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 Introduction

 

 

 

 

Giuseppe Guarino

 

CRITICA DEL TESTO

EXTRABIBLICA E BIBLICA

Considerazioni e confronti

 

Le informazioni di critica del testo sono state attinte dal libro del prof. Gian Carlo Alessio – Istituzioni di Filologia a.a. 2005 – 2006 reperito online sul sito della università Ca’Foscari di Venezia

 

             La critica del testo non nasce certo con la Bibbia. Il bisogno di cercare di districarsi fra le divergenze nelle letture dei vari manoscritti riguarda tutti i testi tramandati e diffusi prima dell’invenzione della stampa.

            Già nella remota antichità si cercò di porre rimedio agli errori dei copisti, cercando di individuarli per tentare di correggerli e produrre copie più fedeli all’originale. Gli errori di copiatura non sfuggirono ai dotti dell’antico centro culturale di Alessandria, dove, com’è noto, esisteva la più grande biblioteca dell’antichità già nel III secolo a.C. Gli studiosi alessandrini oltre ad avere sviluppato un sistema di annotazione degli errori sugli stessi manoscritti, si intrattenevano in discussioni sulle varianti, dando vita ai primi criteri di critica del testo dei quali ci è rimasta traccia.

            Più in là nel tempo, nella Roma del II secolo, vide la luce un trattato ad opera di Auto Gellio: Noctes Atticae. Il lavoro di Gellio è attento e basato su una seria valutazione dei manoscritti da lui stesso cercati e comparati  - attività che tecnicamente viene definita “collazione” ed è anche oggi alla base della critica testuale. Si trattò di un buon lavoro, attento e serio, valido perché lo studio di prove oggettive, quali sono i vari manoscritti a disposizione di un testo, la loro comparazione e valutazione  permette di ottenere ottimi risultati.

            Lo stesso non si può dire di Servio, vissuto nella seconda metà del IV secolo, il quale invece preferisce la correzione del testo dei manoscritti che attirano il suo interesse in base a criteri legati al suo giudizio personale, piuttosto che valutando le letture dei vari manoscritti. Quest’ultimo metodo di lavoro sublima una pratica testuale chiamata “correzione congetturale” che rappresenta un metodo di approccio maldestro o persino pericoloso, se utilizzato in maniera indiscriminata: si tratta di una correzione al testo apportata in prima persona da chi lo ricopia, senza alcun supporto oggettivo, se non il proprio giudizio personale.

Origine, studioso e prolifico scrittore cristiano vissuto ad Alessandria d’Egitto nel III secolo d.C., fu un attivo critico del testo biblico. Alcune sue affermazioni, però, lasciano piuttosto perplessi, quando le valutazioni personali sulla qualità delle letture di alcuni manoscritti lo fanno spingere fino  ad utilizzare la correzione congetturale. Origine appartiene alla scuola alessandrina e sebbene fosse cristiano, il suo comportamento da studioso non può aver risentito dell’atmosfera culturale che lo circondava.

            Una generazione dopo quella di Origene, anche Girolamo, autore della versione latina ufficiale della Chiesa Romana, la Vulgata, si cimenta e discute i problemi testuali legati alla trasmissione dei testi antichi.

            Nel Medioevo si arriva ad elaborare un metodo di critica del testo più definito, che tiene conto di diversi fattori. 1. L’antichità delle testimonianze manoscritte; oggettivamente molto importante: un manoscritto più vicino nel tempo all’originale è verosimilmente un testimone più attendibile. 2. Il numero dei manoscritti: una lettura riportata in più manoscritti ha maggiore probabilità di essere autentica. La valutazione delle evidenze e le considerazioni interne al testo concorrono per il critico nella ricerca dell’originale. Tali principi sono sostanzialmente applicati anche oggi nella moderna critica del testo.

            Nel Medioevo si sentirà tutto il peso del valore della singola parola rinvenuta nella Bibbia. Ciò impone dei criteri testuali che fondamentalmente finiranno per valere anche nello studio degli scritti non cristiani. Le libertà che si prendevano gli studiosi del tempo lasciavano il segno, dando vita ad edizioni aggiornate ed annotate piuttosto che a manoscritti che fossero il risultato di una semplice copiatura. Nasce in questo periodo una pratica molto importante che, sebbene in una forma più evoluta, continua a tutt’oggi: l’annotazione ai margini del testo delle varianti offerte dai manoscritti. Tale cura mette in condizione il lettore di avere informazioni sufficienti per giudicare egli stesso quale varianti preferisce o comunque valutare le opzioni offerte dai vari testimoni.

            Valutare le prove manoscritte e cercare di capire i tipi di errori commessi dai copisti guiderà il critico nella ricerca dell’originale. “… nel De fato et fortuna, l’umanista Coluccio Salutati si inscrive in una collaudata tradizione quando distingue fra errori volontari dei copisti (quando essi «mutano temerariamente quello che non capiscono») errori involontari («quando «per svagatezza della mente e leggerezza di testa dimenticano senza avvedersene») ed errori causati da glosse interlineari o marginali penetrate nel testo («quando assumono glosse dai margini e dalle interlinee dei codici come parti di testo da trascriversi»).” Istituzione di Filologia Medievale, op. cit., pag. 18.

            Spesso le problematiche nella trasmissione dei testi medievali non sono così drammatiche come per altri scritti del passato. Petrarca ad esempio ebbe modo di essere presente nella redazione dei manoscritti definitivi delle sue opere. Anche qui vi sono delle valutazioni però legate all’intervento diretto o meno dell’autore stesso nella copiatura del suo libro. “L’autografo non coincide necessariamente con l’originale, quindi ‘originale’ e ‘autografo’ non sono sinonimi. Del Canzoniere di Petrarca abbiamo, infatti, l’originale (Vat. Lat. 3995) che non è interamente autografo, essendo stato, sebbene in piccola parte copiato, sotto la sorveglianza di Petrarca dal suo scriba di fiducia, Giovanni Malpaghini.” Ibid, pag.26

            Valutiamo, infine, prima di spostarci alla critica del testo biblico, alcuni dati sulla quantità dei manoscritti di alcuni libri antichi sopravvissuti fino ai nostri giorni.

            Per la letteratura italiana del Trecento, il più antico manoscritto della Commedia è il Landiano (Piacenza, Biblioteca Comunale Passerini Landi cod. 190), che è datato al 1336, quindi copiato alla sola distanza di 15 anni dalla morte dell’autore dell’opera.      http://www.danteonline.it è un sito al quale attingere per informazioni relative ai manoscritti della “Divina Commedia” di Dante Alighieri. Ovviamente lo stato del testo di quest’opera è più che eccellente.

            Lo stesso non si può dire di libri più antichi.

            Bruce Metzger è una delle principali autorità della materia. Egli riferisce: “L’Iliade di Omero … la “bibbia” degli antichi greci è preservato in 457 papiri, 2 manoscritti onciali (tutti in maiuscolo, ndt) e 188 manoscritti in minuscolo. Fa gli autori di tragedie i testimoni ad Euripide sono i più numerosi; i suoi lavori sono preservati in 54 papiri e 276 manoscritti in pergamena, quest’ultimi tutti risalenti databili nel periodo bizantino.”, Bruce Metzger, The Text of the New Testament, Oxford University Press, ed. 1980, pag. 34[1]. Lo stesso studioso continua evidenziando come gli stessi annali di Tacito, per quanto riguarda i primi sei libri, sono tramandati in un unico manoscritto risalente al IX secolo.

            Le problematiche relative alla critica del testo biblico divergono profondamente da quelle relative ad altri testi. Prescindendo dal fatto che si consideri la Bibbia Parola di Dio o meno, l’approccio di chi valuta le sue evidenze manoscritte deve essere radicalmente diverso.

            Il critico testuale che si cimenta sul testo biblico deve tener conto di due fattori molto importanti: 1) Il testo biblico ha la migliore e più sicura attestazione manoscritta che si possa sperare per un libro di tale antichità. 2) La quantità di materiale a disposizione è sia il suo più grande alleato sia il suo principale nemico.

            Le strade poi si dividono ulteriormente: l’Antico ed il Nuovo Testamento sono infatti due realtà testuali distinte.

            L’Antico Testamento è molto più antico del Nuovo. Se concordiamo con la datazione tradizionale, il Pentateuco risale al XV secolo a.C. e gli ultimi scritti profetici al V secolo a.C.

            Le prove manoscritte dell’Antico Testamento in lingua originale sono state curate dal popolo ebraico, il quale non teme rivali nella cura della preservazione del testo biblico. Ciò ha portato ad avere a disposizione diversi manoscritti medievali che tramandavano l’Antico Testamento ebraico in maniera pressoché uniforme. Il cosiddetto testo Masoretico, chiamato così per l’apporto determinante da parte degli studiosi ebrei chiamati masoreti, è alla base delle versioni bibliche dalla riforma in avanti.

            Le ombre sul testo dell’Antico Testamento erano molte, vista anche l’oggettiva prossimità delle evidenze testuali in nostro possesso.

            Nel 1946, però, una fortuita – o provvidenziale – scoperta, nei pressi del Mar Morto, riportò alla luce una serie di manoscritti nascosti prima della distruzione romana del 70 d.C. Nelle cosiddette grotte di Qumran – 11 in tutto – vennero riportati alla luce i resti di quasi tutta la Bibbia ebraica e le prove manoscritte dell’Antico Testamento a nostra disposizione divennero di colpo mille anni più antiche di quelle fino ad allora a nostra disposizione.

            Le sorprendenti conclusioni che se ne trassero sull’affidabilità del testo in nostro possesso sono riassunte da Ellis R. Brotzman nel suo Old Testament Textual Criticism, a pagina 95, dove cita a sua volta Burrow, Dead Sea Scrolls, pag. 304: “Le molteplici differenze nell’ortografia e forme grammaticali fra il manoscritto di San Marco (il rotolo completo del profeta Isaia risalente al II secolo a.C., ndt) e il testo Masoretico rende il loro accordo sostanziale sulle parole del testo ancora più significativo … è sorprendente che attraverso qualcosa come mille anni il testo abbia subito così poca alterazione”. Le divergenze nell’ortografia e grammatica sono molto importanti perché attestano l’indipendenza delle prove manoscritte e quindi il maggiore significato del loro accordo sostanziale.

            Nello stesso libro afferma Brotzman: “La critica del testo, per sua natura, si concentra sulle varianti, ma il 90% o più del testo che esiste senza alcuna variazione deve essere tenuto in considerazione”, Ibid, pag. 23.

            Non so se esista un qualsiasi altro testo antico del quale si possa affermare ciò. Dobbiamo tenere conto inoltre che ci troviamo a 3500 anni da Mosè e 2400 dagli ultimi libri dell’Antico Testamento.

            Brotzman conclude così sullo stato di conservazione delle Scritture ebraiche: “La maggior parte del testo dell’Antico Testamento è accertato, e le varianti che esistono possono nella maggior parte dei casi ricondursi a letture primarie o secondarie”, Ibid, pag. 24.

            In parole povere possiamo avvicinarsi fiduciosi all’Antico Testamento in nostro possesso, in quanto ogni evidenza ci assicura che esso è praticamente identico all’originale, tanto che mi sento di poter dire apertamente che: se non ci riteniamo sicuri dell’autenticità dell’Antico Testamento in nostro possesso non credo potremo guardare con meno sospetto qualsiasi altro libro antico. In parole povere abbiamo più titolo di dire: “il profeta Isaia scrisse” di quanto non abbiamo il diritto di dire: “Omero scrisse” o “Aristotele disse”, ovvero “Euripide disse”; o ancora “Eschilo scrisse”, ecc…  Ciò per quanto riguarda la scienza della critica del testo. Se poi la nostra discussione si sposta su altre questioni, quali il significato di originale, autografo o chi sia l’autore del libro che porta il nome di Isaia o dello stesso Pentateuco o perfino cosa si intende per “ispirazione” della Bibbia, ciò esula dal soggetto di questa discussione.

            Passiamo, quindi, ad esaminare la seconda grande divisione della Bibbia.

            La situazione per il testo greco del Nuovo Testamento è persino incredibilmente migliore di quella dell’Antico. Non credo infatti che esista un altro libro con tante prove manoscritte, dirette ed indirette come il Nuovo Testamento:

             81 papiri

             266 manoscritti onciali - cioè con il loro testo tutto in maiuscolo

             2754 manoscritti in minuscolo - con il testo in minuscolo

             2135 lezionari

Queste statistiche sono riferite da Bruce Metzger e si tratta della stima ufficiale.

A queste evidenze dirette, bisogna aggiungere quelle indirette. Le oltre 8000 copie manoscritte della versione in latino della Vulgata e la testimonianza di altre antiche versioni. Per finire l’intero testo del Nuovo Testamento potrebbe ricostruirsi anche dalle citazioni che rinveniamo dai cosiddetti padri della Chiesa.

      Il problema quindi del critico che esamina la qualità del testo del Nuovo Testamento è la quantità da capogiro delle prove manoscritte a sua disposizione. Non credo di dire nulla di stupefacente avanzando l’ipotesi che difficilmente una tale mole di informazioni potrà mai essere tutta accuratamente valutata. Per fortuna o per grazia di Dio, lo giudichi il lettore che è più o meno credente, lo stato di conservazione del testo è eccellente e le varianti relativamente poche.

      Nel suo The Identity of the New Testament Text, Wilbur Pickering scrive: “I manoscritti contengono diverse centinaia di migliaia di varianti. La stragrande maggioranza di questi sono errori di ortografia o ovvi errori imputabili alla trascuratezza o ignoranza dei copisti. Ad occhio direi che vi sono fra dieci o quindicimila errori che non possono altrettanto facilmente accantonarsi, quindi solo un massimo del 5% delle varianti sono “rilevanti”.

Westcott e Hort sostennero qualcosa di simile quando scrissero: “...la quantità di ciò che può realmente definirsi una variazione sostanziale rappresenta una minima parte delle varianti rimanenti e può a malapena formare più della millesima parte dell’intero testo.”, The New Testament in the Original Greek, pag. 2.

Vi sono ovviamente diverse teorie sul valore di questo o quel gruppo di manoscritti, ma l’unanimità degli studiosi è a favore della oggettiva qualità del testo del Nuovo Testamento oggi a nostra disposizione.

            Nessuna correzione congetturale è necessaria nell’applicazione delle tecniche di critica del testo alla Bibbia: le evidenze manoscritte sono sufficienti a raggiungere una certezza tale che, come ho già detto, dubitare dell’accuratezza della Bibbia significa cancellare l’attendibilità di qualsiasi altro libro giunto a noi da prima dell’invenzione della stampa.


 

[1] La traduzione dall’inglese è mia.