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(indispensabile per chi non vede i caratteri greco ed ebraico)

 

 

Giuseppe Guarino

 

(Gesù o Yeshua?)



 

            Facendo ricerche in rete, soprattutto in lingua inglese, sono rimasto davvero colpito dal risalto che si da in questi giorni alla necessità di utilizzare i nomi biblici secondo la pronuncia della lingua originale.

            E’ impossibile secondo me riuscire a districarsi all’interno dei vari movimenti che stanno nascendo – specie oltreoceano – con lo scopo di voler ripristinare la purezza della pronuncia autentica dei nomi sacri, il Nome di Esodo 3, su tutti, ma anche gli altri nomi di Dio dell’Antico Testamento e gli originali ebraici dei nomi anche dei personaggi del Nuovo Testamento, su tutti quello di Gesù.

            Devo concordare, proprio per l’amore che ho verso le lingue della Bibbia, che il tentativo di studiare la pronuncia originale di qualsiasi nome o termine biblico è un’attività spesso edificante, che ci aiuta a comprendere ulteriormente il senso dell’originale biblico in vari punti.

            Allo stesso tempo, quando però la ricerca di un suono diviene mezzo di esaltazione mistica, se si attribuisce ad una determinata pronuncia un potere quasi magico, legato strettamente al suono originale delle parole, sconfiniamo in campi che hanno più l’eco di indagini esoteriche, piuttosto che ricerche tendenti ad una migliore conoscenza della Parola e delle Persona di Dio.

            Perché chiamiamo Gesù, Gesù?

            Prendiamo in considerazione Matteo 1:1. Dice così quel brano della Bibbia in italiano: “Genealogia di Gesù Cristo, figlio di Davide, figlio di Abraamo.” (Nuova Riveduta). L’italiano Gesù traduce il testo originale greco Ἰησοῦ, forma dativa di ᾿Ιησοῦς. A sua volta il testo greco rende così l’originale ebraico del nome del nostro Salvatore: ישוע .

            Il nome del Signore è un nome comune della tradizione ebraica. Non lo troviamo solo in questo punto della Bibbia. Esso corrisponde infatti al nome del personaggio comunemente conosciuto come Giosuè, il successore di Mosè che guidò Israele alla conquista della terra promessa.

            Vediamo un brano dell’Antico Testamento.

            Per facilitare il compito a chi non conosce le lingue originali scelgo Deuteronomio 34:9, dove leggiamo: “Giosuè, figlio di Nun, fu pieno dello Spirito di sapienza … ”  (Nuova Riveduta).

            La parola ebraica tradotta qui Giosuè è יהושע, che possiamo traslitterare nel nostro alfabeto come Iehosciua. Di solito però, per vari motivi, grazie all’ampliamento del nostro alfabeto classico e alla fonetica della “sh” ormai ampiamente equiparata alla nostra “sc” italiana, questo nome viene di solito traslitterato Yehoshua.

            La prima traduzione in altra lingua dell’Antico Testamento fu in greco, la cosiddetta LXX o Septuaginta. In questa versione i traduttori, non avendo un corrispettivo del nome biblico in greco cui far riferimento, provarono a rappresentare il suono originale come meglio potevano. La LXX legge così in Deuteronomio 34:9 il nome del condottiero ebraico: ἰησοῦς. L’alfabeto greco non permetteva la riproduzione del suono ebraico. Aggiunge le vocali dove il testo ebraico aveva solo consonanti, ma abbandona il suono “sh” perché non trova un corrispettivo in greco e quindi non vi era modo di rappresentarlo. Tolsero inoltre la “a” finale, che, logicamente, sostituirono con la terminazione della parola maschile greca.

            In sostanza il greco non poteva non alterare i suoni tipici dell’ebraico, lingua semitica, a favore di una semplificazione che rendesse i vocaboli pronunciabili in lingua greca. Infatti, quando il nome ebraico venne semplificato, dopo l’esilio babilonese, nella forma ישׁוע (vedi il testo originale di Neemia 8:17), il greco non aveva modo di far percepire il semplice cambiamento consistente nell’omissione di “ho” e così Yehoshua diveniva Yeshua, senza che però il greco mutasse ed anche qui la LXX traduce il nome ἰησοῦς.

            In latino il termine greco divenne Iesus; abbiamo quindi un diverso alfabeto, ma una medesima pronuncia. Dal latino e dal greco viene l’italiano Iesu, forma originale del nome di Gesù nella nostra lingua, come ci testimonia la prima edizione della Diodati del 1641: “Hor la natiuità di Iesu Christo … ”

            Come vediamo non solo il modo di scrivere il nome “Gesù” era diverso. “Ora” veniva scritto “hor”, “Cristo” ha una consonante andata perduta nell’italiano moderno e si scriveva “Christo” e Gesù era “Iesu”, senza accento. La “s” di quel periodo, poi, come è visibile nelle riproduzioni dei libri dell’epoca, ricorda più la nostra odierna “f”, mentre la “v” è proprio uguale ad una odierna “u”.

            L’evoluzione della lingua italiana cambiò la stessa Diodati che nell’edizione del 1835, rivista alla luce della nuova ortografia della nostra lingua leggeva: “Or la natività di Gesù Cristo … ”

            Come è evidente, già nel 1835 l’ortografia era molto più simile a quella odierna.

            Nessuna origine strana per il nome italiano di Gesù, ma una semplice evoluzione linguistica del termine greco che altro non è se non la fedele traslitterazione del nome ebraico originale.

             Era prassi comune nell’antichità trasporre un nome da una lingua ad un'altra, come meglio si poteva. Nomi di re, nomi di luoghi, di personaggi in genere. Ciò per un ovvia logica legata alla familiarità con i suoni e la scrittura della propria lingua e l’estraneità del suono e della scrittura di un’altra lingua – nell’antichità non vi era un alfabeto standard con il quale si rappresentavano tutte le lingue, come generalmente accade oggi per le lingue occidentali, ma ogni lingua aveva una sua propria forma di scrittura.

            Non dobbiamo andare troppo lontano per vedere esempi di quanto dico. London è il nome originale, ma in italiano la stessa città è chiamata Londra. Parigi è in realtà Paris. Lo scopritore dell’America è per noi l’italianissimo Cristoforo Colombo, mentre da secoli gli americani festeggiano noncuranti il Columbus’ Day per ricordare la scoperta del nuovo continente. Nabucodonosor è il nome che ci arriva dalle cronache greche del re babilonese (così nella LXX: Ναβουχοδονοσορ) chiamato nella Bibbia נבוכדנאצר, traslitterato dalla Nuova Diodati Nebukadnetsar. Nell’inglese “The Cambridge Ancient History” ci viene ricordato che il nome originale di questo re è Nabu-kudurri-usur, che significa “Nabu proteggi la mia stirpe”.

            La traslitterazione della LXX è stata il più rispettosa possibile all’originale e questo è già un grande merito e certamente doveva essere in armonia con il modo in cui un greco riusciva a pronunciare il nome originale ebraico. Purtroppo il significato originali dei nomi ebraici si perdevano nella trasposizione in un’altra lingua. E’ per questo che leggiamo nel Vangelo di Matteo che l’angelo specificò a Giuseppe: “ella (Maria) partorirà un figlio e tu gli porrai nome Gesù, perché egli salverà il suo popolo dai loro peccati" (Matteo 1:21 La Nuova Diodati). Ecco qui che, in questo contesto, la ricerca del termine originale ha un senso, in quanto non è un semplice esercizio di pronuncia, bensì l’espressione del desiderio di approfondire cosa la Scrittura afferma in determinati punti. “Il nome Yeshua è la forma contratta di Yehoshua, a sua volta forma abbreviata di Yehovah Yoshiah, “il Signore salva”, Asher Intrater, Chi ha pranzato con Abrahamo?, pag. 165.

            La tendenza a mantenere i nomi originali di persone e luoghi è una caratteristica piuttosto recente, e si è affermata grazie agli scambi culturali ed alla maggiore duttilità ed apertura reciproca delle lingue indoeuropee del nostro tempo. Oggigiorno non è inusuale dar nomi stranieri ai propri figli, diciamo “ok” con maggiore frequenza ormai di quanto non diciamo “va bene”. Il nostro orecchio non è infastidito da suoni anglo-americani, grazie agli scambi culturali facilitati dai vari media, films, musica e tv. In questo senso, parlare alla gente di Yeshua come nome originale di Gesù, spiegare che è la stessa persona in due lingue diverse, spiegare il meraviglioso senso di quel nome, dell’amore di Dio concretizzatosi in Yeshua e nella sua morte sulla croce, può essere uno spunto importante di discussione ed un edificante approfondimento che prende spunto da significati propri delle lingue bibliche originali che in breve nessuna traduzione può rendere appieno.

            Nessun potere magico nella pronuncia originale del nome di Yeshua, nessuna distinzione fra due termini che in due lingue diverse, Yeshua e Gesù, indicano comunque lo stesso individuo. Gli ebrei pronunciavano perfettamente il nome del Signore Gesù, ma non capivano chi egli realmente fosse. Noi stranieri, non ebrei, magari non riusciremo ad articolare il suono originale del nome di Yeshua; magari ci limitiamo semplicemente alla sua versione italiana; ma non sarà di certo a causa delle nostre deficienze linguistiche che non potremo onorare l’individuo che designa tale nome, visto che riconosciamo in lui l’amore di Dio fatto uomo, il nostro Salvatore ed il giudice che tornerà presto per giudicare “i vivi e i morti”.

             C’è un ultimo dettaglio che, in questo contesto è utile non tralasciare, affinché il lettore attento del Nuovo Testamento non rimanga con questo dubbio.

            In Atti 7:45 leggiamo: “I nostri padri, guidati da Giosuè … “ (NR). In Ebrei 4:8: “Infatti, se Giosuè avesse dato loro il riposo, Dio non parlerebbe ancora d'un altro giorno.”. In entrambi questi casi il testo greco originale ha ᾿Ιησοῦς. Ma il traduttore comprende bene che nei due casi che ho appena richiamato all’attenzione del lettore, non è del nostro Salvatore che parla il testo biblico, bensì di Giosuè, il condottiero veterotestamentario. Utilizzando la potenzialità della nostra lingua, che nel suo evolversi ha finito per distinguere fra i nomi di Gesù e di Giosuè, le versioni italiane riescono a poter distinguere fra le due figure aiutando la comprensione del testo anche per il lettore occasionale del Nuovo Testamento.