visto che Intrater è ebreo la sua testimonianza è piuttosto autorevole.

          La Nuova Diodati riprende la prassi della Riveduta Luzzi ed adotta la lettura “Eterno” a discapito della scelta della vecchia Diodati che traduceva “Signore” ogni occorrenza del Tetragramma, in ossequio alla vocalizzazione ed alla lettura del giudaismo ortodosso ed alla prassi del periodo in cui venne approntata quella traduzione.

          La Nuova Riveduta, riprendendo l’uso di alcune versioni inglesi odierne, propone, come alternativa, “SIGNORE”, tutto in maiuscolo per l’Antico Testamento.

          La lettura Jehovah (né le sue varianti più prossime ad una corretta traslitterazione dall’ebraico: Yehovah o Yehowah) non è ritenuta originale, proprio perché vocalizzata per suggerire al lettore la pronuncia della parola Adonai.

          Altre possibili letture sono state proposte. Fra le quali        Yahweh, che sembra godere oggi di maggior credito. Tanto che in inglese sono comparse delle versioni contenenti Yahweh con la stessa sistematicità con la quale altre versioni avevano utilizzato in passato Jehovah.

         

          Cosa fare in una traduzione della Bibbia quando si incontra il Nome divino di Esodo 3 è una ferita aperta. Pensare di aver trovato una soluzione definitiva è possibile solo semplificando al massimo le problematiche che abbiamo descritto.

          Tagliando la testa al toro, quindi, alcune traduzioni hanno pensato di proporre il Tetragramma nella versione della Bibbia inserendolo così com’è, in ebraico. E’ la stessa prassi rinvenuta in alcuni manoscritti dell’antica versione greca dei Settanta. La domanda, però, che sorge spontanea è: come leggerlo?

          Nessuna traduzione da una lingua ad un’altra e di un qualsiasi testo, riuscirà, in diversi punti, a rendere perfettamente tutte le sfumature dell’originale nella lingua in cui si traduce. Questo è vero anche per il Nome rivelato da Dio a Mosè.

          L’idea stessa del nome di una persona o di una cosa in ebraico non è la stessa che trasmette il termine “nome” nella nostra lingua. Molti – se non la stragrande maggioranza – di coloro che parlano di Jehovah (anche evangelici, la mia non è polemica) lo fanno con in mente l’idea occidentale di nome. Per questo sono infastiditi soltanto incidentalmente dal fatto che Jehovah non è il nome di Dio, che questo non è il modo in cui si pronunciava il Tetragramma, né può ricondursi al senso del termine originale. Se questo non li scoraggia da persistere, cosa potrà farlo?

          La semplice – sebbene per noi “Gentili”, “stranieri”, cruda – verità è che י ה ו ה è patrimonio esclusivo del testo originale del Tanakh (l’Antico Testamento) fenomeno imprescindibile dalla cultura e lingua ebraiche.

          I vari tentativi di recuperare nelle traduzioni la grandezza dell’originale biblico di Esodo 3 e degli altri riferimenti al Tetragramma, hanno tutti dei meriti, ma non riescono – perché non possono – trasmettere l’interezza del senso dell’originale al lettore che non andrà ad approfondire in prima persona le lingue originali delle Scritture ebraiche.        Chiamare Dio Jehovah significa dargli un altro nome proprio che non è di nessuno – e questo può essere un merito. Se lo definiamo Yehowah, siamo un tantino più aderenti alla realtà dell’alfabeto ebraico e della traslitterazione secondo il testo masoretico. Se lo chiamiamo Yahweh avremo dalla nostra un certo consenso degli studiosi e buone probabilità filologiche di essere nel giusto. Se preferiremo dire “Eterno” ci ricordiamo che in Esodo Dio voleva far comprendere come Egli sia un essere senza inizio e senza vincoli con la realtà fisica di questo mondo, dettata fondamentalmente dal trascorrere del tempo. Se utilizziamo “Signore” o “SIGNORE” diamo credito alla scelta fatta dagli ebrei, che, per rispetto del Nome santo di Dio ne evitano la pronuncia (chi siamo noi Gentili per giudicarli?), seguiamo l’uso della antica traduzione biblica dei Settanta e ci richiamiamo a TUTTE le copie manoscritte esistenti del Nuovo Testamento.