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αὐξανόμενοι εἰς τὴν ἐπίγνωσιν τοῦ Θεοῦ

 

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Giuseppe Guarino

 

Commentario al libro di Daniele

versione del libro in formato pdf

 

 

INDICE

 

Introduzione

Capitolo 1. Il libro di Daniele

Capitolo 2. Autenticità del libro di Daniele

Capitolo 3. Cenni Storici

Capitolo 4. Daniele capitolo 1: I tre giovani giudei in Babilonia

Capitolo 5. Daniele capitolo 2: I Tempi dei Gentili

Capitolo 6. Daniele capitolo 3: La fornace ardente

Capitolo 7. Daniele capitolo 4: Il sogno di Nabucodonosor

Capitolo 8. Daniele capitolo 5: Il convito di Beltsasar

Capitolo 9. Daniele capitolo 6: Daniele nella fossa dei leoni

Capitolo 10. Daniele capitolo 7: La visione delle quattro bestie

Capitolo 11. Il quarto regno: diverse vedute a confronto

Appendice I. Belshtatsar

Appendice II. Dario della stirpe dei Medi

Appendice III: Chi erano i magi d'oriente?
 

 

Introduzione

                                                                                                                                                      

 

Un affetto particolare mi lega al libro biblico di Daniele. I miei anni di studio mi hanno convinto che questo sia una delle prove più straordinarie dell’ispirazione della Bibbia. Se il lettore avrà la pazienza di arrivare alle ultime pagine del mio lavoro, spero di convincere di questo anche lui.

Purtroppo non tutti sono di questo avviso. Credo che non sia nemmeno difficile comprendere il perché. Parliamo, infatti, di un libro che ha percorso un tragitto di oltre 2500 anni per giungere sino a noi. Ciò non può non facilitare le divergenze di vedute sull’attendibilità del suo testo o la affidabilità di alcune informazioni. Personalmente, però, lo dico subito, non ho riscontrato contraddizioni o errori nel libro di Daniele. Difficoltà certamente; diverse. Sarebbe impensabile aspettarsi il contrario. Ma dopo un attento esame di queste difficoltà, trasmetto con tutta onestà al lettore medio della Bibbia la mia convinzione sull’attendibilità dei contenuti del libro di Daniele, sia dal punto di vista storico che profetico.

Le difficoltà che sorgono con le informazioni storiche vengono con troppa premura liquidate, da una certa scuola di pensiero piuttosto in voga oggi, come errori ed incongruenze. Ma credo sia soltanto un errore di prospettiva, di atteggiamento. Perché se diamo per assodato che ogni informazione fornita dal libro di Daniele senza un adeguato e pronto riscontro nelle cronache extrabibliche sia un errore, guarderemo tutto dall’angolazione sbagliata. Se abbiamo il coraggio di cambiare prospettiva e, senza preconcetti, proviamo ad immaginare le narrazioni di Daniele come il risultato di un’esperienza diretta vissuta in prima persona, allora quando non abbiamo riscontri dalle nostri fonti storiche profane, possiamo semplicemente immaginare che Daniele riferisce – in quanto testimone oculare e protagonista in prima persona dei fatti descritti nel suo libro – informazioni che, altrimenti sarebbero andati perdute.

Nel III secolo il filosofo pagano Porfirio, acerrimo nemico del cristianesimo, sostenne che l’entusiasmo dei cristiani per le profezie di Daniele era immotivato. Egli, infatti, si prodiga a dimostrare che questo libro è soltanto una frode prodotta nel periodo dei Maccabei, nel II secolo a.C., quindi dopo che le profezie – spacciate solo per tali dall’ignoto autore di questo clamoroso plagio – si erano avverate. E’ comprensibile, logico e persino inevitabile, che un pagano, nemico della Fede, ritenga che le Sacre Scritture altro non siano che un falso e la nostra speranza in Cristo solo un’illusione. Ma mi chiedo come possa accadere che qualcuno che si definisce cristiano abbandoni così drasticamente la fede tradizionale della Chiesa (ed ebraica), che affonda le proprie convinzioni nella testimonianza degli apostoli e del Signore Gesù Cristo stesso, a favore di un’“irrazionale” parvenza di razionalismo avente la sostanza dello scetticismo e dell’incredulità? E’ drammatico trincerarsi dietro una supposta “verità storica”, riconosciuta come tale solo nelle fonti extrabibliche e in ossequio ai risultati (soggettivi) degli studiosi, o meglio di certi studiosi, essere pronti a svuotare la Parola di Dio della sua autorità e definirsi comunque cristiani o pretendere di prodigarsi per un approfondendo della Verità.

La cosa più triste è che, senza preconcetti o conclusioni affrettate che nascono solo da un cieco desiderio di dimostrare un’idea che precede l’attenta imparziale ricerca della verità, Daniele si rivela essere quello che pretende di essere: un meraviglioso documento giunto fino a noi dopo un lungo tragitto di ben 2500 anni, per testimoniarci la fedeltà di Dio.

Il colpo di grazia auto infertosi da chi vuole svuotare Daniele della sua autorità storica e profetica lo troverà il lettore attento nell’assoluta incongruenza delle conclusioni raggiunte dall’interpretazione del testo del libro da parte di chi non lo considera una raccolta di autentiche profezie, vere e proprie capriole esegetiche e vistose forzature storiche, che fanno leva sulle difficoltà oggettive a cui accennavo prima, aventi come unico fine l’impossibile tentativo di racchiudere le profezie contenute in Daniele al periodo, il II a.C., in cui certi studiosi suppongono questa “frode” o “pia frode” sia stata prodotta.

Avvicinandoci a Daniele, con la semplicità di stupirsi di un bambino e con la conoscenza  che ci comunica il Nuovo Testamento, troviamo qui delle stupende conferme e delle autentiche profezie che guardano dritte alla nostra “beata speranza”, il ritorno del Signore Gesù. Sarebbe più follia che presunzione dire che tutto è chiaro. Ma sono convinto che il lettore serio, con la guida insostituibile dello Spirito Santo, riconoscerà che le linee principali dell’interpretazione che presento, sono tracciate con sufficiente chiarezza.

Vi sono due dettagli che meritano una breve ma fondamentale precisazione iniziale.

Quasi tutti i nomi dei principali protagonisti di questo studio non hanno una maniera univoca di scriversi. E’ qualcosa di molto comune nell’antichità; e, nello studio della storia, è una costante con la quale confrontarsi continuamente. Le divergenze, ad esempio, nel nome di un re a seconda del monumento, dell’iscrizione o del documento dove è trascritto spesso ne rende incerta l’identificazione in base alle diverse fonti. Il nome del principale re della rinascita babilonese lo troviamo di solito nei libri di scuola e nei testi storici italiani come Nabucodonosor. Ma nella Bibbia soltanto il nome di questo re ha dato origine a diverse varianti. La Diodati lo chiama Nebucadnesar. La Riveduta Luzzi lo chiama Nebucadnetsar. La Nuova Riveduta in un certo senso si allontana dal testo ebraico della Bibbia scegliendo la lettura oggi adottata nei libri di storia, chiamandolo Nabucodonosor. La Nuova Diodati cerca di rimanere il più fedele possibile alla traslitterazione ebraica del testo della Bibbia e legge Nebukadnetsar, sfruttando l’ampliamento del nostro alfabeto tradizionale italiano. Nella inglese “The Cambridge Ancient History” ci viene ricordato che il suo nome originale è Nabu-kudurri-usur, che significa “Nabu proteggi la mia stirpe”. Non se ne questo stupisce il lettore. Non è forse vero che al nostro Cristoforo Colombo, per noi scopritore dell’America, viene dedicata una festa negli USA, chiamata il Columbus Day? Non è forse vero che la città di London diventa nella nostra lingua Londra? Paris non è per noi Parigi? La nostra Firenze non è conosciuta come Florence nel mondo anglosassone? Immaginiamo il fenomeno proiettato nel passato e fra lingue non così relativamente imparentate come le nostre lingue occidentali e le difficoltà degli storici ci appariranno subito chiare. Immaginiamo quale compito non semplice sia identificare il nome di un re fenicio scritto in accadico negli archivi della corrispondenza di un faraone egiziano!

Più complessa ancora è la questione legata alle datazioni.

Nell’antichità gli anni venivano riferiti a quelli del re al potere. Ne abbiamo diversi esempi nella Bibbia, quindi non c’è nemmeno bisogno di guardare altrove. Lo stesso libro di Daniele comincia così “Nel terzo anno del regno di Jehoiakim, re di Giuda, Nebukadnetsar, re di Babilonia, venne contro Gerusalemme e la cinse d'assedio.

Visto che una datazione di questo genere è piuttosto relativa, a volte sorge il bisogno di raffrontare le datazioni di due nazioni diverse per potere avere una maggiore precisazione temporale. “Ecco la parola che fu rivolta a Geremia riguardo a tutto il popolo di Giuda, nel quarto anno di Ioiachim, figlio di Giosia, re di Giuda (era il primo anno di Nabucodonosor, re di Babilonia)”. Geremia 25:1.

E’ ovvio che non è sempre un compito facile riuscire a tramutare le datazioni dell’antichità, così oggettivamente relative, in una data certa del nostro calendario. Più andiamo a ritroso nel tempo più questa operazione è difficile. Anche perché il nostro stesso calendario non è perfetto. Esso è diviso in due parti principali, essendo riferito alla nascita di Gesù Cristo. Gli anni che precedono la nascita di Cristo sono detti appunto Avanti Cristo, abbreviato a.C. Quelli che seguono la nascita di Gesù sono anni dopo Cristo, abbreviato d.C. Solo per citare il più evidente paradosso del nostro calendario basterà ricordare che a causa di un errore di calcolo iniziale, la nascita di Gesù è avvenuta nel 4 a.C., secondo alcuni studiosi; secondo altri nel 6 a.C. Altre imprecisioni hanno portato, nei secoli passati, alla soppressione di interi giorni o settimane.

Questa lunga premessa sulle datazioni è importante perché che il lettore comprenda che non si può essere dogmatici sull’esatezza delle date riferite al passato che sono, tanto più remote, quanto più soltanto indicative. Nei diversi testi si troverà l’inzio del regno di Nabucodonosor riferito all’anno 605 a.C. del nostro calendario. Ciò secondo il nostro metodo di datazione. Ma per i babilonesi il primo anno di regno di un re non iniziava alla morte del predecessore, bensì dal capodanno dell’anno seguente, che nel calendario babilonese era nel mese di Nisan che corrisponde al nostro Marzo – Aprile. La differenza di uno o anche due anni tra un libro di storia o un commentario e l’altro non mi sconvolgono più di tanto e non devono essere metro di giudizio per l’attendibilità di questo o quel testo. Anzi, nutro una certa diffidenza verso chi ostenta troppe certezze sulle antiche datazioni.

Tutto ciò che ha un valore, richiede fatica. Nonostante io abbia trascorso anni a studiare quanto qui presento allo studente volenteroso della Parola di Dio nella maniera più semplice che riesco a fare, sarebbe irrealistico pensare che la lettura e lo studio del mio libro sarà facile. Ma ho messo tutto il mio impegno perché possa essere di benedizione per chi ama il Signore e la Sua Parola.

Il testo che ho adottato è quello della Nuova Diodati. I motivi saranno particolarmente evidenti nel commento al capitolo 9 di Daniele.  Ho, però, citato indiscriminatamente anche dalla Riveduta Luzzi e dalla Nuova Riveduta.

Un lavoro di riferimento è stato il libro di Robert Dick Wilson, Studies in the book of Daniel. La testimonianza di Wilson è molto importante. Conoscendo oltre 40 lingue, questo studioso riusciva ad attingere personalmente le proprie informazioni dai documenti storici originali. Come dimostreranno le citazioni che ho tratto dal suo lavoro, ritengo il suo contributo all’approfondimento e difesa sul libro di Daniele di valore inestimabile.

Ho consultato i libri di Giuseppe Flavio, storico giudaico del I secolo d.C. E’ un riferimento  molto importante la cui lettura, per chi studia la Bibbia, in particolare l’Antico Testamento, è molto istruttiva. Egli parla in più punti degli eventi che riguardano Daniele e lo tirerò in causa più di una volta.

Ireneo (120-202) fu vescovo nella città di Lione. Anche nella sua monumentale opera “Contro le Eresie” accenna al libro di Daniele. Vedremo più avanti cosa dice.

Dall’antichità cristiana ci arrivano due importanti libri che parlano delle profezie di Daniele: il commentario di Girolamo del IV secolo e gli scritti di Ippolito sull’Anticristo del III secolo. Sono dei testi che ritengo fondamentali perché testimoniano la continuità delle linee principali dell’interpretazione che propongo con l’insegnamento della chiesa primitiva. Li citerò più volte.

Per i dettagli sugli altri libri che ho consultato, rimando il lettore alla bibliografia.

Un’ultima precisazione che faccio riguarda il mio metodo di scrittura. So di avere ripetuto certe cose più d’una volta nelle diverse parti del libro. Lo faccio di proposito e lo scopo è di rendere il più possibile indipendenti i diversi capitoli, per permettere una più efficace consultazione sul mio sito internet, www.studibiblici.eu, o la lettura dei capitoli che interessano soltanto.

 

 

Capitolo 1

Il libro di Daniele

                                  

 

 Il libro di Daniele si trova nelle nostre Bibbie fra i libri dei cosiddetti profeti maggiori, Isaia, Geremia ed Ezechiele, e quelli dei profeti minori. Nel canone ebraico, invece, il libro fa parte della terza divisione dell’Antico Testamento ebraico, ossia i Ketuvim, gli Scritti. Nessun dubbio, però, fra ebrei o cristiani sull’ispirazione di questo libro.

 Il libro di Daniele è diviso in 12 capitoli. 

bullet Capitolo 1: è storico ed introduttivo. Narra della deportazione di alcuni fra i giudei in Babilonia, fra i quali Daniele e i suoi tre compagni. La loro fedeltà a Dio viene subito premiata con una sapienza superiore.
bullet Capitolo 2: contiene la profezia riguardante i cosiddetti Tempi dei Gentili, dove il profeta interpreta un sogno del re babilonese Nebucadnesar. La spiegazione del sogno rivela il succedersi di quattro regni fino al sorgere del regno di Dio: Babilonia, Persia, Grecia e Roma.
bullet Capitolo 3: I tre compagni di Daniele si rifiutano di adorare l’immagine eretta dal re babilonese. La loro disobbedienza viene punita: i tre verranno in una fornace di fuoco ardente. Non ne subiranno loro alcun danno. Nebucadnesar è, quindi, costretto a riconoscere l’intervento del Dio dei Giudei.
bullet Capitolo 4: Il re babilonese è colpito da una malattia che dura sette anni.
bullet Capitolo 5: Daniele interpreta una scritta comparsa durante una festa tenuta dall’ultimo re di Babilonia. La scritta annuncia la fine del regno, l’uccisione del re e l’arrivo dei Medo-Persiani.
bullet Capitolo 6: Daniele è gettato nella fossa dei leoni, ma ne uscirà indenne.
bullet Capitolo 7: ripropone la visione dei Tempi dei Gentili. La successione è quella dei regni già visti al capitolo 2, ma con dei nuovi dettagli e da una prospettiva diversa. E’ annunciato l’arrivo dell’Anticristo poco prima del ritorno di Gesù, qui visto come il figlio dell’uomo che viene con le nuvole.
bullet Capitolo 8: si sofferma sulle vicende di due regni della visione descritta nel capitolo precedente: Persia e Grecia. Viene predetta l’ascesa e la caduta di Alessandro Magno e di Antioco IV Epifane.
bullet Capitolo 9: la profezia è quella delle Settanta Settimane.
bullet Capitolo 10, 11 e 12. L’ultima lunga visione di Daniele è narrata in questi tre capitoli del libro. Sono predette in dettaglio le vicende dei regni che sorgeranno dopo la morte di Alessandro Magno, quello dei Seleucidi e quello dei Tolomei. Con più dettagli è descritta la scellerata carriera di Antioco Epifane, ma è anche predetto qualcosa che riguarderà l’Anticristo. 

  Schema del libro e disordine cronologico

  Lo schema del libro di Daniele è piuttosto semplice e la sua divisione in due parti, cap.1-6 e cap.7-12, è naturale.

La prima parte è chiaramente narrativa. Ciò motiva abbondantemente l’inclusione del libro nel canone ebraico fra gli Scritti e non fra i profeti. Sebbene la seconda divisione del libro sia profetica, non lo è nel senso classico del termine. E’ evidente la differenza fra le profezie di Isaia o Geremia e le visioni profetiche avute da Daniele e riportate nel suo libro.

Sebbene la nostra mentalità occidentale preferisca sempre un ordine cronologico nelle narrazioni, è chiaro che invece questo non era una priorità dell’autore del libro di Daniele, dove prevale un ordine tematico. Lo stesso accade in altri libri della Bibbia. E’ un po’ al di là della nostra esperienza; ma è perfettamente compatibile con quella di un ebreo vissuto a cavallo fra il VII ed il VI secolo a.C. Anche nel libro di Geremia, per citare un autore contemporaneo a Daniele, notiamo il medesimo “disordine cronologico”, raffrontando Geremia 25:10, 35:1, 36:1, 36:9, 46:2.

In Daniele, comunque, l’ordine cronologico è conservato all’interno delle due divisioni principali: quella narrativa e profetica. 

  Bilinguismo

 Un elemento caratteristico del libro Daniele è il suo bilinguismo. Dal verso quattro del capitolo due a tutto il capitolo sette, il libro ci è giunto in aramaico; il resto è scritto in ebraico. Dico ci è giunto, ma sono convinto che, nonostante le speculazioni di alcuni, il libro sia stato originariamente composto nelle due lingue in cui ci è arrivato e che anche il bilinguismo sia prova dell'unità del libro, in quanto dimostra l’unità d'intento del suo autore.

Notiamo, infatti, che i capitoli 2 e 7 hanno in comune il contenuto e la lingua; ma il settimo capitolo, tematicamente ed anche cronologicamente, appartiene chiaramente alla seconda divisione del libro. Lo dimostra anche che il capitolo 8 comincia con un chiaro riferimento alla visione del capitolo 7, sebbene adesso la lingua sia quella ebraica. Il primo capitolo è chiaramente parte della prima divisione del libro, quella narrativa, ma è scritto nella stessa lingua della seconda parte, l’ebraico.

Tale fenomeno, davvero molto singolare è semplicemente spiegato dalla evidente volontà dell'autore di rendere comprensibile ai popoli non ebrei le porzioni del libro scritte in aramaico, lingua internazionale di quel periodo. Facendo attenzione ai contenuti, ci rendiamo conto che nei capitoli scritti in questa lingua lo scopo è stabilire la signoria assoluta di Dio sulla creazione. Mentre quelli in ebraico riguardano più da vicino il popolo di Dio.

Quando Daniele riuscì ad interpretare il sogno del re Nebucadnesar, questi è costretto ad ammettere: "In verità il vostro Dio è l'Iddio degli dei, il Signore dei re, il rivelatore dei segreti", Dan. 2:47. Al capitolo 4 ciò che accade al re babilonese ha senso perchè egli deve apprendere che "l’Altissimo domina sul regno degli uomini e lo darà a chi vuole", Dan. 4:25

Al capitolo 5, al re Baldassarre è annunciato il castigo di Dio perchè "non hai umiliato il tuo cuore...ma ti sei innalzato contro il Signore del cielo...tu hai lodato gli dei d'argento, d'oro di rame, di ferro, di legno e di pietra, i quali non vedono, non odono, non hanno conoscenza di sorta, e non hai glorificato l’Iddio che ha nella sua mano il tuo soffio vitale, e da cui dipendono tutte le tue vie", Dan. 5:22-23.

Quando il popolo di Dio è stato dato nelle mani dei pagani esso non ha cessato d'essere tale e coloro che sono fedeli, Dio li guarderà da ogni male. Al capitolo 3, i tre compagni di Daniele vengono gettati vivi nella fornace ardente, perchè si erano rifiutati di adorare la statua eretta da Nebucadnesar; ma Dio invierà il suo angelo e ne usciranno indenni. Per motivi simili Daniele è gettato nella fossa dei leoni, ma, come è risaputo, ne uscirà vivo, senza neanche un graffio.

In entrambi gli episodi è sottolineato l'intervento personale di Dio per liberare i suoi servitori.

 

 Aggiunte Apocrife o Deuterocanoniche

 Le edizioni cattoliche della Bibbia aggiungono un lungo brano verso la conclusione del terzo capitolo e due capitoli, 13 e 14, alla fine del libro, che non si trovano né nelle edizioni ebraiche, tantomeno in quelle protestanti o, in generale, non cattoliche.

Le motivazioni che stabiliscono la inopportunità del ritenere queste appendici autentiche sono troppe perchè un cristiano che consideri seriamente il problema possa accettarle come ispirate.

La loro narrazione è palesemente distaccata dagli scopi e dai contenuti del libro di Daniele, non rientra nei suoi schemi, non ha nulla a che vedere col resto del libro.

La data di composizione di queste aggiunte è certamente di molto posteriore a quella stimata del VI secolo a.C., ed è verosimilmente da pensarsi intorno al II secolo a.C., o anche dopo.

Le appendici sono state composte nell'ambiente della diaspora, fra i giudei della dispersione. La “elasticità” di questi ultimi ha permesso che la famosa traduzione greca dell'Antico Testamento detta dei Settanta (LXX) li incorporasse – esiste di queste appendici l'edizione greca soltanto. Gli ebrei della Palestina non li hanno mai accettati nel loro canone, né li accettano tutt'oggi.

Fu solo l’uso della traduzione greca dell’Antico Testamento fra i cristiani dei primi secoli che spinse alcuni erroneamente a considerarli parte delle Sacre Scritture. E, alla semplice domanda:  “Fu lo stesso autore del resto del libro di Daniele a scrivere anche il lungo finale del capitolo 3 ed i capitoli 13 e 14, o, comunque, facevano questi parte dell’originale del libro?”, corrisponde la semplice risposta: “No”.

Tanto basta per ritenere illegittima l’aggiunta d’una palese interpolazione certamente posteriore alla composizione originale del libro.

A Qumran, gli antichi manoscritti del Mar Morto, confermano l’assenza delle aggiunte nel canone ebraico già nel periodo compreso fra il secondo secolo a.C. ed il primo d.C.

E’ molto importante la testimonianza di Girolamo, autore della famosa traduzione in latino della Bibbia detta Vulgata. Il pregio del lavoro di Gerolamo sta nel fatto che per primo tradusse in latino direttamente dai testi originali ebraici. Egli scrive nel suo commentario a Daniele circa queste aggiunte: “... quando ho tradotto Daniele molti anni fa, ho segnalato queste visioni con un simbolo critico, che mostra che esse non erano incluse nell’originale ebraico. E in merito a ciò sono sorpreso quando mi si dice che alcuni, a caccia di errori, si lamentano dicendo che io ho di mia iniziativa mutilato il libro. Dopotutto, sia Origene, che Eusebio ed Apollinare, come altri notevoli uomini di chiesa e studiosi greci, riconoscono che, come ho detto, queste visioni non si trovano fra le Scritture ebraiche e che, quindi, essi non sono in obbligo di dare una risposta a Porfirio (un filosofo pagano che attaccava il valore di Daniele) per queste porzioni che non hanno alcuna autorità di Sacre Scritture.”

  

   Daniele personaggio storico

 L’esistenza di Daniele è ampiamente attestata dalle Sacre Scritture. Ezechiele, suo contemporaneo ed anche lui deportato – sebbene più tardi – a Babilonia, lo menziona due nel suo libro, al capitolo 14:14-20 e 28:3. Il lettore potrà essersi imbattuto nell’obiezione mossa da alcuni che non credono che Ezechiele stesse realmente parlando del profeta dell’esilio babilonese, bensì di un antica figura “eroica”, mitologica quasi, dell’antico oriente la cui memoria è stata oggi riportata alla luce negli scritti rinvenuti ad Ugarit. Eppure le caratteristiche del Daniele biblico perfettamente si adattano al contesto nel quale Ezechiele lo nomina. L’unico vero problema sembra essere il modo in cui Ezechiele scrive il nome del profeta. Chiedo al lettore di avere un attimo di pazienza per valutare con me la questione in dettaglio.

L’ebraico si scrive senza vocali e si legge da destra verso sinistra.

Ecco il modo in cui Ezechiele chiama Daniele:

   ד נ א ל   

     L   N D

 א Questa lettera è chiamata Alef. E’ la prima dell’alfabeto ebraico e non corrisponde, nella nostra lingua, a nessun suono, più o meno come la nostra h.

Nel libro di Daniele invece il nome del profeta è scritto:

  ד נ  י  א ל   

L     I N D

 

Come noterà il lettore attento, l’unica vera differenza è nella presenza nel secondo modo di scrivere il nome di questo piccolo segno י che è la lettera dell’alfabeto ebraico chiamata yod.

E’ la lettera più piccola dell’alfabeto ebraico e perciò Gesù disse, chiamando in questione proprio questo piccolo segno: “Poiché in verità vi dico: finché non siano passati il cielo e la terra, neppure un iota o un apice della legge passerà senza che tutto sia adempiuto.” Matteo 5:18.

Questo simbolo ha una valenza vocalica e la sua presenza in uno scritto post-esiliaco è motivata dalla volontà di evitare un’errata pronuncia del nome di Daniele. Tale precisazione semplicemente non c’era nell’ebraico di Ezechiele, che evidentemente è in una forma più arcaica di quello di Daniele.

Possiamo citare un altro esempio di qualcosa di simile accaduto anche con il nome del re  Davide. Nel libro di Samuele, ecco come il nome del grande re veniva scritto, sempre leggendolo da destra verso sinistra e tenendo conto che in ebraico non vi erano vocali:

ד  ו   ד  

D V D

 

In Zaccaria 12:10 il nome di Davide è scritto in questo modo.

ד  ו  י  ד   

 D I V D

 

Anche qui abbiamo uno scritto del dopo esilio, Zaccaria, che aggiunge, rispetto ad uno scritto molto più antico quale è il libro di Samuele, la yod per facilitare la preservazione della corretta pronuncia del nome del re Davide. 

Ritengo questa precisazione molto importante, viste le affermazioni totalmente gratuite e gli edifici fatti di congetture e supposizioni che si sono costruiti su un fondamento totalmente inesistente. Ezechiele parla realmente di Daniele, confermandoci quanto già sappiamo dalla lettura del libro che ne narra le gesta. Ezechiele, infatti, ne sottolinea due delle caratteristiche principali: la sua giustizia e la sua sapienza.

e in mezzo a esso si trovassero questi tre uomini: Noè, Daniele e Giobbe, questi non salverebbero che sé stessi, per la loro giustizia, dice DIO, il Signore.” Ezechiele 14:14. Lo rinomina anche al verso 20.

Più avanti lo menzionerà come esempio di saggezza: “Ecco, tu sei più saggio di Daniele, nessun mistero è oscuro per te”. Ezechiele 28:3.

  Nel Nuovo Testamento Gesù richiama la figura di Daniele nel suo sermone profetico. Egli dice: “Quando dunque avrete veduta l'abominazione della desolazione, della quale ha parlato il profeta Daniele...” Matteo 24:15. Nonostante la brevità della citazione, Gesù ci attesta sia l’esistenza di Daniele che la sua qualità di profeta.

In Ebrei 11:32-34 si cita il famoso incidente di Daniele buttato nella fossa dei leoni, ma anche quello che riguarda i compagni di prigionia del profeta gettati nella fornace ardente: “Che dirò di più? Poiché il tempo mi mancherebbe per raccontare di Gedeone, Barac, Sansone, Iefte, Davide, Samuele e dei profeti, i quali per fede conquistarono regni, praticarono la giustizia, ottennero l'adempimento di promesse, chiusero le fauci dei leoni (Daniele capitolo 6), spensero la violenza del fuoco (Daniele capitolo 3), scamparono al taglio della spada, guarirono da infermità, divennero forti in guerra, misero in fuga eserciti stranieri.

Quando alcuni negano l’esistenza della persona stessa di Daniele, non possono non suscitare almeno perplessità vista l’abbondanza di prove a favore della realtà storica di questa figura che rinveniamo nella Bibbia.

 

 

 

Capitolo 2

L'autenticità del libro di Daniele

 

  

Esistono fondamentalmente due opinioni circa la data di composizione del libro di Daniele. La prima, quella sostenuta dagli ebrei del tempo di Gesù e dai cristiani dei primi secoli fa risalire il libro al sesto secolo a.C., periodo in cui visse il profeta Daniele, che ne è considerato anche l’autore. Questa concezione la dirò “tradizionale”, per la continuità storica che la contraddistingue.

La seconda, vede nel libro di Daniele l’opera di un “pio” giudeo vissuto nel secondo secolo a.C., il quale avrebbe scritto per sostenere il popolo giudaico durante la persecuzione di Antioco IV Epifane. Si tratterebbe per così dire d'una “pia frode”, come la definiscono alcuni, d'una pseudonimia voluta dall'ignoto autore, che, spacciando la sua opera per quella dell'eroe della tradizione giudaica, intende dare maggiore credito al suo lavoro e, quindi, sostegno morale al suo popolo. I sostenitori di quest'ultima tesi sono degli studiosi che hanno una idea piuttosto “elastica” dell'ispirazione della Parola di Dio.

Personalmente aderisco alla visione tradizionale del libro. Per vari motivi, che ritengo necessario discutere qui, anche se brevemente.

 

Giuseppe Flavio è un famoso storico giudeo vissuto nel primo secolo d.C. Nella sua storia del popolo ebraico, le “Antichità”, libro X, ai capitoli 10 e 11, tratta del personaggio e del libro di Daniele. Egli riferisce quella che certamente era la comune fede giudaica: che il libro era stato composto nel sesto secolo da Daniele, profeta di Dio, e che le profezie in esso contenute erano autentiche, come dimostrava l'avverarsi di parte di esse.

Questa fu anche l’opinione comune quando il cristianesimo muoveva i primi passi. Lo stesso Gesù la sostenne, come è chiaro dalle allusioni che fa a Daniele ed alle sue profezie.

A parte il Nuovo Testamento, troviamo copiose prove negli scritti dei cosiddetti padri della Chiesa, gli scrittori cristiani ortodossi dei primi secoli. Quando sul finire del terzo secolo d.C. il filosofo pagano Porfirio, acerrimo nemico dei cristiani, per svuotare di significato le profezie di Daniele, sostenne che il libro null’altro fosse che una frode, opera di un autore sconosciuto vissuto certamente dopo che gli eventi che pretende di prevedere si erano avverati, la risposta a quello che era considerato un attacco all'integrità del fulcro stesso della fede cristiana, non tardò ad arrivare. Girolamo - famoso ai più per la sua traduzione in latino della Bibbia, la Vulgata - ribadì l’autenticità di Daniele e delle profezie in esso contenute.

Quindi non posso considerare come conquista cristiana per una migliore comprensione delle Sacre Scritture quello che invece è un vero e proprio tentativo di svuotare di autorità una delle porzioni della Sacra Scrittura più significativa.

 

Attendibilità storica di Daniele.

 

Fra le motivazioni mosse contro l’autenticità del libro di Daniele troviamo le sue supposte inesattezze storiche. Vi sarebbero, infatti, delle incongruenze, evidenti dal confronto con i dati della storia profana. Io sostengo invece che, dove la storia profana è incompleta o tace su certi dettagli, la testimonianza della Bibbia, anche come libro storico, dovrebbe essere considerata superiore e degna di seria considerazione. A favore di un tale approccio l’esperienza, visto che già in passato l’aumento delle evidenze storiche extrabibliche hanno soltanto avvalorato la testimonianza della Bibbia.

Lo studioso inglese David Rohl ha secondo me ben dimostrato che quando si considera attendibile l’Antico Testamento, certe evidenze archeologiche dell’antichità diventano tutte di più facile lettura, incastonandosi perfettamente con le cronologie e narrazioni bibliche. In italiano è disponibile un suo libro, “Il testamento perduto”, che tratta la questione in maniera molto interessante e convincente.

E’ emblematico come proprio Daniele venisse considerato in errore per la narrazione dei fatti relativi al re Baldassare, di cui si parla al capitolo 5. Fino ad un certo punto della conoscenza della storia questa figura non appariva in nessun documento o iscrizione; la scoperta, però, avvenuta verso la fine del XIX secolo, del cosiddetto Cilindro di Nabonedo gettò luce sulla questione. In esso è scritto: “...Nabonedo, re di Babilonia...Baldassarre mio figlio maggiore”. Nabonedo fu veramente l’ultimo re di Babilonia, ma trascorse molto del suo periodo di regno, inclusa la parte finale, lontano dalla sua patria. Per questo fu anche aspramente criticato, in particolare dalle istituzioni religiose babilonesi. Egli lasciò il proprio figlio Baldassare come reggente. Fu per questo che l’ingresso di Ciro, re Persiano, a Babilonia sembra che venne accolto come una liberazione. Nessun errore, quindi. Al contrario, l’insufficienza di informazioni provenienti da fonti extrabibliche aveva mandato fuori strada chi voleva trovare inesattezze nella Bibbia. Ma c’è di più. Nella narrazione di quegli ultimi tragici giorni, l’accuratezza storica del capitolo 5 di Daniele è stupefacente. Fra quello che Baldassarre promette come ricompensa qualora Daniele fosse riuscito ad interpretare la scritta comparsa sul muro del palazzo imperiale egli specifica: “sarai il terzo nel governo del regno”, Daniele 5:16. E’ chiaro che essendo egli stesso il reggente, secondo solo a suo padre Nabonedo, Baldassar poteva disporre soltanto della terza carica del regno, conferendola a Daniele.

Non sarà fuori luogo aggiungere qui che l’autore del libro mostra una familiarità con luoghi ed eventi che descrive che non sono possibili se lo immaginiamo non contemporaneo ai fatti che narra.

La perfetta sincronia fra la datazione babilonese e quella del regno di Giuda che apre il libro, Daniele 1:1, corrisponde con quanto sappiamo dalla storia profana.

I dettagli sulla istruzione dei quattro giovani – fra i quali Daniele – condotti in Babilonia prigionieri sono troppo particolareggiati per non essere il resoconto di chi ha notizie di prima mano sulla corte e le prassi babilonesi.

Il fatto che Daniele continuò nei suoi incarichi statali dopo la disfatta babilonese è in armonia con quanto ci dice la storia: sappiamo infatti che i Persiani non distrussero l’apparato statale babilonese, bensì lo incorporarono.

Potremmo andare avanti. Lo stesso lettore attento noterà quanti dettagli sono propri di chi ha dimestichezza con luoghi e circostanze delle quali parla. Io darò dei cenni qua e là mentre commento certe porzioni del libro.

 

Giuseppe Bernini ha scritto il commento al libro di Daniele per la traduzione cattolica “Nuovissima Versione della Bibbia”. Lo cito perchè riporta le posizioni della Chiesa Cattolica moderna, ormai perfettamente allineata con la critica protestante liberale. Egli scrive: “oggi, insieme a tutti i critici, anche i cattolici ammettono che il libro di Daniele è di epoca maccabaica.” Daniele, Edizioni Paoline, terza edizione, 1984, pag.36.

In pieno contrasto con quanto io ho sostenuto, Bernini riporta fedelmente la posizione della critica. Non concordo però con l’affermazione lapidaria “tutti i critici”, perchè sono ancora oggi molti quelli che sostengono l’autenticità ed attendibilità del libro di Daniele; anzi, direi che sono un numero sempre maggiore. Ad ogni modo, egli afferma, in accordo con la critica moderna che Daniele contiene “molteplici e gravi incongruenze storiche che si riscontrano in tutto il libro”, o.c. pag.36-37. Che una tale affermazione sia inesatta è una mia convinzione personale che ho maturato nel corso dei miei studi. Cercherò di comunicarla al lettore nel commento al libro, dettaglio dopo dettaglio.

Dopo avere elencato le supposte “incongruenze storiche”, Bernini però, in un certo senso propone egli stesso quella che è, a mio avviso, la giusta chiave di lettura per le difficoltà – non errori, ma semplicemente difficoltà – legate alle informazioni storiche che rinveniamo in Daniele: “Il dubbio infatti potrebbe nascere soltanto dalla scarsezza delle nostre conoscenze intorno a quell’epoca”, pag.37. A questo aggiungo io che, oltre all’oggettiva mancanza di informazioni su quel periodo, bisogna anche aggiungere una preconcetta visione all’interno della quale si vanno ad incastonare, ma forzandoli, i dati storici in nostro possesso, non valutandoli correttamente, ma sfruttandoli semplicemente per potere dare forza alle proprie già maturate convinzioni.

La semplice obiezione alle accuse di supposte “inesattezze storiche” in Daniele è: l’assenza di riscontro per alcune notizie date nel libro da parte di fonti extrabibliche è dovuta all’insufficienza di quest’ultime ed alla eccessiva accuratezza del libro, in quanto opera di un testimone degli eventi narrati, quindi  a conoscenza di informazioni e dettagli a noi altrimenti sconosciuti.

 

Peculiarità linguistiche di Daniele e la sua datazione

 

La questione linguistica è davvero complessa. La riassumo qui molto semplicemente per dare allo studioso medio delle alternative alle obiezioni che troverà nei libri che sostengono la datazione tarda di Daniele.

 

Il tipo di lingua utilizzata da Daniele, alcuni suoi vocaboli sarebbero, secondo gli studiosi moderni, prova della sua tarda composizione. Secondo altri sarebbe vero il contrario. E’ praticamente impossibile per lo studioso medio della Scrittura potersi fare una valida opinione su una questione così delicata, che richiede, per potere bene giudicare almeno la perfetta conoscenza delle lingue ebraica, aramaica, accadica, persiana e greca e avere ben chiaro il tragitto storico e l’evoluzione di queste lingue, con un approccio diretto ai documenti storici che l’attestano.

Molti libri, quindi, riportano semplicemente le conclusioni dei pochi studiosi che possono vantare una sufficiente competenza per sperare di valutare la questione. Tra questi anche io.

A questo va aggiunta una difficoltà oggettiva che si incontra nel procedere in una analisi di questo genere, che da sola rischia di invalidare tutte le conclusioni che si possono raggiungere: lo stato del testo che si analizza. E’, infatti, pericoloso tentare di valutare linguisticamente un testo del quale si possiedono soltanto copie distanti secoli dall’originale.

Mi spiego con un esempio molto semplice.

La mia prima Bibbia è stata una Diodati. Come è noto, questa traduzione fu completata fra il 1607 ed il 1649 da Giovanni Diodati. Ebbene, qualunque studioso analizzasse l’italiano della Diodati, nella versione ancora oggi in stampa, potrebbe facilmente dimostrare che la pretesa di questa traduzione di essere un prodotto del XVII secolo è assolutamente infondata paragonando il suo italiano a quello di altri testi del XVII secolo. Questo perché, sebbene nessuna menzione venga fatta nelle ristampe, il testo della Diodati è stato aggiornato linguisticamente nel XIX secolo. E’ sostanzialmente la stessa traduzione del Diodati, ma dei cambiamenti nell’ortografia e nella scelta dei vocaboli sono serviti a rendere il suo lavoro comprensibile alle generazioni a venire.

Nell’edizione del 1607 della Diodati, il libro di Daniele comincia così:

“IL LIBRO DEL PROFETA DANIEL.

Nell’anno terzo del regno di Ioiachim, rè di Iuda, Nebucadnesar, rè di Babilonia, venne contra Ierusalem, e l’assediò.”

L’edizione della Diodati che ho acquistato anni fa, legge invece:

“IL LIBRO DEL PROFETA DANIELE.

Nell’anno terzo del regno di Gioiachim, re di Giuda, Nebucadnesar, re di Babilonia, venne contro a Gerusalemme, e l’assediò”.

Su 25 parole della versione originale, 7 sotto state aggiornate, in un verso soltanto!

Nell’edizione rivista, nemmeno una parola che informi il lettore di questo fatto. Chiunque potrebbe dimostrare comparando la seconda edizione con altri documenti risalenti al XVII secolo, che la versione in mio possesso non può risalire a quel periodo. E, in mancanza di informazioni sul fatto che il testo sia stato rivisto in seguito, si potrebbe anche concludere di trovarsi davanti ad un clamoroso falso del XIX secolo, come palesemente rivelerebbe la lingua utilizzata.

 

Cambiamenti di questo genere – fatti con ottime intenzioni e comunque utili – possono determinare errori nelle considerazioni legate allo stato di un testo antico, senza che ciò sia imputabile alle competenze del critico, né all’esattezza dei suoi ragionamenti e persino alla validità delle sue conclusioni, bensì ai naturali cambiamenti cui va soggetto un testo che viaggia nei secoli.

Il dr. Kitchen, studioso di nota competenza in materia, è senz’altro una voce più competente della mia. Egli scrive, concludendo un suo accurato studio: “La data del libro di Daniele, in breve, non può decidersi sulla scorta di dettagli linguistici soltanto”. K.A. Kitchen, The Aramaic of Daniel.

Con le riserve che sono naturali alla luce dei quanto sopra, passiamo a discutere brevemente qualche problematica connessa alla lingua di Daniele.

 

Innanzi tutto ricordiamo che Daniele è scritto parte in aramaico, parte in ebraico. La porzione in aramaico è compresa fra Daniele 2:4 a tutto il capitolo 7. Lo stesso capita in alcune porzioni del libro di Esdra, 4:8 – 6:18, 7:12 – 16, anche questo in un certo senso legato alle tematiche dell’esilio babilonese. Un verso in aramaico lo troviamo anche in Geremia 10:11.

Ciò armonizza con la datazione tradizionale, meno con quella tarda.

Gli studiosi hanno cercato di dare diverse spiegazioni al bilinguismo di Daniele, per potere motivare il fenomeno in modo da poterlo incastonare all’interno della loro visione preconcetta contro l’autenticità di Daniele. Ma il fenomeno in sé e per sé è facilmente spiegabile nell’intento dell’autore tradizionale del libro di indirizzare ai non ebrei alcune porzioni della sua narrazione.

 

Per quanto riguarda l’aramaico di Daniele, è opinione di alcuni che non è quello che ci si aspetterebbe da un autore del secondo secolo a.C. Al contrario riflette delle caratteristiche tipiche dell’aramaico antico, del periodo che ha preceduto il suo diffuso utilizzo come lingua ufficiale. Il professor Archer afferma: “possiamo dire che il Genesi Apocrifo (ritrovato a Qumran) fornisce una prova molto significativa che l’aramaico di Daniele risale ad un periodo notevolmente anteriore al secondo secolo”, Gleason L. Archer, “The Aramaic of the Genesis Apocryphon Compared with the Aramaic of Daniel”, pag. 169.

 

In Daniele 6 il testo parla del re Dario che affida l’amministrazione del suo regno a dei “satrapi”, in aramaico chiamati לאחשׁדרפניא. Con la competenza che gli deriva dalla conoscenza delle lingue di cui discute, scrive Wilson in proposito: “Innanzi tutto, la parola come la troviamo scritta nel libro di Daniele corrisponde a come è scritta nelle iscrizioni persiane; mentre il modo come la parola è scritta in siriano, l’unico dialetto aramaico dei tempi dei greci e romani che la utilizza, mostra che il siriano ha importato la parola dai greci. Secondariamente, visto che la maniera in cui la parola viene scritta mostra che la parola come usata da Daniele non può essere presa dai greci, né dal persiano dell’Avesta o dei tempi seguenti, e, molto probabilmente, dal babilonese; bensì direttamente dal persiano antico al quale corrisponde esattamente”. Robert Dick Wilson, Studies in the book of Daniel, pagina 185.

 

Daniele ha utilizza dei termini di origine persiana non più in uso dopo il V secolo a.C. La parola Aspenaz (in ebraico אשׁפנז) – utilizzata come nome, ma che ha anche valenza di titolo – che troviamo in Daniele 1:3 è in persiano antico, termine sconosciuto nel secondo secolo.

 

L’ebraico di Daniele è simile a quello che troviamo in Esdra, Neemia e nel libro delle Cronache. E’ esattamente il tipo di lingua che ci aspetteremmo in uno scritto composto nel sesto secolo a.C. Con l’ulteriore conferma, alla luce della scoperta di nuovi documenti, che alcuni termini utilizzati nel libro non si adattano ad una datazione tarda; al contrario calzano perfettamente con la datazione tradizionale.

          

In Daniele 3:5, 7, 10, 15, la presenza di tre parole di chiara origine greca è stata evidenziata come prova a favore di una datazione tarda del libro. Sono: “קיתרוס  פסנתרין סומפניהche vengono tradotte dalla Nuova Diodati rispettivamente: “cetra, salterio e zampogna”. La Versione greca dei LXX (Settanta) traduce così: “κιθρας (kitaras), ψαλτηρου (psalteriu), συμφωνας (simfonias)”. Non può non notarsi come la parole italiane “chitarra” e “sinfonia” siano direttamente indebitate con le parole greche dalle quali evidentemente derivano, anche se non ne hanno conservato probabilmente il significato originale. Ho trovato molto interessante un articolo apparso nel Novembre 2010 sulla rivista Storica intitolato “tornano a risuonare le melodie dell’antichità”. Grazie a recenti scoperte, sono stati riportati alla luce antichi strumenti e spartiti musicali. Leggendo l’articolo mi sono reso conto quanto questo parte dell’antichità sia stata poco esplorata e forse futuri risvolti potranno rivelare che gli scambi culturali musicali come ipotizziamo nelle parole di Daniele, non erano nulla di straordinario, bensì una consuetudine. Secondo diversi studiosi, tali parole non potevano essere note ad un giudeo vissuto nel VI secolo a.C. e ciò proverebbe che Daniele è stato quindi composto nel II secolo a.C. in pieno periodo ellenistico. Va detto, però, che i termini accadici e in antico persiano sono molti di più dei tre di origine greca e se veramente il libro fosse stato scritto nel secondo secolo ciò sarebbe impossibile. La presenza di tre soli termini greci non dice nulla a favore della datazione tarda. Al contrario, sarebbe sorprendente, se veramente il libro fosse stato scritto nel II secolo, che in esso si rinvenissero soltanto tre parole di origine greca. Spiego la cosa in maniera più vicina alla nostra esperienza quotidiana. Un libro pubblicato in Italia nel 2005 ha una buona probabilità di avere un certo numero di vocaboli presi in prestito dalla lingua inglese. Parole come ok, computer (e tutti i termi attinenti: pc, mouse, screen saver, ecc…), week-end, bed and breakfast, ecc… sono ormai parte del nostro patrimonio linguistico. La presenza di soltanto uno o tre, cinque vocaboli di origine inglese in un libro del 1940, a seconda anche dell’argomento trattato, sarebbe perfettamente accettabile e probabile. Un libro dei nostri giorni molto verosimilmente ne conterrà molti di più.

Comunque, la presenza di questi vocaboli greci (solo 3) è spiegabile e non contrasta affatto con quanto sappiamo dalla storia. Sappiamo che mercenari greci furono arruolati nell’esercito babilonese. In Babilonia esisteva poi una comunità di espatriati greci e i commerci fra Grecia e Mesopotamia risalgono già al VI secolo o prima. La cosa non deve stupire se pensiamo a come già dal IX secolo a.C. i greci si siano spinti al di fuori dei loro confini nazionali. Nulla di più naturale che degli strumenti, facili da trasportare, fossero assimilati nella cultura babilonese ed essendo sconosciuti, conservassero il loro nome greco originario. Leggiamo Daniele 3:4-5: “Quindi l'araldo gridò a gran voce: «A voi, popoli, nazioni e lingue è ordinato che, appena udrete il suono del corno, del flauto, della cetra, della lira, del salterio, della zampogna e di ogni genere di strumenti, vi prostriate per adorare l'immagine d'oro che il re Nebukadnetsar ha fatto erigere”. La citazione di strumenti non prettamente babilonesi si armonizza perfettamente all’interno della narrazione di Daniele, visto che l’ordine del re è universale e il suo impero era in quel momento di vastissime proporzioni. Gli scambi culturali fra il medio oriente e la Grecia sono dimostrati in maniera lampante dal fatto che fra il 950 ed il 750 i greci abbiano appreso dai fenici l’uso dell’alfabeto. Spostandoci ancora più indietro nel tempo, un cilindro babilonese risalente al regno di Hammurabi (XVIII-XVII secolo a.C.) è stato ritrovato in una tomba cretese.

 

           

La testimonianza dei Rotoli del Mar Morto

 

Il ritrovamento dei manoscritti della comunità di Qumran, sul Mar Morto, è senz’altro il più importante del XX secolo sulle prove relative al testo dell’Antico Testamento ebraico.

La comunità che custodiva questi testi fu abbandonata nell’anno 70 d.C. e non fu da allora più abitata, lasciando intatta la testimonianza dei testi da loro custoditi fino all’anno della fortuita scoperta, il 1947. Fra il 1947 ed il 1956 vennero scoperte e riportate alla luce il contenuto di undici caverne che hanno restituito al mondo dei veri e propri tesori in forma di antichi libri, rotoli, contenenti le Scritture ebraiche e molti altri scritti.

Fu così che la testimonianza al testo dell’Antico Testamento si spostò di circa mille anni nel passato, vista la data dei manoscritti fino ad allora in nostro possesso. La cosa più sorprendente fu la conferma dell’attendibilità del testo Masoretico, che, durante i mille anni in cui era stato copiato e ricopiato, era rimasto fedele – è il caso di dirlo, miracolosamente – al testo che tramandava.

Anche il testo di Daniele come lo conosciamo è stato confermato dai ritrovamenti di  Qumran. Manoscritti che lo tramandano sono stati rinvenuti in tre caverne, la 1, 4 e 6. E’ stato confermato anche il bilinguismo ebraico-aramaico, caratteristico del libro, con una variante testuale che interessa il fenomeno, nel manoscritto 1Q71 che omette la frase: “in aramaico” di Daniele 2:4 che introduce appunto l’inizio della porzione di libro scritta in quella lingua.

Oltre ad essere confermato il testo nella sua versione ebraica, quindi senza l’aggiunta delle porzioni apocrife o deuterocanoniche che si vogliano chiamare (i capitoli 13 e 14 delle edizioni cattoliche) il libro viene citato in altri scritti della comunità, dove doveva essere tenuto in particolare considerazione.

Il manoscritto di Daniele più antico trovato a Qumran risale al secondo secolo a.C. – una datazione proposta è quella del 125 a.C. E’ naturale che la presenza di una prova manoscritta, quindi di una prova oggettiva, così prossima al periodo di redazione finale del libro supposta dalla critica moderna, rafforzi le convinzioni di chi invece intrattiene una opinione tradizionale circa la composizione del libro. Tenga conto il lettore che, come altre volte l’esperienza ha insegnato, le prove esterne ed oggettive hanno di gran lunga un valore maggiore delle congetture e supposizioni legate a valutazioni interne al testo.

Walter E. Wegner, in un suo articolo presentato ad un seminario sui Rotoli del Mar Morto tenuto presso l’università del Wisconsin, scrive: “Alla luce di cio che gli studiosi hanno evidenziato sul fatto che il libro di Daniele era apparentemente uno dei libri biblici più popolari nella biblioteca di Qumran – precisamente secondo al libro di Isaia, il Pentateuco e i Salmi – io credo che sia molto difficile dimostrare una tale popolarità se il libro di Daniele fosse all’epoca vecchio soltanto di alcuni decenni quando fioriva la comunità di Qumran. G. R. Driver ha riconosciuto che la presenza e popolarità dei manoscritti di Daniele a Qumran è in conflitto con la visione moderna che sostiene una datazione tarda per la composizione di Daniele; Driver comunque risolve la difficoltà da sé suggerendo che i rotoli di Qumran devono per tale ragione assegnarsi ad una età più tarda di quella generalmente accettata – in contrasto con la testimonianza combinata di archeologia, paleologia, e le evidenze interne dei rotoli stessi!”. Sono sconvolto quanto Wegner dall’incredibile affermazione di Driver. Le supposizioni dei critici non possono avere più peso delle prove oggettive fornite da altre scienze, tutte concordi ed estranei al dibattito sulla datazione di Daniele.

Vi sono dei precedenti di questo genere. Le note teorie che, contro le idee tradizionali della Chiesa, vedevano nel vangelo di Giovanni un testo pseudonimo prodotto nel secondo secolo, erano basate su considerazioni interne al testo. Ma, per quanto eruditi potessero essere i sostenitori di questa tesi e per quanto si potessero produrre in dotte acrobazie linguistiche o storiche, la successiva scoperta del papiro P52 ha chiuso la questione. Questo papiro venne, infatti, datato intorno al 125 d.C., ma riferisce Kurt Aland, famoso studioso, che la tendenza è a considerarlo ancora più antico, risalente quindi al 90–95 d.C. I dati oggettivi hanno demolito dalle fondamenta un castello di pure congetture.   

Lo stesso Wegner nel medesimo articolo, davvero molto interessante, scritto con grande competenza e sobrietà, dice altrove: “Se, per esempio, fosse vero che parole greche e persiane che ricorrono in Daniele sono caratteristiche di un documento religioso scritto durante l’epoca dei Maccabei (166 – 163 a.C.) avremmo tutto il diritto di aspettarci di trovarle anche nei documenti del Mar Morto, in quanto sono documenti religiosi che si riferiscono in gran parte a quell’epoca. E’ significativo, ritengo, che ad oggi non vi è prova che la terminologia in lingua estera usata in certi brani di Daniele sia comune ad alcuno degli scritti del Mar Morto”. Infatti, come confermano altri studi, sia l’ebraico che l’aramaico dei documenti prodotti dalla comunità di Qumran non mostra le affinità che dovrebbero invece avere con il libro di Daniele, se questo fosse stato realmente un prodotto del secondo secolo. 

 

 

Il vero nocciolo della questione

 

Potrei continuare a ribattere contro le argomentazioni di chi non crede nell’autenticità di Daniele, ma non credo sia molto utile. La verità di fondo, infatti, inutile nasconderlo, è che all’origine di tutte le complicate motivazioni e teorie che certi studiosi producono, troviamo quell’unico presupposto che fu di Porfirio e che nessuna maschera o belle parole possono tingere di cristiano: per certi studiosi le profezie di Daniele sono troppo dettagliate, avveratesi in modo troppo inverosimile, perché possano essere state realmente scritte nel sesto secolo a.C. E’ partendo da questo presupposto che si arriva alla inevitabile conseguente  conclusione che le “previsioni” contenute in Daniele debbono essere post-eventum, debbono cioè riferirsi ad eventi già accaduti come se fosse stato scritto, profetizzato, di loro, anni prima che avvenissero. Quindi l'autore, adesso anonimo, di queste profezie post-eventum deve essere vissuto in un'epoca molto più tarda di quella che vorrebbe far credere spacciandosi per il Daniele, famoso eroe della prigionia babilonese.

Scrive Girolamo (347 – 420 d.C.) nel suo commento a Daniele composto nel IV secolo: “...e perché Porfirio vide che tutte queste cose (quelle predette da Daniele) si erano adempiute e non poteva negare che esse erano avvenute, superò l’ostacolo di una tale accuratezza storica trovando una scappatoia e sostenendo che tutto ciò che è predetto circa l’Anticristo alla fine del mondo si è in realtà adempiuto nel regno di Antioco Epifane, viste alcune somiglianze con gli eventi accaduti al suo tempo. Ma proprio questo attacco testimonia l’accuratezza di Daniele. Perché è così notevole l’affidabilità di quello che il profeta aveva predetto che ciò non sembrava possibile a degli increduli, cioè che egli avesse realmente predetto il futuro”.

Personalmente non ritengo conciliabile l’ipotesi di Daniele visto come una “pia frode” con l’ispirazione divina che ci fa considerare la Bibbia la Parola di Dio. Ancora di più quando non ci sono neanche dei validi presupposti storici o linguistici per avvalorare la tesi di un Daniele composto nel secondo secolo!

 

 

La testimonianza della Bibbia

 

Il Signore Gesù stesso richiama la persona e le profezie di Daniele nel suo sermone profetico. In Matteo 24:15, infatti leggiamo: “Or quando avrete veduta l’abominazione della desolazione, della quale ha parlato il profeta Daniele, posta nel luogo santo...”. Gesù cita qui Daniele 9:27.

Ancora in Matteo 26:64 leggiamo che Gesù afferma, citando il libro di Daniele: vi dico che da ora in poi vedrete il Figlio dell'uomo seduto alla destra della Potenza, e venire sulle nuvole del cielo”. In Daniele 7:13 infatti leggiamo: “Io guardavo, nelle visioni notturne, ed ecco venire sulle nuvole del cielo uno simile a un figlio d'uomo...”. Il Signore chiama Daniele “profeta”, e, facendo chiaro riferimento alla profezia di Daniele 7:13, ci dice che questa si avvererà al suo ritorno, evento anche oggi per noi futuro.

Il termine di “figlio d'uomo” riferito spesso da Gesù a se stesso è carico di significato messianico se lo mettiamo in relazione all’interpretazione tradizionale dei brani che ne parlano nel libro di Daniele.

Se il vangelo di Matteo in particolare parla di “regno dei cieli” è per quello che leggiamo in Daniele, in particolare al secondo capitolo.

Spostandoci ad altre parti del Nuovo Testamento, troveremo molte allusioni alle profezie di Daniele. La visione di Giovanni descritta in Apocalisse 13 si ricollega a quella avuta da Daniele e descritta al capitolo 7 del suo libro.

L'interpretazione di Daniele 11:36 è imposta dalla citazione fatta da Paolo in 2 Tessalonicesi 2:4.

Ebrei 11:32-34 fa chiaro riferimento ai capitoli 3 e 6 di Daniele: “Che dirò di più? Poiché il tempo mi mancherebbe per raccontare di Gedeone, Barac, Sansone, Iefte, Davide, Samuele e dei profeti, i quali per fede conquistarono regni, praticarono la giustizia, ottennero l'adempimento di promesse, chiusero le fauci dei leoni (Daniele capitolo 6), spensero la violenza del fuoco (Daniele capitolo 3), scamparono al taglio della spada,guarirono da infermità, divennero forti in guerra, misero in fuga eserciti stranieri.

  

Conclusione

 

Altri dettagli sui collegamenti di Daniele con altre porzioni della Bibbia saranno evidenti nel proseguo dello studio. E’ però chiaro da quanto abbiamo discusso che sia Gesù che gli autori del Nuovo Testamento accettano la concezione giudaica e tradizionale del libro di Daniele.

Al di là di tutti i colti dibattiti che si possono intentare in sostegno di questa o quella teoria, non credo esista un’autorità che un cristiano possa ritenere più degna di considerazione di quella del Signore stesso e delle Sacre Scritture.

Quest’ultima motivazione, ferme tutte le altre, è alla base del mio assoluto e definitivo sostegno della concezione tradizionale del libro di Daniele.

 

 

 

 

 

Capitolo 3 - Cenni storici

  

         Dare un veloce sguardo alla storia di Israele ci aiuterà a comprendere il periodo storico in cui visse Daniele.

Ritornati dall'Egitto sotto la guida di Mosè, prima e Giosuè poi, il popolo di Israele si stanziò in Palestina. Diviso nelle sue dodici tribù conobbe periodi di fortuna alterna nel controllo del territorio. I libri di Giosuè e dei Giudici descrivono questo lungo periodo.

Durante il periodo dei Giudici, Israele non ebbe un re. Intorno all’anno 1030 a.C., però, il popolo elegge come re Saul. A lui succede Davide, il sovrano con il quale Israele sperimentò il periodo più brillante della sua storia. Egli unisce lo stato ebraico e stabilisce come capitale Gerusalemme.

A Davide succede al trono Salomone, suo figlio. Famoso per la sua saggezza, sarà lui ad edificare il Tempio di Gerusalemme.

Alla morte di Salomone, 10 tribù si ribellarono ed eleggendo come re Geroboamo, costituirono a Nord il Regno di Israele, nella mappa accanto. A Sud, le due tribù rimaste fedeli alla discendenza davidica formano il Regno di Giuda, con Roboamo come re, mantenendo Gerusalemme come capitale, nella mappa qui accanto in blu.

Il Regno d’Israele fu annientato definitivamente dagli assiri nel 722 a.C. E’ a causa dell’estrema crudeltà della politica di conquista assira che il regno d’Israele non riuscirà più a risorgere da questa catastrofe. Gli assiri erano infatti soliti deportare i popoli vinti in massa e lasciare sul territorio conquistato la parte più povera della popolazione. Trapiantavano poi la loro gente per lo sfruttamento dei territori. Nel regno del Nord ciò diede origine a quel popolo, i Samaritani, che nei secoli a venire sarebbero stati in forte contrasto con i giudei, come attesta ampiamente il Nuovo Testamento.

Nel VII secolo a.C. l’impero assiro lasciò il posto ad una nuova potenza. Il re babilonese caldeo Nabopolassar (625-605) si alleò con i Medi e insieme riuscirono nel loro intento di  spodestare l’impero assiro. Nel 614 a.C. cadde la città di Assur, dalla quale secoli prima era originato il popolo assiro. Nel 612 fu distrutta la capitale Ninive. Crollato il nemico, Medi e Babilonesi si divisero i territori. Babilonia dominò a nord ed ad ovest, su tutta l’area siro-palestinese, giù fino all’Egitto. I Medi formarono ad Est un impero di notevoli dimensioni ma non altrettanto ricco e attivo come quello babilonese. Un periodo di particolare splendore per Babilonia sarà il lungo regno del figlio di Nabopolassar, Nabucodonosor, il quale sarà al potere per ben 43 anni. Egli porterà la sua nazione ad uno splendore superiore a quello conosciuta con il famoso re Hammurabi, secoli prima. Egli spogliò, in più campagne militari, il tempio di Gerusalemme e deportò il popolo giudaico in Babilonia, cominciando dai più nobili rappresentanti del popolo, tra i quali Daniele e i suoi tre compagni.

Vista la turbolenza dello stato ebraico e dei re vassalli che vi costituisce, il re babilonese è costretto a tornare per riaffermare la sua supremazia. Nel 586 a.C., Nebucadnesar, ormai stanco dell’infedeltà dei re di Giuda, distrusse la città di Gerusalemme e il maestoso tempio salomonico deportando il popolo in massa a Babilonia.

E’ la fine del regno di Giuda.

Il profeta Geremia aveva parlato chiaramente al regno di Giuda nella sua famosa profezia: Tutto questo paese sarà ridotto in una solitudine e in una desolazione, e queste nazioni serviranno il re di Babilonia per settanta anni.  Ma quando saranno compiuti i settanta anni, io punirò il re di Babilonia e quella nazione", dice il SIGNORE, "a causa della loro iniquità; punirò il paese dei Caldei e lo ridurrò in una desolazione perenne.”, Geremia 25:11-12.

Daniele visse quella tremenda parentesi della storia ebraica che è la cattività babilonese. E’ fra i primi deportati del re Nebucadnesar, Daniele 1:1. Sebbene giovane e solo, in un mondo ostile alla sua cultura, insieme ai suoi tre compagni, rimase fedele alla Legge del suo Dio. La sua fedeltà gli valse il favore di Dio che lo fece depositario di alcune fra le più grandi profezie della Bibbia, come vedremo più avanti. Egli si guadagnerà anche il favore dei re babilonesi e persiani, ricoprendo cariche pubbliche di rilievo.

Nessuno dei successori di Nebucadnesar fu alla sua altezza. Il declino di Babilonia culminò nella disfatta per mano della potenza dei Medi e dei Persiani, riuniti sotto la guida di Ciro II il Grande, re di Persia. Il regno che Ciro riuscì a creare sarà ben più grande di quello babilonese. Comprenderà, infatti, i territori del regno dei Medi e quello dei Babilonesi insieme e ne annetterà altri, stabilendo una supremazia assoluta su quasi tutto il mondo allora conosciuto. La politica persiana però, a differenza di quella assira e babilonese, fu molto più lungimirante e tollerante. Lo stesso Ciro, come ci attesta il famoso reperto archeologico detto appunto Cilindro di Ciro, oggi esposto al British Museum, permise il ritorno a casa dei popoli tratti in cattività dai babilonesi.

La profezia di Geremia si era avverata con straordinaria precisione.

Il libro delle Cronache narra così:

Nabucodonosor portò a Babilonia tutti gli utensili della casa di Dio, grandi e piccoli, i tesori della casa del SIGNORE, e i tesori del re e dei suoi capi. I Caldei incendiarono la casa di Dio, demolirono le mura di Gerusalemme, diedero alle fiamme tutti i suoi palazzi e ne distrussero tutti gli oggetti preziosi. Nabucodonosor deportò a Babilonia quanti erano scampati alla spada; ed essi furono assoggettati a lui e ai suoi figli, fino all'avvento del regno di Persia  (affinché si adempisse la parola del SIGNORE pronunziata per bocca di Geremia), fino a che il paese avesse goduto dei suoi sabati; difatti esso dovette riposare per tutto il tempo della sua desolazione, finché furono compiuti i settant'anni. Nel primo anno di Ciro, re di Persia, affinché si adempisse la parola del SIGNORE pronunziata per bocca di Geremia, il SIGNORE destò lo spirito di Ciro, re di Persia, il quale a voce e per iscritto, fece pubblicare per tutto il suo regno questo editto: "Così dice Ciro, re di Persia: "Il SIGNORE, Dio dei cieli, mi ha dato tutti i regni della terra, ed egli mi ha comandato di costruirgli una casa a Gerusalemme, che si trova in Giuda. Chiunque fra voi è del suo popolo, sia il SIGNORE, il suo Dio, con lui, e parta!” 2 Cronache 36:18-23.

 

I libri di Esdra e Neemia ci raccontano come il popolo tornò dall’esilio e ricostruì con grande fatica prima il tempio e poi, a seguito del permesso concesso da uno dei successori di Ciro, Artaserse, anche la città e le mura di Gerusalemme, riappropriandosi così della sua propria identità nazionale.

Nel 333 a.C. Giuda passò dalla dominazione persiana a quella del macedone Alessandro Magno. Di lì a poco l’impero persiano sarebbe crollato davanti alla sua inarrestabile avanzata. Imbattuto sul campo, Alessandro morì, però, dieci anni dopo a Babilonia, ancora giovanissimo, dopo avere in brevissimo tempo conquistato praticamente tutto quanto c’era da conquistare. Il suo regno incorporava quello persiano, ma comprendeva anche l’Egitto, ovviamente la Macedonia, la Grecia e dall’altra parte, ad Est arrivava fin quasi in India. Nessuno prima di lui era riuscito a fare tanto e in così poco tempo. La sua prematura morte, portò allo smembramento del suo impero, che fu diviso fra i suoi generali.

La supremazia sulla Giudea passò alternativamente alla dinastia dei Seleucidi che regnava in Siria e quella dei Tolomei che regnava in Egitto. Le tensioni fra il sentimento religioso ebraico e le tendenze ellenizzanti dei sovrani egiziani e siriani, culminarono nella crudele repressione di Antioco IV Epifanie il quale, nel 168 a.C. profanò il tempio di Gerusalemme ponendo al suo interno un idolo di Giove che sembrava avesse comunque le sue sembianze. Giuda Maccabeo guidò la rivolta del popolo giudaico. Nel 164 a.C. Gerusalemme venne riconquistata e il tempio purificato e rimedicato al culto esclusivo a Yahweh. Dalla famiglia dei maccabei ebbe origine la dinastia Asmonea, alla quale apparteneva anche Erode Antipa “il Grande”, l’autore della cosiddetta “strage degli innocenti” della quale parla il Nuovo Testamento.

Nel frattempo la Giudea era divenuta parte dell’immenso impero romano.

Fu in questo periodo, nel 26 d.C. circa che Gesù iniziò il suo ministerio, culminato nella sua crocefissione nel 29 d.C. e la sua gloriosa resurrezione!

Le varie rivolte giudaiche che si seguirono culminarono con la distruzione del tempio – predetta da Gesù – nel 70 d.C. ad opera di Tito.

La desolazione dello stato ebraico durò per circa due millenni. Nel 1948 fu costituito lo stato di Israele, che esiste fino ad oggi.

        Qui di seguito propongo uno schema degli eventi storici appena discussi.

1530 a.C.

Nascita di Mosè

1447 a.C.

Esodo del popolo di Israele dall’Egitto

1400 a.C.

Periodo dei Giudici

1040 a.C.

Saul – primo re di Israele

1011 a.C.

Re Davide

971 a.C.

Re Salomone

922 a.C.

10 tribù formano a Nord il regno di Israele

2 tribù formano a Sud  il regno di         Giuda

 

Re Geroboamo

Re Roboamo

 

vari re

vari re

722 a.C.

Regno distrutto dagli Assiri

 

 

 

Re Giosia

609 a.C.

 

Re Gioiakim

597 a.C.

 

Re Gioiakin

597 a.C.

 

Re Sedechia

586 a.C.

 

Regno distrutto dai Babilonesi

536 a.C.

Dominazione Persiana – editto di Ciro e ricostruzione di Giuda

 

Inizio dei lavori di ricostruzione del tempio di Gerusalemme

445 a.C.

Inizio dei lavori di ricostruzione di Gerusalemme

333 a.C.

Dominazione Greco – Macedone

167 a.C.

Profanazione del tempio da parte di Antioco IV Epifane

164 a.C.

Ridedicazione del tempio e inizio della dinastia Asmonea

63 a.C.

Dominazione Romana

70 d.C.

Distruzione del tempio e di Gerusalemme da parte dei Romani

 

 

Capitolo 4

Daniele capitolo 1

 

Il testo 

 

1:1 Nel terzo anno del regno di Jehoiakim, re di Giuda, Nebukadnetsar, re di Babilonia, venne contro Gerusalemme e la cinse d'assedio.

1:2 Il Signore diede nelle sue mani Jehoiakim, re di Giuda, assieme a una parte degli utensili della casa di DIO, che egli fece trasportare nel paese di Scinar, nella casa del suo dio e depose gli arredi nella casa del tesoro del suo dio.

1:3 Il re disse quindi ad Ashpenaz, capo dei suoi eunuchi, di condurgli alcuni dei figli d'Israele, sia di stirpe reale che di famiglie nobili, 1:4 giovani in cui non ci fosse alcun difetto, ma di bell'aspetto, dotati di ogni sapienza, che avessero conoscenza e rapido intendimento, che avessero abilità di servire nel palazzo del re e ai quali si potesse insegnare la letteratura e la lingua dei Caldei.

1:5 Il re assegnò loro una razione giornaliera dei cibi squisiti del re e del vino che beveva egli stesso; dovevano

essere educati per tre anni, al termine dei quali sarebbero passati al servizio del re.

1:6 Tra costoro c'erano dei figli di Giuda: Daniele, Hananiah, Mishael, e Azaria.

1:7 Il capo degli eunuchi mise loro altri nomi: a Daniele pose nome Beltshatsar, ad Hananiah Shadrak, a Mishael Meshak e ad Azaria Abed-nego.

1:8 Ma Daniele decise in cuor suo di non contaminarsi con i cibi squisiti del re e con il vino che egli stesso beveva; e chiese al capo degli eunuchi di concedergli di non contaminarsi.

1:9 DIO fece trovare a Daniele grazia e misericordia presso il capo degli eunuchi. 1:10 Il capo degli eunuchi disse quindi a Daniele: «Io temo il re mio signore, che ha stabilito il vostro cibo e la vostra bevanda. Perché dovrebbe egli vedere le vostre facce più tristi di quelle dei giovani della vostra stessa età? Così mettereste in pericolo la mia testa presso il re».

1:11 Allora Daniele disse a Meltsar, che il capo degli eunuchi aveva preposto a Daniele, Hananiah, Mishael e Azaria: 1:12 «Ti prego, metti alla prova i tuoi servi per dieci giorni, e ci siano dati legumi per mangiare e acqua per bere. 1:13 Poi siano esaminati alla tua presenza il nostro aspetto e l'aspetto dei giovani che mangiano i cibi squisiti del re; farai quindi con i tuoi servi in base a ciò che vedrai».

1:14 Egli acconsentì a questa loro proposta e li mise alla prova per dieci giorni.

1:15 Al termine dei dieci giorni il loro aspetto appariva più bello e avevano una carnagione più piena di tutti i giovani che avevano mangiato i cibi squisiti del re.

1:16 Così Meltsar tolse via i loro cibi squisiti e il vino che dovevano bere e diede loro legumi.

1:17 A tutti questi quattro giovani DIO diede conoscenza e intendimento in tutta la letteratura e sapienza; e Daniele ricevette intendimento di ogni genere di visioni e di sogni. 1:18 Alla fine del tempo stabilito dal re perché quei giovani gli fossero condotti, il capo degli eunuchi li condusse davanti a Nebukadnetsar.

1:19 Il re parlò con loro ma fra tutti loro non si trovò nessuno come Daniele, Hananiah, Mishael e Azaria; perciò essi furono ammessi al servizio del re. 1:20 E su ogni argomento che richiedeva sapienza e intendimento e intorno ai quali il re li interrogasse, li trovò dieci volte superiori a tutti i maghi e astrologi che erano in tutto il suo regno.

1:21 Così Daniele continuò fino al primo anno del re Ciro.

 

 

 

Il commento

 

 

1:1 Nel terzo anno del regno di Jehoiakim, re di Giuda, Nebukadnetsar, re di Babilonia, venne contro Gerusalemme e la cinse d'assedio.

Nel 609 a.C. faraone Neco mosse il suo esercito verso Carchemish, sull’Eufrate. Fu in questo frangente che egli sconfisse ed uccise il re giudeo Giosia, l’ultimo re indipendente di Giuda. Il libro delle Cronache narra cosa accadde dopo.

Allora il popolo del paese prese Ioacaz, figlio di Giosia, e lo fece re a Gerusalemme, al posto di suo padre. Ioacaz aveva ventitré anni quando cominciò a regnare, e regnò tre mesi a Gerusalemme. Il re d'Egitto lo depose a Gerusalemme, e gravò il paese di un tributo di cento talenti d'argento e di un talento d'oro. Il re d'Egitto fece re sopra Giuda e sopra Gerusalemme Eliachim, fratello di Ioacaz, e gli cambiò il nome in Ioiachim. Neco prese Ioacaz, fratello di lui, e lo condusse in Egitto. Ioiachim aveva venticinque anni quando cominciò a regnare; regnò undici anni a Gerusalemme, e fece ciò che è male agli occhi del SIGNORE, il suo Dio.” 2 Cronache 36:1-5.

Nabucodonosor non era ancora re quando mosse contro Gerusalemme per stabilire la supremazia babilonese sulla regione al posto di quella egiziana. Siamo nel 606 a.C. Il regno di Giuda era importante per le rotte commerciali che lo attraversavano. Ciò lo rendeva oggetto di contesa fra le due potenze.

Lo storico giudeo Flavio Giuseppe, vissuto durante il primo secolo d.C., citando lo storico Beroso, al quale riconosce un’attendibilità particolare sulla questione in quanto assicura “caldeo di nascita”. Scrive Beroso: “Quando Nabo(po)lassar, padre di Nabucodonosor, seppe che il governatore che aveva posto a capo dell’Egitto e della Siria e la Fenicia, si era rivoltato contro di lui, inviò (Nabucodonosor, suo figlio) contro il ribelle”. Fu in questo frangente, continua lo storico che “Nabo(po)lassar morì nella città di Babilonia, dopo aver regnato 29 anni. Appena egli comprese, in breve, che suo padre Nabo(po)lassar era morto…con ogni premura, con pochi uomini al suo seguito, attraversò il deserto per andare in Babilonia”. Contro Apione, 1:19.

Sebbene, quindi, il testo di Daniele lo chiami qui re, in realtà quando mosse la prima volta contro Gerusalemme, Nabucodonosor non lo era ancora formalmente diventato. Ovviamente Daniele non avrebbe potuto riferirsi a Nabucodonosor in nessun altro modo. Né più né meno – mi viene in mente questo paragone – come Cossiga veniva chiamato presidente anche anni dopo la fine del suo mandato. Questa precisazione per chiarire quella che secondo alcuni sarebbe un’altra incongruenza o errore di Daniele e che, al contrario, è da intendersi come un’accuratezza anche storica della narrazione che abbiamo davanti.

1:2 Il Signore diede nelle sue mani Jehoiakim, re di Giuda, assieme a una parte degli utensili della casa di DIO, che egli fece trasportare nel paese di Scinar, nella casa del suo dio e depose gli arredi nella casa del tesoro del suo dio.

Il Signore aveva messo in guardia i re ed il popolo di Giuda mediante le profezie di Isaia e di Geremia. Ma, ora, la coppa della pazienza di Dio era colma e fu per mano del re babilonese che egli eseguirà il suo giudizio. Lo farà in modo graduale, dando il tempo al popolo di ascoltare le parole dei profeti e ravvedersi. Ma questo non accadrà e, dopo questa prima incursione, Nabucodonosor tornerà altre volte a Gerusalemme. L’ultima volta sarà nel 586 a.C., quando, ormai stanco dell’infedeltà del popolo giudeo, distruggerà definitivamente la città e il tempio e ne deporterà il popolo in Babilonia.

Jehoiakim fu il primo a dovere soccombere all’inarrestabile potenza babilonese. Nabucodonosor entrò nel maestoso e ricco tempio salomonico e lo spoglia di una parte dei suoi arredi che conduce nella sua terra.

“La terra di Scinear” è il nome che troviamo nei brani più antichi della Bibbia per indicare la Mesopotamia. Quest’ultimo termine, comune oggi per designare quella zona, è d’origine greca: meso potamos in greco, è comunemente tradotto “terra fra i due fiumi”; ovviamente il Tigri e l’Eufrate, che bagnano le terre della Mesopotamia.

Il dio nazionale della Babilonia era Marduk. Fu nel suo tempio  che il re babilonese trasportò quanto depredato a Gerusalemme.

1:3 Il re disse quindi ad Ashpenaz, capo dei suoi eunuchi, di condurgli alcuni dei figli d'Israele, sia di stirpe reale che di famiglie nobili, 1:4 giovani in cui non ci fosse alcun difetto, ma di bell'aspetto, dotati di ogni sapienza, che avessero conoscenza e rapido intendimento, che avessero abilità di servire nel palazzo del re e ai quali si potesse insegnare la letteratura e la lingua dei Caldei. 1:5 Il re assegnò loro una razione giornaliera dei cibi squisiti del re e del vino che beveva egli stesso; dovevano essere educati per tre anni, al termine dei quali sarebbero passati al servizio del re. 1:6 Tra costoro c'erano dei figli di Giuda: Daniele, Hananiah, Mishael, e Azaria.

Il re babilonese si apprestava a formare un apparato statale che avrebbe dovuto tenere conto delle conquiste del suo regno, adesso ben più ampio dei confini tradizionali che aveva avuto fino a poco tempo addietro, prima che suo padre Nabopolassar, insieme agli alleati Medi, sgretolasse l’impero assiro. E’ per questo che aveva bisogno di persone valide, capaci, e non bastava più guardare all’interno dei propri confini. Le istruzioni che il re babilonese diede al proprio capo degli eunuchi, Ashpenaz, sono molto chiare e sono dettate dall’intelligenza e lungimiranza della politica di Nabucodonosor. Una lungimiranza che, come vedremo nel capitolo seguente, lo tormenterà nelle sue riflessioni sul futuro dell’impero sul quale regnava.

Sappiamo che questo comportamento dei re babilonesi era stato prassi anche dell’impero assiro. Ciò è documentato dagli annali dei re assiri Sargon e Sennacherib. Sappiamo che il re egiziano Neco rimase alla corte di Ashurbanipal e sia lui che suo figlio – il cui nome venne cambiato – vennero messi a capo di regioni dell’impero assiro.

Fra le persone condotte in Babilonia, ne spiccano quattro: Daniele, Anania, Misael e Azaria. Questi avrebbero dovuto essere istruiti nella lingua e nella cultura babilonese, indispensabile per potere essere inseriti nell’apparato amministrativo di quell’immenso impero.

1:7 Il capo degli eunuchi mise loro altri nomi: a Daniele pose nome Beltshatsar, ad Hananiah Shadrak, a Mishael Meshak e ad Azaria Abed-nego.

Il primo passo intrapreso nella nazionalizzazione babilonese dei quattro è cambiare i loro nomi che, nel significato proprio nella loro lingua, onoravano Yahweh, il Dio nazionale ebraico. Daniele significa “Dio è il mio giudice”. Hananiah “Yahweh è misericordioso”. Mishael significa “chi è come Dio?”. Azaria “Dio ha aiutato”. I nomi dei quattro giovani testimoniavano la loro fede e nazionalità giudaica. Oltre a questo dovevano essere anche difficili da pronunciare per i babilonesi e ancora più difficili da ricordare. I loro nuovi nomi intendevano spogliarli della loro identità, sdradicandoli dalla loro origine ebraica per inserirli interamente nella cultura babilonese. Ovviamente i nuovi nomi dei quattro erano in onore di altrettante divinità pagane del pantheon piuttosto nutrito dell’antica Mesopotamia.

Nella cultura orientale il nome ha un significato particolare. In un certo senso rispecchia una qualità di chi lo porta, attribuisce un particolare significato ad un evento o una caratteristica personale. Così il nome di Abramo fu cambiato da Dio in Abrahamo. Il nome di Giacobbe fu cambiato in Israele. Volendo passare al Nuovo Testamento, ricorderò che Simone veniva soprannominato Pietro o Cefa, che Saulo fu chiamato Paolo. Allo stesso Gesù venne dato questo nome con un motivo ben preciso. Leggiamo, infatti, nel vangelo di Matteo: “Ma mentre aveva queste cose nell'animo, un angelo del Signore gli apparve in sogno, dicendo:Giuseppe, figlio di Davide, non temere di prendere con te Maria, tua moglie; perché ciò che in lei è generato, viene dallo Spirito Santo. Ella partorirà un figlio, e tu gli porrai nome Gesù, perché è lui che salverà il suo popolo dai loro peccati”. Matteo 1:20-21.

Permettetemi di aggiungere che chi oggi si accanisce sull’importanza di recuperare i nomi originali di Yahweh, Jehovah o Yeshua, perde di vista il senso di una fede che non può essere  legata al suono di un nome, ma all’essenza di colui che quel nome identifica. Gesù era nell’antichità ebraica un nome comune. Tra l’altro nell’originale del Nuovo Testamento il nome di Gesù è serenamente tradotto in lingua greca. Il tetragramma YHWH è reso invariabilmente come nella traduzione detta dei Settanta con la parola greca Kyrios, cioè, nella nostra lingua, Signore.

1:8 Ma Daniele decise in cuor suo di non contaminarsi con i cibi squisiti del re e con il vino che egli stesso beveva; e chiese al capo degli eunuchi di concedergli di non contaminarsi. 1:9 DIO fece trovare a Daniele grazia e misericordia presso il capo degli eunuchi. 1:10 Il capo degli eunuchi disse quindi a Daniele: «Io temo il re mio signore, che ha stabilito il vostro cibo e la vostra bevanda. Perché dovrebbe egli vedere le vostre facce più tristi di quelle dei giovani della vostra stessa età? Così mettereste in pericolo la mia testa presso il re». 1:11 Allora Daniele disse a Meltsar, che il capo degli eunuchi aveva preposto a Daniele, Hananiah, Mishael e Azaria: 1:12 «Ti prego, metti alla prova i tuoi servi per dieci giorni, e ci siano dati legumi per mangiare e acqua per bere. 1:13 Poi siano esaminati alla tua presenza il nostro aspetto e l'aspetto dei giovani che mangiano i cibi squisiti del re; farai quindi con i tuoi servi in base a ciò che vedrai». 1:14 Egli acconsentì a questa loro proposta e li mise alla prova per dieci giorni. 1:15 Al termine dei dieci giorni il loro aspetto appariva più bello e avevano una carnagione più piena di tutti i giovani che avevano mangiato i cibi squisiti del re.

Non importava che i loro nomi fossero stati cambiati. I quattro giovani non potevano di certo impedirlo. Ma per quanto riguardava le pratiche babilonesi che andavano contro la Legge mosaica, Daniele decise di non contaminarsi. Infatti, era uso comune che le carni fossero offerte alle divinità pagane. Certamente poi la dieta del re non avrebbe avuto nessuna cura per i cibi vietati dalla Legge di Mosè. Allora i tre giovani si associarono a Daniele nella sua determinazione a non infrangere i comandamenti di Dio. La fede dei giovani ebrei in Dio fece parlare Daniele in modo ragionevole. Dopo un periodo di prova si sarebbe raffrontato il loro stato di salute e confrontato con quello di chi mangiava i cibi del re. 

1:15 Al termine dei dieci giorni il loro aspetto appariva più bello e avevano una carnagione più piena di tutti i giovani che avevano mangiato i cibi squisiti del re.

Il periodo di prova diede ragione ai giovani: Daniele e i suoi compagni stavano persino meglio di chi aveva mangiato i cibi “squisiti” del re. La fede dei quattro era stata ben riposta nel loro Dio, che non aveva tardato a rispondere al loro desiderio di essergli fedeli.

1:16 Così Meltsar tolse via i loro cibi squisiti e il vino che dovevano bere e diede loro legumi. 1:17 A tutti questi quattro giovani DIO diede conoscenza e intendimento in tutta la letteratura e sapienza; e Daniele ricevette intendimento di ogni genere di visioni e di sogni.

Per la loro fedeltà, il Signore benedì i quattro giovani. E, in modo particolare Daniele che ricevette un dono molto particolare: interpretazione di sogni e visioni, come vedremo nei capitoli a venire.

1:18 Alla fine del tempo stabilito dal re perché quei giovani gli fossero condotti, il capo degli eunuchi li condusse davanti a Nebukadnetsar. 1:19 Il re parlò con loro ma fra tutti loro non si trovò nessuno come Daniele, Hananiah, Mishael e Azaria; perciò essi furono ammessi al servizio del re. 1:20 E su ogni argomento che richiedeva sapienza e intendimento e intorno ai quali il re li interrogasse, li trovò dieci volte superiori a tutti i maghi e astrologi che erano in tutto il suo regno.

Arrivò infine il momento che i quattro dovettero presentarsi davanti a Nabucodonosor. Le prove cui li sottopose il re, rivelarono che questi quattro giovani ebrei erano molto più saggi e capaci degli altri loro compagni. Dieci volte superiori dice la Scrittura. Dieci volte come i dieci giorni di prova richiesti da Daniele al maggiordomo del re.

I magi e gli astrologi sono i sapienti, istruiti nelle molte branche della scienza conosciute ai babilonesi: scienza, matematica, letteratura. Non dobbiamo immaginare lo scibile di allora molto limitato. Al contrario, i babilonesi avevano una tradizione culturale degna di tutto rispetto che li ricollegava all’antica cultura accadica, imparentata con quella sumera ancora più antica di lei.

Dopo avere considerato la carriera di Daniele alla corte del re, il modo rocambolesco nel quale il Signore lo ha portato nel luogo dove l’avrebbe benedetto facendone uno dei suoi più grandi profeti, la sua umiliazione di vedere persino il suo nome originario che innalza il proprio Dio cambiato in onore di divinità pagane, il modo in cui alla fine la sua obbedienza e saggezza nell’agire in ossequio alla Legge di Dio vengono premiata, non può non rimandarci ad un altro personaggio biblico altrettanto nobile, Giuseppe. Non ultimo e significativo il dettaglio che entrambi questi grandi uomini di Dio ricevettero un dono speciale, quello di interpretare i sogni.

A questo punto, prima di proseguire con il prossimo capitolo di questo commentario, inviterei il lettore a rileggere egli stesso i capitoli della Genesi che narrano dell’arrivo di Giuseppe in Egitto e delle vicende che lo hanno portato fino ad assumere una carica politica seconda solo a quella di Faraone, l’uomo più potente dei suoi giorni. Per esaminare nel dettaglio il parallelo fra queste due figure, ci vorrebbe un libro a parte, mentre preferisco continuare col mio commento, non perdendo di vista lo scopo principale del mio libro.   

1:21 Così Daniele continuò fino al primo anno del re Ciro.

Daniele rimase all’interno dell’apparato amministrativo babilonese fino alla sua disfatta per mano del persiano Ciro.

 

 

 

Capitolo 5

Daniele capitolo 2: Il sogno del re babilonese

 

 

Il testo

 

2:1 Nel secondo anno del regno di Nebukadnetsar, Nebukadnetsar, ebbe dei sogni; il suo spirito rimase turbato e il  sonno lo lasciò. 2:2 Il re allora diede ordini di chiamare i maghi, gli astrologi, gli stregoni e i Caldei, perché raccontassero al re i suoi sogni. Questi vennero e si presentarono al re. 2:3 Il re disse loro: «Ho fatto un sogno e il mio spirito è turbato, finché riuscirò a conoscere il sogno».

2:4 Allora i Caldei risposero al re in aramaico: «O re, possa tu vivere per sempre. Racconta il sogno ai tuoi servi e noi ne daremo l'interpretazione». 2:5 Il re rispose e disse ai Caldei: «La mia decisione è presa: se non mi fate conoscere il sogno e la sua interpretazione, sarete tagliati a pezzi e le vostre case saranno ridotte in letamai. 2:6 Se invece mi indicherete il sogno e la sua interpretazione, riceverete da me doni, ricompense e grandi onori; indicatemi dunque il sogno e la sua interpretazione».

2:7 Essi risposero una seconda volta e dissero: «Racconti il re il sogno ai suoi servi e noi ne daremo l'interpretazione».  2:8 Il re allora rispose e disse: «Mi rendo chiaramente conto che voi intendete guadagnare tempo, perché vedete che la mia decisione è presa; 2:9 se non mi fate conoscere il sogno, c'è un'unica sentenza per voi; vi siete messi d'accordo per dire davanti a me parole bugiarde e perverse, nella speranza che i tempi mutino. Perciò raccontatemi il sogno e io saprò che siete in grado di darmene anche l'interpretazione». 2:10 I Caldei risposero davanti al re e dissero: «Non c'è alcun uomo sulla terra che possa far sapere ciò che il re domanda. Infatti nessun re, signore o sovrano ha mai chiesto una cosa simile ad alcun mago, astrologo o Caldeo. 2:11 La cosa che il re domanda è troppo difficile e non c'è nessuno che la possa far sapere al re, se non gli dèi, la cui dimora non è fra i mortali».

2:12 A questo il re si adirò, montò in collera e ordinò di sterminare tutti i savi di Babilonia. 2:13 Così fu promulgato il decreto in base al quale i savi dovevano essere uccisi, e cercavano Daniele e i suoi compagni per uccidere anche loro. 2:14 Allora Daniele si rivolse con parole prudenti e sagge ad Ariok, capitano delle guardie del re, il quale era uscito per uccidere i savi di Babilonia. 2:15 Prese la parola e disse ad Ariok, capitano del re: «Perché mai un decreto così duro da parte del re?». Allora Ariok fece sapere la cosa a Daniele. 2:16 Così Daniele entrò dal re e gli chiese di dargli tempo, perché potesse far conoscere al re l'interpretazione del sogno. 2:17 Allora Daniele andò a casa sua e fece sapere la cosa ai suoi compagni Hananiah, Mishael e Azaria, 2:18 perché implorassero misericordia dal Dio del

cielo riguardo a questo segreto, perché Daniele e i suoi compagni non fossero messi a morte col resto dei savi di Babilonia. 2:19 Allora il segreto fu rivelato a Daniele in una visione notturna. Così Daniele benedisse il Dio del  cielo. 2:20 Daniele prese a dire: «Sia benedetto il nome di Dio per sempre, eternamente, perché a lui appartengono

la sapienza e la forza. 2:21 Egli muta i tempi e le stagioni, depone i re e li innalza, dà la sapienza ai savi e la conoscenza a quelli che hanno intendimento. 2:22 Egli rivela le cose profonde e segrete, conosce ciò che è nelle tenebre e la luce dimora con lui. 2:23 O Dio dei miei padri, ti ringrazio e ti lodo, perché mi hai dato sapienza e forza e mi hai fatto conoscere ciò che ti abbiamo chiesto, facendoci conoscere la cosa richiesta dal re».

2:24 Perciò Daniele entrò da Ariok, a cui il re aveva affidato l'incarico di far perire i savi di Babilonia; andò e gli disse così: «Non far perire i savi di Babilonia! Conducimi davanti al re e

darò al re l'interpretazione». 2:25 Allora Ariok condusse in fretta Daniele davanti al re e gli parlò così: «Ho trovatoun uomo fra i Giudei in cattività, che farà conoscere al re l'interpretazione». 2:26 Il re prese a dire a Daniele, che si chiamava Beltshatsar: «Sei capace di farmi conoscere il sogno che ho fatto e la sua interpretazione?». 2:27 Daniele rispose in presenza del re e disse: «Il segreto di cui il re ha chiesto l'interpretazione, non può essere spiegato al re né da saggi, né da astrologi, né da maghi, né da indovini. 2:28 Ma c'è un Dio nel cielo che rivela i segreti, ed egli ha fatto conoscere al re Nebukadnetsar ciò che avverrà negli ultimi giorni. Questo è stato il tuo sogno e le visioni della tua mente sul tuo letto.

2:29 O re, i pensieri che ti sono venuti sul tuo letto riguardano ciò che deve avvenire d'ora in poi; e colui che rivela i segreti ti ha fatto conoscere ciò che avverrà. 2:30 Ma quanto a me, questo segreto mi è stato rivelato non perché io abbia maggiore sapienza di tutti gli altri viventi, ma perché l'interpretazione sia fatta conoscere al re, e tu possa conoscere i pensieri del tuo cuore. 2:31 Tu stavi guardando, o re, ed ecco una grande immagine; questa enorme  immagine, di straordinario splendore, si ergeva davanti a te con un aspetto terribile. 2:32 La testa di questa immagine era d'oro fino, il suo petto e le sue braccia erano d'argento, il suo ventre e le sue cosce di bronzo, 2:33 le sue gambe di ferro, i suoi piedi in parte di ferro e in parte d'argilla. 2:34 Mentre stavi guardando, una pietra si staccò, ma non per mano d'uomo, e colpì l'immagine sui suoi piedi di ferro e d'argilla e li frantumò. 2:35 Allora il ferro, l'argilla, il bronzo, l'argento e l'oro furono frantumati insieme e diventarono come la pula sulle aie d'estate; il

vento li portò via e di essi non si trovò più alcuna traccia. Ma la pietra che aveva colpito l'immagine diventò un grande monte, che riempì tutta la terra. 2:36 Questo è il sogno; ora ne daremo l'interpretazione davanti al re. 2:37 Tu, o re, sei il re dei re, perché il Dio del cielo ti ha dato il regno, la potenza, la forza e la gloria. 2:38 Dovunque dimorano i figli degli uomini, le bestie della campagna e gli uccelli del cielo, egli li ha dati nelle tue mani e ti ha fatto dominare sopra tutti loro. Tu sei quella testa d'oro. 2:39 Dopo di te sorgerà un altro regno, inferiore al tuo; poi un terzo regno di bronzo, che dominerà su tutta la terra. 2:40 Il quarto regno sarà forte come il ferro, perché il ferro fa a pezzi e stritola ogni cosa; come il ferro che frantuma, quel regno farà a pezzi e frantumerà tutti questi regni. 2:41 Come tu hai visto che i piedi e le dita erano in parte d'argilla di vasaio e in parte di ferro, così quel regno sarà diviso; tuttavia in esso ci sarà la durezza del ferro, perché tu hai visto il ferro mescolato con argilla molle. 2:42 E come le dita dei piedi erano in parte di ferro e in parte d'argilla, così quel regno sarà in parte forte e in parte fragile. 2:43 Come hai visto il ferro mescolato con la molle argilla, essi si mescoleranno per seme umano, ma non si uniranno l'uno all'altro, esattamente come il ferro non si amalgama con l'argilla. 2:44 Al tempo di questi re,il Dio del cielo farà sorgere un regno, che non sarà mai distrutto; questo regno non sarà lasciato a un altro popolo, ma frantumerà e annienterà tutti quei regni, e sussisterà in eterno, 2:45 esattamente come hai visto la pietra staccarsi dal monte, non per mano d'uomo, e frantumare il ferro, il bronzo, l'argilla, l'argento e l'oro. Il grande Dio ha fatto conoscere al re ciò che deve avvenire d'ora in poi. Il sogno è veritiero e la sua interpretazione è sicura». 2:46 Allora il re Nebukadnetsar cadde sulla sua faccia e si prostrò davanti a Daniele; quindi ordinò che gli presentassero un'offerta e dell'incenso. 2:47 Il re parlò a Daniele e disse: «In verità il vostro Dio è il Dio degli dèi, il Signore dei re e il rivelatore dei segreti, poiché tu hai potuto rivelare questo segreto».

2:48 Allora il re rese Daniele grande, gli diede molti e grandi doni, lo fece governatore di tutta la provincia di Babilonia e capo supremo di tutti i savi di Babilonia. 2:49 Inoltre, dietro richiesta di Daniele, il re prepose Shadrak, Meshak e Abednego all'amministrazione degli affari della provincia di Babilonia. Daniele invece rimase alla corte del re.

 

 Il commento

 

2:1 Nel secondo anno del regno di Nebukadnetsar,

Abbiamo detto che quando Nabucodonosor venne contro Gerusalemme la prima volta non era ancora re, ma era stato inviato dal padre per sedare la rivolta. Abbiamo visto che fu proprio in questo frangente che Nabopollassar morì e suo figlio dovette correre a Babilonia per divenire re.

Le evidenze storiche ci mostrano che Nabopolassar fu re fino al secondo mese del suo ventunesimo anno. Altre prove ci dicono che già il quattordicesimo giorno del quarto mese dello stesso anno, Nabucodonosor era già re. Durante questo breve intervallo deve essere occorsa la morte del re babilonese e la successione al trono del figlio. L’anno è il 606 a.C.

Secondo l’uso babilonese, gli anni del regno di un sovrano non cominciavano ad essere contati dalla sua successione al re precedente, bensì dal primo mese dell’anno successivo. Quindi, per cominciare a contare gli anni di regno di Nabucodonosor dobbiamo attendere il mese di Nisan, il primo del calendario babilonese, dell’anno 605 a.C. del nostro calendario. Quanto narrato in questo capitolo, essendo riferito al secondo anno di Nabucodonosor deve essere quindi accaduto dopo il mese di Nisan dell’anno 604 a.C., quando cominciava il suo secondo anno di regno. Ciò dando per scontato, come è naturale, che Daniele abbia utilizzato la maniera babilonese per contare gli anni di regno del suo re.

 

2:1 Nel secondo anno del regno di Nebukadnetsar, Nebukadnetsar, ebbe dei sogni; il suo spirito rimase turbato e il  sonno lo lasciò. 2:2 Il re allora diede ordini di chiamare i maghi, gli astrologi, gli stregoni e i Caldei, perché raccontassero al re i suoi sogni. Questi vennero e si presentarono al re. 2:3 Il re disse loro: «Ho fatto un sogno e il mio spirito è turbato, finché riuscirò a conoscere il sogno».

Abbiamo detto nel capitolo precedente che il re babilonese conscio del gravoso compito che era l’organizzazione di uno stato delle dimensioni quale era ormai diventato l’impero babilonese, stava agendo con saggezza, preparando nella sua corte degli uomini per una buona amministrazione.

Fu certamente la sua preoccupazione per il futuro del suo regno ad indurre i sogni che turbarono così tanto il suo animo, tanto da togliergli il sonno. Come era normale che accadesse, il re chiamò i saggi della sua corte per cercare con loro l’interpretazione del sogno.

2:4 Allora i Caldei risposero al re in aramaico: «O re, possa tu vivere per sempre. Racconta il sogno ai tuoi servi e noi ne daremo l'interpretazione».

Ecco che, introdotta da una frase specifica, comincia la porzione del libro scritta in aramaico.     Da qui fino a tutto il capitolo sette è questa la lingua dell’originale del libro di Daniele.

I saggi di Nabucodonosor erano pronti ad interpretare il sogno e si aspettavano, come magari era successo altre volte, che il re li informasse prima sul contenuto del sogno stesso. Ma li aspettavano delle brutte sorprese.

2:5 Il re rispose e disse ai Caldei: «La mia decisione è presa: se non mi fate conoscere il sogno e la sua interpretazione, sarete tagliati a pezzi e le vostre case saranno ridotte in letamai. 2:6 Se invece mi indicherete il sogno e la sua interpretazione, riceverete da me doni, ricompense e grandi onori; indicatemi dunque il sogno e la sua interpretazione». 2:7 Essi risposero una seconda volta e dissero: «Racconti il re il sogno ai suoi servi e noi ne daremo l'interpretazione».  2:8 Il re allora rispose e disse: «Mi rendo chiaramente conto che voi intendete guadagnare tempo, perché vedete che la mia decisione è presa; 2:9 se non mi fate conoscere il sogno, c'è un'unica sentenza per voi; vi siete messi d'accordo per dire davanti a me parole bugiarde e perverse, nella speranza che i tempi mutino. Perciò raccontatemi il sogno e io saprò che siete in grado di darmene anche l'interpretazione». 2:10 I Caldei risposero davanti al re e dissero: «Non c'è alcun uomo sulla terra che possa far sapere ciò che il re domanda. Infatti nessun re, signore o sovrano ha mai chiesto una cosa simile ad alcun mago, astrologo o Caldeo. 2:11 La cosa che il re domanda è troppo difficile e non c'è nessuno che la possa far sapere al re, se non gli dèi, la cui dimora non è fra i mortali».

Forse il re aveva davvero dimenticato il sogno. Forse voleva soltanto la certezza dell’interpretazione. E’ chiaro dalla sua determinazione che la cosa era davvero molto importante per Nabucodonosor. Accusa i suoi magi di cercare di guadagnare tempo. Quindi loro lo dicono apertamente: nessun uomo potrebbe mai soddisfare una tale richiesta. Le scuse addotte dai Caldei, dobbiamo ammetterlo, sono molto plausibili. La richiesta del re è davvero impossibile da soddisfare. Ma nell’affermazione dei Caldei si cela la stessa chiave per risolvere il problema: solo gli “dei” avrebbero potuto fare una cosa come quella che il re chiedeva.

2:12 A questo il re si adirò, montò in collera e ordinò di sterminare tutti i savi di Babilonia. 2:13 Così fu promulgato il decreto in base al quale i savi dovevano essere uccisi, e cercavano Daniele e i suoi compagni per uccidere anche loro. 2:14 Allora Daniele si rivolse con parole prudenti e sagge ad Ariok, capitano delle guardie del re, il quale era uscito per uccidere i savi di Babilonia. 2:15 Prese la parola e disse ad Ariok, capitano del re: «Perché mai un decreto così duro da parte del re?». Allora Ariok fece sapere la cosa a Daniele. 2:16 Così Daniele entrò dal re e gli chiese di dargli tempo, perché potesse far conoscere al re l'interpretazione del sogno. 2:17 Allora Daniele andò a casa sua e fece sapere la cosa ai suoi compagni Hananiah, Mishael e Azaria, 2:18 perché implorassero misericordia dal Dio del cielo riguardo a questo segreto, perché Daniele e i suoi compagni non fossero messi a morte col resto dei savi di Babilonia. 2:19 Allora il segreto fu rivelato a Daniele in una visione notturna. Così Daniele benedisse il Dio del  cielo. 2:20 Daniele prese a dire: «Sia benedetto il nome di Dio per sempre, eternamente, perché a lui appartengono la sapienza e la forza. 2:21 Egli muta i tempi e le stagioni, depone i re e li innalza, dà la sapienza ai savi e la conoscenza a quelli che hanno intendimento. 2:22 Egli rivela le cose profonde e segrete, conosce ciò che è nelle tenebre e la luce dimora con lui. 2:23 O Dio dei miei padri, ti ringrazio e ti lodo, perché mi hai dato sapienza e forza e mi hai fatto conoscere ciò che ti abbiamo chiesto, facendoci conoscere la cosa richiesta dal re». 2:24 Perciò Daniele entrò da Ariok, a cui il re aveva affidato l'incarico di far perire i savi di Babilonia; andò e gli disse così: «Non far perire i savi di Babilonia! Conducimi davanti al re e darò al re l'interpretazione». 2:25 Allora Ariok condusse in fretta Daniele davanti al re e gli parlò così: «Ho trovato un uomo fra i Giudei in cattività, che farà conoscere al re l'interpretazione».

Solo Dio avrebbe potuto rivelare un mistero tanto impossibile da conoscere. Daniele, ancora una volta, si dimostra forte nella propria fede nel Dio dei suoi padri e viene premiato. Egli chiede ai suoi compagni di pregare con lui perché sa benissimo che non è una sua particolare abilità o merito, bensì un dono di Dio: a Lui dà ogni lode ed attribuisce ogni merito quando in una visione notturna Dio gli rivela sia il sogno di Nabucodonosor che la sua interpretazione.

2:26 Il re prese a dire a Daniele, che si chiamava Beltshatsar: «Sei capace di farmi conoscere il sogno che ho fatto e la sua interpretazione?». 2:27 Daniele rispose in presenza del re e disse: «Il segreto di cui il re ha chiesto l'interpretazione, non può essere spiegato al re né da saggi, né da astrologi, né da maghi, né da indovini. 2:28 Ma c'è un Dio nel cielo che rivela i segreti, ed egli ha fatto conoscere al re Nebukadnetsar ciò che avverrà negli ultimi giorni. Questo è stato il tuo sogno e le visioni della tua mente sul tuo letto. 2:29 O re, i pensieri che ti sono venuti sul tuo letto riguardano ciò che deve avvenire d'ora in poi; e colui che rivela i segreti ti ha fatto conoscere ciò che avverrà. 2:30 Ma quanto a me, questo segreto mi è stato rivelato non perché io abbia maggiore sapienza di tutti gli altri viventi, ma perché l'interpretazione sia fatta conoscere al re, e tu possa conoscere i pensieri del tuo cuore.

Daniele ci tiene a dare gloria al suo Dio davanti al re babilonese. Mentre Arioc si era affrettato a dire: “ho trovato un uomo…”. Daniele dice apertamente che è Dio ad avere inviato quel sogno al re e che è Lui soltanto che poteva quindi rivelarlo. Non si mette in prima persona, ma riconoscere la grandezza di Dio. In tutto il libro troviamo in Daniele un modello comportamentale con pochi paralleli persino nella Sacra Scrittura. Il personaggio che più istintivamente possiamo accostargli, come ho già detto al capitolo precedente, è Giuseppe, venduto dai fratelli ed esule in Egitto, premiato da Dio per la sua condotta irreprensibile, verso Dio e gli uomini.

2:31 Tu stavi guardando, o re, ed ecco una grande immagine; questa enorme  immagine, di straordinario splendore, si ergeva davanti a te con un aspetto terribile. 2:32 La testa di questa immagine era d'oro fino, il suo petto e le sue braccia erano d'argento, il suo ventre e le sue cosce di bronzo, 2:33 le sue gambe di ferro, i suoi piedi in parte di ferro e in parte d'argilla. 2:34 Mentre stavi guardando, una pietra si staccò, ma non per mano d'uomo, e colpì l'immagine sui suoi piedi di ferro e d'argilla e li frantumò. 2:35 Allora il ferro, l'argilla, il bronzo, l'argento e l'oro furono frantumati insieme e diventarono come la pula sulle aie d'estate; ilvento li portò via e di essi non si trovò più alcuna traccia. Ma la pietra che aveva colpito l'immagine diventò un grande monte, che riempì tutta la terra.

Immaginate la sorpresa del re pagano mentre Daniele gli racconta il suo stesso sogno. Se lo aveva dimenticato, deve essergli tornato tutto in mente mentre il profeta lo narra nei suoi tremendi dettagli. Non minore sorpresa doveva averlo colto se il suo era stato soltanto uno stratagemma per mettere alla prova i suoi uomini di corte.

2:36 Questo è il sogno; ora ne daremo l'interpretazione davanti al re.

Dopo avere raccontato il sogno di certo il re non avrebbe avuto dubbi sull’autorità dell’interpretazione.

 

 Primo regno: Babilonia

E' chiaro che il simbolismo della statua, nelle diverse parti che la compongono, descrive il succedersi di quattro regni – per noi del passato – la cui storia ha interessato il destino di Israele, durante quel periodo che Gesù stesso chiama "Tempi dei Gentili". Luca 21:24: “...Gerusalemme sarà calpestata dai Gentili finché i tempi dei Gentili siano compiuti.

2:37 Tu, o re, sei il re dei re, perché il Dio del cielo ti ha dato il regno, la potenza, la forza e la gloria. 2:38 Dovunque dimorano i figli degli uomini, le bestie della campagna e gli uccelli del cielo, egli li ha dati nelle tue mani e ti ha fatto dominare sopra tutti loro. Tu sei quella testa d'oro.

Il capo della statua è Nabucodonosor, il re più rappresentativo del nuovo impero babilonese, visto che conobbe proprio con lui il periodo di massimo splendore.

Le parole del profeta rivolte al re babilonese sono molto simili a quelle che troviamo nel libro di Geremia ed evidenziano, come quelle, la signoria di Dio sulla creazione, da cui proviene ogni potere e forza umana. Geremia 27:5-7: “Io ho fatto la terra, gli uomini e gli animali che sono sulla faccia della terra, con la mia gran potenza e con il mio braccio steso; io do la terra a chi voglio.  (6)  Ora io do tutti questi paesi in mano a Nabucodonosor, re di Babilonia, mio servitore; gli do pure gli animali della campagna perché gli siano sottomessi.  (7)  Tutte le nazioni saranno sottomesse a lui, a suo figlio e al figlio di suo figlio, finché giunga il tempo anche per il suo paese; allora molte nazioni e grandi re lo ridurranno in schiavitù.

Era stato il padre di Nebucadnesar, Nabopolassar (625-605 a.C.) ad allearsi con i Medi ed insieme a loro, a sconfiggere la potenza assira, che prima dell’ascesa babilonese dominava la scena internazionale.

Nel 614 a.C. cadde la città di Assur, che aveva dato lo stesso nome all’Assiria. Due anni più tardi venne distrutta Ninive, la maestosa capitale. E’ la fine dell’impero assiro e la rinascita di quello di Babilonia. Come vediamo nella cartina, tratta dal sito www.silab.it l’equilibrio internazionale dopo la caduta degli assiri vedeva il controllo dei babilonesi sulle rotte commerciali tradizionali che si affacciavano sul Mediterraneo e l’Egitto costretto all’interno dei propri confini tradizionali. 

 

Secondo regno: Medo – Persia

2:39 Dopo di te sorgerà un altro regno, inferiore al tuo;

 

Come aveva profetizzato Geremia, l’impero babilonese sarebbe crollato relativamente presto. Il petto e le braccia della statua infatti simboleggiano l'impero medo - persiano che si sarebbe imposto sulla scena mondiale anche a causa del declino babilonese iniziato dopo la morte di Nebucadnesar e giunto al suo culmine nel regno di Nabonedo e del reggente suo figlio Beltsasar.

Fino a circa il 670 a.C. i Medi sono divisi e sotto l’egemonia assira. Nell’Elam l’antica capitale Susa è distrutta. E’ così che, sulle rovine di questo popolo, gli elamiti, nascono i persiani. Sarà il sovrano medo Kashtaritu (lo storico Erodoto lo chiamerà Fraorte) ad unire il regno dei Medi, sottomettendo i persiani. La sua alleanza con i babilonesi causerà la caduta dell’impero assiro. Ad un certo punto, però, cominciò la travolgente ascesa dei persiani. Il re che più di tutti incarnerà gli ideali di questo popolo fu Ciro II il Grande. La sua politica espansionistica lo porterà nel 539 a.C. ad annettersi i territori dell’impero babilonese. I suoi successori allargarono ulteriormente i confini e la Medo-Persia divenne un impero di dimensioni fino ad allora senza precedenti.

Se attraverso il regno dei babilonesi Dio aveva punito il suo popolo, attraverso i persiani lo riconfermò. La politica distruttiva degli assiri era ormai lontana. L’impero persiano era fondato sul pluralismo e sulla tolleranza. Ciro liberò il popolo di Dio dalla sua prigionia in terra straniera, permettendo il suo ritorno nella terra di Giuda e la ricostruzione del tempio di Gerusalemme.

Si avveravano così le parole date da Dio ai suoi profeti e tramite questi allo stesso popolo.

2 Cronache 36:20-23:

36:20 Inoltre Nebukadnetsar, deportò a Babilonia quelli che erano scampati alla spada; essi divennero servitori suoi e dei suoi figli, fino all'avvento del regno di Persia, 36:21 affinché si adempisse la parola dell'Eterno pronunciata per bocca di Geremia, finché il paese avesse osservato i suoi sabati. Infatti esso osservò il sabato per tutto il tempo della sua desolazione finché furono compiuti i settant'anni. 36:22 Nel primo anno di Ciro, re di Persia, affinché si adempisse la parola dell'Eterno pronunciata per la bocca di Geremia, l'Eterno destò lo spirito di Ciro, re di Persia, perché facesse un editto per tutto il suo regno e lo mettesse per scritto, dicendo: 36:23 «Così dice Ciro, re di Persia: L'Eterno, il DIO dei cieli, mi ha dato tutti i regni della terra. Egli mi ha comandato di costruirgli una casa in Gerusalemme, che è in Giuda. Chi di voi appartiene al suo popolo? L'Eterno, il suo DIO, sia con lui e parta!».

Il Cilindro di Ciro risale al VI secolo a.C. Esso celebra il pacifico ingresso del grande re persiano in Babilonia, avvenuto il 7 ottobre del 539 a.C. Su di esso è scritto: “il mio grande esercito marciò pacificamente in Babilonia”. L’iscrizione sul cilindro è in lingua accadica e in caratteri cuneiformi. E’ stato ritrovato nel 1878 durante gli scavi del tempio di Marduk. Oggi è esposto al British Museum di Londra. I suoi contenuti confermano le informazioni bibliche: i persiani, con la loro politica certamente più tollerante di quella dei loro predecessori, assiri e babilonesi, permisero il rientro alle popolazioni deportate in babilonia, fra le quali ovviamente i giudei.

Ma anche questa potenza, per quanto grande riuscì a divenire, con i confini raggiunti dai successori di Ciro, dovette capitolare davanti ad un nuovo emergente protagonista della scena mondiale.

 

Terzo regno: Greco – Macedone

poi un terzo regno di bronzo, che dominerà su tutta la terra.

Il terzo regno della visione di Daniele, del quale dice: “dominerà su tutta la terra”, è quello greco - macedone di Alessandro Magno. Il commento del profeta non è fuori luogo: Alessandro in pochi anni riuscì a conquistare tutto il mondo allora conosciuto.

Le polis greche erano delle città stato indipendenti. L’unità culturale che fondamentalmente le accomunava e le varie alleanze nate durante i conflitti interni ed anche quelli contro la potenza persiana, non avevano mai visto l’istaurarsi un potere centralizzato che unificasse la Grecia alla stessa stregua delle potenze orientali. E’ noto l’antagonismo fra le due arcinemiche Sparta ed Atene. La conflittualità aperta fra queste città, culminata rovinosamente nella guerra del Peloponneso (431- 404 a.C.) non portò ad altro che ad un ulteriore indebolimento generale. Di questa situazione ne approfittò il sovrano macedone Filippo II.

I macedoni erano parenti stretti dei greci, linguisticamente e culturalmente. E la posizione che li poneva sotto continue minacce esterne, li rendeva militarmente più forti. Appena giunto al potere, Filippo, con grande capacità strategica, riuscì ad espandere la sua influenza in Grecia. Ed era solo il primo passo, visto che il vero obiettivo era muovere l’intero popolo greco contro l’odiata potenza persiana. La morte improvvisa di Filippo II nel 336 a.C. arrestò la sua ascesa, ma non quella della Macedonia che passò nelle mani del suo figlio ancora ventenne, Alessandro.

Nessuno avrebbe potuto mai nemmeno sognare quello che riuscì a fare questo giovanissimo e temerario condottiero, capace di guidare in prima fila il suo esercito combattendo con tale coraggio da farlo chiamare dalla storia “il Grande” o “Magno”. Nel proseguire i disegni di suo padre, la sua avanzata fu inarrestabile. Nella cartina, tratta da www.mappery.com si vede l’immensità della conquista macedone.

Sebbene, come già accennato, fosse ancora giovanissimo, dimostrò grande determinazione ed una temerarietà senza pari. Nel 334 a.C. Alessandro iniziò a muovere contro la Persia. La sua avanzata fu inarrestabile. Entrò in Anatolia, sconfisse i persiani, espugnò Tiro. Nel 331 fondò in Egitto la città di Alessandria. Quindi sconfisse definitivamente l’esercito persiano incorporandone l’impero al suo regno. Non pago, tentò di spingersi ancora più ad est, arrivando fino in India.

Nel 323 a.C. la sua inarrestabile avanzata e le sue ambizioni, furono, però, bruscamente stroncate dalla sua prematura morte, a 33 anni, in Babilonia, sembra a causa di una febbre.

Alessandro morì senza che il suo unico erede al trono – troppo giovane – potesse assumere il potere; né vi riuscì in seguito, nonostante i tentativi della madre e della nonna. Il suo impero venne spartito fra i suoi generali.

All’espansione greca dobbiamo la grande diffusione nel bacino del Mediterraneo della lingua e cultura ellenica. Sarà questo a gettare i presupposti perché il cristianesimo esca dai confini di Gerusalemme. Se la lingua in cui è stato composto il Nuovo Testamento fu il greco e non l'ebraico, ciò è accaduto perché il greco era allora una lingua universale, parlata un po’ dovunque nell'impero romano, e soprattutto da commercianti, viaggiatori, ecc... Anche molti concetti del Nuovo Testamento sono proposti per essere facilmente compresi da chi aveva conosciuto il mondo ellenico.

 

Quarto regno: l’impero romano

2:40 Il quarto regno sarà forte come il ferro, perché il ferro fa a pezzi e stritola ogni cosa; come il ferro che frantuma, quel regno farà a pezzi e frantumerà tutti questi regni.

 

Il quarto regno, sui dettagli del quale Daniele si sofferma più degli altri è Roma, l’impero romano. La simbologia è chiara. Esso è rappresentato dal ferro perché “come il ferro spezza ed abbatte ogni cosa, così, pari al ferro che tutto frantuma, esso spezzerà ogni cosa”. Se caratteristica del terzo regno era la sua veloce espansione su tutto il mondo allora conosciuto, quella del quarto è la sua forza. Nessun impero fu altrettanto potente quanto quello romano. Anche la sua durata (come le gambe sono la parte più lunga del corpo) fu notevole, specie se paragonata a quella delle potenze che l’avevano preceduto sulla scena mondiale.

 

2:41 Come tu hai visto che i piedi e le dita erano in parte d'argilla di vasaio e in parte di ferro, così quel regno sarà diviso; tuttavia in esso ci sarà la durezza del ferro, perché tu hai visto il ferro mescolato con argilla molle. 2:42 E come le dita dei piedi erano in parte di ferro e in parte d'argilla, così quel regno sarà in parte forte e in parte fragile. 2:43 Come hai visto il ferro mescolato con la molle argilla, essi si mescoleranno per seme umano, ma non si uniranno l'uno all'altro, esattamente come il ferro non si amalgama con l'argilla.

 

La visione di Daniele è molto dettagliata e si sofferma in particolare sulla parte finale delle vicende di questo impero. I piedi e le dita della statua vengono considerati descrittivi di questa quarta potenza, ma con delle caratteristiche diverse rispetto al lungo periodo simboleggiato dalle gambe.

La simbologia di questa che definirò “ultima fase” del quarto regno, ci mostra il ferro della fase precedente – quindi la sua forza – mescolato con l’argilla, elemento che simboleggia la massima debolezza. Due elementi che innaturalmente ma intenzionalmente si proverà a fare coesistere.

Diversi interpreti biblici vogliono forzare il testo e razionalizzarlo -visto che è più facile parlare di eventi già accaduti piuttosto che di futuri- e riferiscono questa simbologia all'impero romano già caduto. E’ opinione di diversi commentatori che questa “seconda fase” della storia del quarto regno non si sia ancora avverata.

Storicamente l’impero romano non ha conosciuto qualcosa che possa essere ciò che il profeta descrive. In verità, nei primi secoli i cristiani aspettavano che prima della comparsa dell'Anticristo, l’impero romano dovesse dividersi in 10 parti – le dieci dita dei piedi, espressamente menzionate nel testo. D’altronde dopo quest'ultimo regno doveva comparire il regno messianico; ma sebbene l'impero romano sia caduto nel V secolo d.C. ciò non si è realizzato.

Ippolito è un cristiano di origine vissuto a Roma fra il 170 ed il 236 d.C. Ci ha lasciato diversi scritti. Alcuni in particolare riguardano le profezie di Daniele. Lo citerò per esteso in seguito, al capitolo 11 del mio libro, “il quarto regno: diverse vedute a confronto”. Basterà dire qui che era sua convinzione che, in base alle profezie di Daniele, un giorno l’impero romano nel quale viveva si sarebbe diviso in dieci parti – le dieci dita della statua – poco prima del ritorno di Gesù in gloria.   

Del resto l’unica conclusione che possiamo trarre dall’osservazione attenta della storia dell’impero romano e delle parole del profeta è che la descrizione del ferro mescolato ad argilla è ancora da riferirsi ad eventi non avveratisi.

Prima di passare al quinto ed ultimo regno della visione, ci sono due dettagli importanti che vanno evidenziati.

Il simbolismo della statua, contrariamente a quella che è la convinzione comune dell’uomo moderno, ci dice che l'andamento della storia umana è rappresentato dalla visione come involutivo. I materiali della statua, infatti, vanno progressivamente impoverendosi: dall’oro del capo si passa al ferro - forte ma di poco valore - fino all'assurdo dell'argilla mescolata al ferro. E’ in questo senso che il profeta dice a Nabucodonosor “Dopo di te sorgerà un altro regno, inferiore al tuo”. Alcuni commentatori vedono nell'involuzione dei materiali anche un'indicazione della forza centralizzante dei regni: dalla monarchia assoluta babilonese si arriverebbe alla forma di governo “democratica” vista nell’argilla mischiata al ferro del quarto regno. Una interpretazione non esclude l'altra, anzi credo che si affianchino bene completandosi.

Rimane il significativo dettaglio finale: i piedi di argilla! I piedi devono essere forti per potere reggere il peso di tutto il corpo. Invece nella statua sono la parte più debole: la statua è, quindi, destinata a cadere! Gli sforzi dell'uomo senza Dio, contrariamente a quanto il sempre più diffuso ottimismo dei nostri giorni ci vorrebbe indurre a credere, non condurranno ad altro cha alla inevitabile rovina.

 

 L’avvento del regno di Dio

2:44 Al tempo di questi re,il Dio del cielo farà sorgere un regno, che non sarà mai distrutto; questo regno non sarà lasciato a un altro popolo, ma frantumerà e annienterà tutti quei regni, e sussisterà in eterno, 2:45 esattamente come hai visto la pietra staccarsi dal monte, non per mano d'uomo, e frantumare il ferro, il bronzo, l'argilla, l'argento e l'oro. Il grande Dio ha fatto conoscere al re ciò che deve avvenire d'ora in poi. Il sogno è veritiero e la sua interpretazione è sicura».

Qualcosa accade ad un certo punto: Dio stesso interviene nelle vicende umane. La pietra infatti si stacca dal monte “senza intervento umano”, quindi in maniera soprannaturale. Un giorno la coppa della pazienza di Dio sarà colma e verrà il giudizio di Dio sulle potenze di questo mondo. La pietra abbatte la statua! Dio allora costituirà un regno che non passerà: al contrario degli sforzi umani che non sono riusciti a creare nulla di veramente duraturo, il regno di Dio durerà per sempre. Il suo avvento sarà “violento”, drastico e non graduale come vorrebbero certi commentatori; è evidente dalla simbologia della pietra che abbatte la statua.

Ciò accadrà, ci dice il profeta, “al tempo di questi re”, cioè quando compariranno i dieci re dell'ultima fase del quarto regno, simboleggiati dalle dieci dita della statua. Ciò, possiamo anticiparlo e lo dimostreremo con i passi biblici che vedremo più avanti, avverrà al ritorno di Gesù Cristo.

Mio è lo stesso imbarazzo che fu 2000 anni fa di Giuseppe Flavio, lo storico giudeo che scrivendo ai romani ebbe paura a riferire l'interpretazione della pietra che distruggeva la statua. Egli scrisse politicamente: “Daniele inoltre dichiarò il significato della pietra al re; ma io non ritengo appropriato riferirlo, in quanto io ho intrapreso a descrivere le cose passate o presenti soltanto, ma non quelle che sono future”, Antichità, libro X, 4. Come dire a questa generazione che i suoi sforzi lontano da Dio sono vani, che dove non c'è Dio non vi può essere giustizia e pace? Ma preferisco parlare con la verità della Scrittura ed è questo che ci rivela.

La pietra è stata da sempre un chiaro segno messianico. Lo stesso Gesù si rifarà chiaramente alle profezie dell’Antico Testamento parlando di sé stesso come della pietra.

Dice Gesù: "Non avete mai letto nelle Scritture: la pietra che gli edificatori hanno riprovata è quella che è divenuta pietra angolare; ciò è stato fatto dal Signore, ed è cosa meravigliosa agli occhi nostri?...E chi cadrà su questa pietra sarà sfracellato; ed essa stritolerà colui sul quale cadrà.", Matteo 21:42-44. Gesù cita il Salmo 118:22, con un chiaro riferimento alle profezie di Isaia: "L'Eterno degli Eserciti, quello, santificate! Sia lui quello che temete e paventate! Ed egli sarà un santuario, ma anche una pietra d’intoppo, un sasso d’inciampo per le due case di Israele, un laccio e una rete per gli abitanti di Gerusalemme. Molti tra loro inciamperanno, cadranno, saranno infranti, rimarranno nel laccio e saranno presi.", Isaia 8:13-14. E ancora: "Perciò così parla il Signore, l'Eterno: Ecco io ho posto come fondamento in Sion una pietra, una pietra provata, una pietra angolare preziosa, un fondamento solido.", Isaia 28:16, Questi brani  sono tutti citati nel Nuovo Testamento con chiara lettura messianica ed aperti riferimenti alla persona e l’opera di Gesù.

E’difficile anche non avanzare l’ipotesi che nelle parole del Signore, "ella -la pietra- stritolerà colui sul quale cadrà" Gesù non intenda richiamare alla mente la visione di Daniele della pietra che distrugge la statua.

La pietra è il Signore Gesù Cristo che torna nella sua gloria per giudicare il mondo. Il regno che stabilirà sarà quello promesso da tutti i profeti.

2:46 Allora il re Nebukadnetsar cadde sulla sua faccia e si prostrò davanti a Daniele; quindi ordinò che gli presentassero un'offerta e dell'incenso. 2:47 Il re parlò a Daniele e disse: «In verità il vostro Dio è il Dio degli dèi, il Signore dei re e il rivelatore dei segreti, poiché tu hai potuto rivelare questo segreto». 2:48 Allora il re rese Daniele grande, gli diede molti e grandi doni, lo fece governatore di tutta la provincia di Babilonia e capo supremo di tutti i savi di Babilonia. 2:49 Inoltre, dietro richiesta di Daniele, il re prepose Shadrak, Meshak e Abednego all'amministrazione degli affari della provincia di Babilonia. Daniele invece rimase alla corte del re.

Sigilla Daniele: “Il gran Dio ha fatto conoscere al re quello che deve avvenire d'ora in poi. Il sogno è vero e sicura è la sua interpretazione”. Nabucodonosor non poteva avere di certo dubbi, non dopo le prove che aveva avuto! Ed è, quindi, comprensibile la sua reazione: riconosce l’autorità suprema del Dio di Daniele.

Non ci possono sfuggire i punti in comune fra la figura di Daniele e Giuseppe il patriarca figlio di Giacobbe e le sue vicende in Egitto.

La precisione dei dettagli storici del libro è stupefacente. Il regno babilonese, vista la sua estensione era suddiviso in province. A capo dell’amministrazione della più importante, quella di Babilonia stessa, Daniele chiese che il re mettesse i suoi tre amici. La posizione di Daniele, alla quale il re lo elevò fu, ovviamente, di maggiore prestigio: egli fu a capo di tutti i saggi ed alla corte di Nabucodonosor stesso.

Quando leggiamo il libro di Matteo ed apprendiamo dei “magi” che vengono d’oriente per rendere onore al Messia, non possiamo non ricollegare quell’evento alla presenza di Daniele in Babilonia prima e Persia poi. Ovviamente i saggi di quei luoghi dovevano sapere della venuta del Re grazie a Daniele, il quale, come vedremo più avanti, fu depositario di una profezia che si riferiva proprio al tempo dell’arrivo del Messia promesso dalle Scritture ebraiche.

 

 

Capitolo 6

Daniele capitolo 3: La fornace di fuoco ardente

 

 

Il testo

 

3:1 Il re Nebukadnetsar fece costruire un'immagine d'oro, alta sessanta cubiti e larga sei cubiti, e la fece erigere nella  pianura di Dura, nella provincia di Babilonia. 3:2 Poi il re Nebukadnetsar mandò a radunare i satrapi, i prefetti, i governatori, i giudici, i tesorieri, i consiglieri di stato, gli esperti nella legge e tutte le autorità delle province, perché venissero alla inaugurazione dell'immagine che il re Nebukadnetsar aveva fatto erigere. 3:3 Allora i satrapi, i prefetti e i governatori, i giudici, i  tesorieri, i consiglieri di stato, gli esperti della legge e tutte le autorità delle province si radunarono insieme per la inaugurazione dell'immagine, fatta erigere dal re Nebukadnetsar, e si misero in piedi davanti all'immagine che Nebukadnetsar aveva fatto erigere. 3:4 Quindi l'araldo gridò a gran voce: «A voi, popoli, nazioni e lingue è ordinato che, 3:5 appena udrete il suono del corno, del flauto, della cetra, della lira, del salterio, della zampogna e di ogni genere di strumenti, vi prostriate per adorare l'immagine d'oro che il re Nebukadnetsar ha fatto erigere; 3:6 chiunque non si prostrerà per adorare, sarà subito gettato in mezzo a una fornace di fuoco ardente». 3:7 Così, non appena tutti i popoli udirono il suono del corno, del flauto, della cetra, della lira, del salterio e di ogni genere di strumenti, tutti i popoli, nazioni e lingue si prostrarono e adorarono l'immagine d'oro, che il re Nebukadnetsar aveva fatto erigere. 3:8 Per questa ragione in quel momento, alcuni Caldei si fecero avanti e accusarono i Giudei; 3:9 prendendo la parola dissero al re Nebukadnetsar: «O re, possa tu vivere per sempre! 3:10 Tu, o re, hai emanato un decreto, in forza del quale chiunque ha udito il suono del corno, del flauto, della cetra, della lira, del salterio, della zampogna e di ogni genere di strumenti deve prostrarsi per adorare l'immagine d'oro; 3:11 e chiunque non si prostra e non adora, deve essere gettato in mezzo a una fornace di fuoco ardente. 3:12 Or ci sono alcuni Giudei che hai preposto all'amministrazione degli affari della provincia di Babilonia, Shadrak, Meshak e Abed-nego, che non prestano alcuna considerazione a te; non servono i tuoi dèi e non adorano l'immagine d'oro che hai fatto erigere». 3:13 Allora Nebukadnetsar, adirato e furibondo, comandò di far venire Shadrak, Meshak e Abed-nego; così questi uomini furono condotti davanti al re. 3:14 Nebukadnetsar rivolse loro la parola, dicendo: «Shadrak, Meshak e Abednego, è vero che non servite i miei dèi e non adorate l'immagine d'oro che io ho fatto erigere? 3:15 Ora, non appena udrete il suono del corno, del flauto, della cetra, della lira, del salterio, della zampogna e di ogni genere di strumenti, se siete pronti a prostrarvi per adorare l'immagine che io ho fatto, bene; ma se non l'adorate, sarete subito gettati in mezzo a una fornace di fuoco ardente; e qual è quel dio che potrà liberarvi dalle mie mani?». 3:16 Shadrak, Meshak e Abed-nego risposero al re, dicendo: «O Nebukadnetsar, noi non abbiamo bisogno di darti risposta in merito a questo. 3:17 Ecco, il nostro Dio, che serviamo, è in grado di liberarci dalla fornace di fuoco ardente e ci libererà dalla tua mano, o re. 3:18 Ma anche se non lo facesse, sappi o re, che non serviremo i tuoi dèi e non adoreremo l'immagine d'oro che tu hai fatto erigere». 3:19 Allora Nebukadnetsar fu ripieno di furore e l'espressione del suo volto mutò nei riguardi di Shadrak, Meshak e Abednego. Riprendendo la parola comandò di riscaldare la fornace sette volte più di quanto si soleva riscaldarla. 3:20 Comandò quindi ad alcuni uomini forti e valorosi del suo esercito di legare Shadrak, Meshak e Abed-nego e di gettarli nella fornace di fuoco ardente. 3:21 Allora questi tre uomini furono legati con i loro calzoni, le loro tuniche, i loro copricapo e tutte le loro vesti e furono gettati in mezzo alla fornace di fuoco ardente. 3:22 Ma poiché l'ordine del re era duro e la fornace era estremamente surriscaldata, la fiamma del fuoco uccise gli uomini che vi avevano gettato Shadrak, Meshak e Abed-nego.

3:23 E questi tre uomini, Shadrak, Meshak e Abednego, caddero legati in mezzo alla fornace di fuoco ardente.

3:24 Allora il re Nebukadnetsar, sbalordito, si alzò in fretta e prese a dire ai suoi consiglieri: «Non abbiamo gettato tre uomini legati in mezzo al fuoco?». Essi risposero e dissero al re: «Certo, o re». 3:25 Egli riprese a dire: «Ecco, io vedo quattro uomini slegati, che camminano in mezzo al fuoco, senza subire alcun danno; e l'aspetto del quarto è simile a quello di un figlio di Dio». 3:26 Poi Nebukadnetsar si avvicinò all'apertura della fornace di fuoco ardente e prese a dire: «Shadrak, Meshak e Abed-nego, servi del Dio Altissimo, uscite e venite qui». Allora Shadrak, Meshak e Abed-nego uscirono di mezzo al fuoco. 3:27 Quindi i satrapi, i prefetti, i governatori e i consiglieri del re si radunarono per osservare quegli uomini: il fuoco non aveva avuto alcun potere sul loro corpo, i capelli del loro capo non erano stati bruciati, i loro mantelli non erano stati alterati e neppure l'odore di fuoco si era posato su di loro. 3:28 Nebukadnetsar prese a dire: «Benedetto sia il Dio di Shadrak, Meshak e Abed-nego, che ha mandato il suo angelo e ha liberato i suoi servi, che hanno confidato in lui; hanno trasgredito l'ordine del re e hanno esposto i loro corpi alla morte, piuttosto che servire e adorare altro dio all'infuori del loro. 3:29 Perciò io decreto che chiunque, a qualsiasi popolo, nazione o lingua appartenga, dirà male del Dio di Shadrak, Meshak e Abednego, sia tagliato a pezzi e la sua casa sia ridotta in un letamaio, perché non c'è nessun altro dio che possa salvare a questo modo». 3:30 Allora il re fece prosperare Shadrak, Meshak e Abed-nego nella provincia di Babilonia.


 

Il commento

 

            Con questo capitolo e fino a tutto il capitolo sei compreso il libro assume toni narrativi e non prettamente profetici. E’ per questo motivo, molto probabilmente, che Daniele venne incluso nel canone ebraico fra gli scritti e non fra i profeti, visto che lo stile narrativo di Daniele è palesemente dissimile da quello di Geremia, Isaia o Ezechiele. La collocazione del libro nelle nostre Bibbie fra i profeti maggiore e quelli cosiddetti minori, in questa prospettiva, risulta essere piuttosto azzeccata.

3:1 Il re Nebukadnetsar fece costruire un'immagine d'oro, alta sessanta cubiti e larga sei cubiti, e la fece erigere nella  pianura di Dura, nella provincia di Babilonia.

            Siamo sempre durante il regno di Nabucodonosor. Chissà se la statua tutta d’oro non si ispiri al suo stesso sogno, interpretato da Daniele? Non abbiamo una collocazione temporale definita per quanto succede, cosa che invece al capitolo precedente ci viene chiarita. In realtà quindi, l’ordine cronologico degli eventi per la prima divisione del libro è più una supposizione, anche se molto probabile, che una certezza.

3:2 Poi il re Nebukadnetsar mandò a radunare i satrapi, i prefetti, i governatori, i giudici, i tesorieri, i consiglieri di stato, gli esperti nella legge e tutte le autorità delle province, perché venissero alla inaugurazione dell'immagine che il re Nebukadnetsar aveva fatto erigere. 3:3 Allora i satrapi, i prefetti e i governatori, i giudici, i  tesorieri, i consiglieri di stato, gli esperti della legge e tutte le autorità delle province si radunarono insieme per la inaugurazione dell'immagine, fatta erigere dal re Nebukadnetsar, e si misero in piedi davanti all'immagine che Nebukadnetsar aveva fatto erigere.

            Da questo brano deduciamo la complessità dell’apparato amministrativo babilonese. Forse chi ha poca dimestichezza con la storia antica non può immaginare l’esistenza di uno Stato talmente complesso già in era così remota. Eppure la storia ci tramanda di regni ben più antichi e persino ben meglio organizzati e burocratizzati. Durante la III dinastia di UR, oltre mille e trecento anni prima di Nabucodonosor, l’apparato statale era molto sofisticato e persino transazioni insignificanti come la vendita di una pecora, venivano concluse con dei contratti scritti.

            Tutti i principali esponenti della struttura statale furono convocati per l’inaugurazione della nuova maestosa opera del re.

            Ricordo al lettore che siamo nel VI secolo avanti Cristo, intorno al 606 a.C., anno in cui verosimilmente Nabucodonosor cominciò a regnare. Sarebbe rimasto al potere 43 anni.

Non si ha memoria storica da altre fonti di questa statua eretta dal re babilonese. Ma è risaputo il gusto di quest’ultimo per la bellezza e la grandezza. La porta di Ishtar, che possiamo ammirare nella ricostruzione esposta nel museo di Berlino, ne è una testimonianza. Sappiamo anche che il tempio di Babilonia dedicato a Marduk, divinità nazionale babilonese, doveva essere un’opera splendida, maestosa, arricchita da tutti i tesori presi come bottino nelle sue campagne militari dal sovrano di Babilonia. Non sorprenda, quindi, il desiderio del re di un’ulteriore imponente opera che dimostrasse la sua grandezza.

3:4 Quindi l'araldo gridò a gran voce: «A voi, popoli, nazioni e lingue è ordinato che, 3:5 appena udrete il suono del corno, del flauto, della cetra, della lira, del salterio, della zampogna e di ogni genere di strumenti, vi prostriate per adorare l'immagine d'oro che il re Nebukadnetsar ha fatto erigere; 3:6 chiunque non si prostrerà per adorare, sarà subito gettato in mezzo a una fornace di fuoco ardente». 3:7 Così, non appena tutti i popoli udirono il suono del corno, del flauto, della cetra, della lira, del salterio e di ogni genere di strumenti, tutti i popoli, nazioni e lingue si prostrarono e adorarono l'immagine d'oro, che il re Nebukadnetsar aveva fatto erigere.

            L’invito era universale. Si noterà, a tal proposito, che vengono menzionati diversi tipi di strumenti, non tutti prettamente babilonesi. Ciò perché ogni popolo chiamato ad adorare la statua riconoscesse il suono dello strumento a lui familiare. Certamente la società babilonese era multietnica. Molti erano stati condotti prigionieri dai babilonesi, come era accaduto ai giovani giudei protagonisti della nostra storia. Altri che vivevano di traffichi commerciali – in quel periodo particolarmente intensi – vi soggiornavano o vi si recavano per motivi economici. Vi erano certamente mercenari nell’esercito di una potenza così grande, provenienti da ogni parte del mondo.

            Alcuni sostengono  che la citazione di alcuni strumenti di origine greca è un’ulteriore prova della composizione di Daniele nel II secolo. Ma non è necessariamente vero. Come ho già detto nei primi capitoli, in Babilonia vi erano comunità greche e di sicuro dei greci hanno servito nel suo esercito.  Al contrario, l’accuratezza dei dettagli storici in Daniele, la sua familiarità con così tanti particolari, rafforza l’attendibilità della sua narrazione, che è palesemente quella di un contemporaneo degli eventi descritti.  

            Non è chiaro perché tutti dovessero rendere omaggio alla statua. Forse questa aveva l’aspetto del re, forse della sua divinità. Di certo nessuno osò violare il bando reale. Con una eccezione.

3:8 Per questa ragione in quel momento, alcuni Caldei si fecero avanti e accusarono i Giudei; 3:9 prendendo la parola dissero al re Nebukadnetsar: «O re, possa tu vivere per sempre! 3:10 Tu, o re, hai emanato un decreto, in forza del quale chiunque ha udito il suono del corno, del flauto, della cetra, della lira, del salterio, della zampogna e di ogni genere di strumenti deve prostrarsi per adorare l'immagine d'oro; 3:11 e chiunque non si prostra e non adora, deve essere gettato in mezzo a una fornace di fuoco ardente. 3:12 Or ci sono alcuni Giudei che hai preposto all'amministrazione degli affari della provincia di Babilonia, Shadrak, Meshak e Abed-nego, che non prestano alcuna considerazione a te; non servono i tuoi dèi e non adorano l'immagine d'oro che hai fatto erigere».

            I Giudei non hanno mai goduto di grande popolarità, anche i tempi remoti. E qui come in altre occasioni ciò è dovuto all’invidia che suscitano le benedizioni che questo popolo riceve regolarmente da Dio. Purtroppo è insito nell’essere umano essere più propenso ad invidiare chi, con un comportamento retto giunge a certi traguardi, anziché riconoscere i propri errori e correggerli. L’uomo vorrebbe avere le benedizioni che Dio ha riservato a chi lo teme, ma non vuole temere Dio. Ma le benedizioni – è un principio della Parola di Dio, ma anche di straordinaria realtà quotidiana -  seguono l’obbedienza e ciò che si semina si raccoglie. Non può essere altrimenti.

            Probabilmente anche per le posizioni di rilievo che avevano ottenuto grazie al dono profetico di Daniele, i tre non dovevano essere ben visti dai Caldei. E’ lecito perciò pensare che quest’ultimi furono ben felici di cogliere il pretesto che gli offriva il rifiuto degli ebrei, per accusarli davanti al re di disobbedienza e persino di disprezzo per i costumi babilonesi in genere (non adorano i tuoi dèi) e, in particolare, per l’ultima disposizione del re circa la statua appena eretta.

3:13 Allora Nebukadnetsar, adirato e furibondo, comandò di far venire Shadrak, Meshak e Abed-nego; così questi uomini furono condotti davanti al re.

            Dov’era Daniele?

            E’ la domanda più naturale che ci si possa porre in questa circostanza. La semplice risposta è che non lo sappiamo. Il testo non lo dice e, quindi, potremmo solo produrci in rocambolesche supposizioni. Potrebbe essersi trovato, per i suoi impegni statali, lontano da Babilonia; ma è solo un’ipotesi, sebbene verosimile.

3:14 Nebukadnetsar rivolse loro la parola, dicendo: «Shadrak, Meshak e Abednego, è vero che non servite i miei dèi e non adorate l'immagine d'oro che io ho fatto erigere?

Da sempre ciò che ha reso mal visti gli ebrei presso tutte le nazioni dove questi si sono trovati durante le lunghe vicende della loro tormentata storia nazionale, è l’esclusività del loro culto. Mentre i pagani o coloro che professavano la fedeltà a questo o quel dio, riuscivano a conciliare e, in un certo senso, rispettare la dignità delle credenze altrui, i discendenti di Israele non si limitavano soltanto ad adorare il loro Dio nazionale, Yahweh, ma lo riconoscevano come l’unico autentico Dio, creatore di ogni cosa. Nella fede ebraica non vi è la minima traccia di alcun sentimento sincretista. Il Dio ebraico è un Dio “geloso” ed è “l’unico vero Dio” entrambi termini che rinveniamo nella Scrittura: Egli non riconosce accanto a sé altra divinità e pretende un culto esclusivo.

Come allora, anche ai giorni nostri, una posizione talmente “rigida” è guardata con sospetto. I cristiani, così gli ebrei fedeli alla loro tradizione religiosa, non possono riconoscere alle altre forme di fede eguagliandola a quella del Dio di Israele. Oggi il pensiero sincretista e l’acceso sentimento umanistico, vorrebbe vedere in tutte le religioni maniere diverse di adorare o rendere onore allo stesso “Dio” o al principio assoluto dell’universo che viene semplicemente etichettato così.

Come apprendiamo da questo semplice incidente e come ci insegna la storia antica, il pensiero sincretista non è moderno, ma riprende temi antichi quanto il mondo. La rabbia di Nabucodonosor non è legata al fatto che i giudei adorassero il loro Dio, bensì che lo adorassero in maniera esclusiva non riconoscendo la dignità del culto degli dei babilonesi.

A noi cristiani che rispettiamo l’autentico insegnamento biblico, ci viene rimproverato non il nostro professarci seguaci di Cristo, bensì il riconoscere in Gesù l’unico Messia e l’unica via al Padre, all’unico vero Dio, Creatore di ogni cosa. Da questo punto di vista, i nostri tempi ricordano tristemente quelli dei tre compagni.

Sebbene convinto che il nostro Signore si sia rivelato in Gesù Cristo soltanto, ciò non significa che la Chiesa cristiana debba disconoscere il diritto fondamentale dell’uomo ad avere le proprie convinzioni religiose. Sono orgoglioso di dire che le nazioni protestanti sono state le prime ad aver introdotto ed applicato la libertà di religione. Purtroppo, è vero che si gode di libertà di religione nei Paesi occidentali, ma lo stesso non si può dire di tutte le nazioni del mondo. E’ difficilissimo vivere la propria fede cristiana in Iran, Iraq o in Cina. Era lo stesso anche nei Paesi comunisti fino a non molto tempo fa. Ma sono fiero di poter dire che nelle nostre nazioni occidentali riconosciamo la libertà di professare la propria fede ad ogni uomo, che è un diritto inalienabile della persona.

La Chiesa è perseguitata anche oggi in molti stati, sebbene il vero movimento cristiano è sempre stato e rimane non violento, professante e praticante la pace in ogni senso, l’amore per il prossimo ad ogni costo.

Eppure, con incredibile miopia, proprio la fede dalla quale è originata la libertà di pensiero e parola religiosa, è oggi oggetto di attacchi gratuiti da parte di chi per primo gode di quella libertà, abusandone. Perché anche oggi noi cristiani, abbiamo il diritto a poter credere che il nostro Dio sia il Padre del Signore Gesù Cristo e che soltanto in quest’ultimo è la salvezza. Con tutto il rispetto per chi professa convinzioni diverse dalle nostre, per amore della Verità che troviamo nelle Sacre Scritture, non possiamo non dire di trovarci in disaccordo con chi immagina altre vie di salvezza che non siano Gesù Cristo. E le nostre convinzioni vengono espresse si con decisione ma mosse anche dal più profondo senso di amore verso il prossimo, nella convinzione che l’avvicinarsi a Dio è un atto libero dell’uomo, convinto soltanto dallo Spirito Santo e da nessuna costrizione di sorta. Come quei tre giovani, le nostre convinzioni religiose, l’amore per il nostro Dio non produce altro che ferme convinzioni ed assoluta non violenza, secondo l’esempio del nostro Signore, ma amore anche per chi ci perseguita.

3:15 Ora, non appena udrete il suono del corno, del flauto, della cetra, della lira, del salterio, della zampogna e di ogni genere di strumenti, se siete pronti a prostrarvi per adorare l'immagine che io ho fatto, bene; ma se non l'adorate, sarete subito gettati in mezzo a una fornace di fuoco ardente; e qual è quel dio che potrà liberarvi dalle mie mani?». 3:16 Shadrak, Meshak e Abed-nego risposero al re, dicendo: «O Nebukadnetsar, noi non abbiamo bisogno di darti risposta in merito a questo. 3:17 Ecco, il nostro Dio, che serviamo, è in grado di liberarci dalla fornace di fuoco ardente e ci libererà dalla tua mano, o re. 3:18 Ma anche se non lo facesse, sappi o re, che non serviremo i tuoi dèi e non adoreremo l'immagine d'oro che tu hai fatto erigere».

La risoluzione dei tre giovani è subito evidente. In un’unica voce dicono apertamente al re che non avrebbero mai adorato altri se non il Dio dei loro padri. Si rimettono a Lui per la loro salvezza e ne riconoscono l’assoluta sovranità, anche se non li avrebbe salvati dalla punizione di Nabucodonosor.

Come cristiani abbiamo l’obbligo di obbedienza alle autorità civili. Ma, qualora ci venisse chiesto di disubbidire a Dio, non possiamo mettere la nostra obbedienza civile davanti all’obbedienza alla Parola di Dio. Agli stessi apostoli le autorità ebraiche vietarono di annunciare Cristo. Pietro e Giovanni risposero loro con franchezza: “Giudicate voi se è giusto, davanti a Dio, ubbidire a voi anziché a Dio. Quanto a noi, non possiamo non parlare delle cose che abbiamo viste e udite”. Atti 4:19-20.

3:19 Allora Nebukadnetsar fu ripieno di furore e l'espressione del suo volto mutò nei riguardi di Shadrak, Meshak e Abednego. Riprendendo la parola comandò di riscaldare la fornace sette volte più di quanto si soleva riscaldarla. 3:20 Comandò quindi ad alcuni uomini forti e valorosi del suo esercito di legare Shadrak, Meshak e Abed-nego e di gettarli nella fornace di fuoco ardente. 3:21 Allora questi tre uomini furono legati con i loro calzoni, le loro tuniche, i loro copricapo e tutte le loro vesti e furono gettati in mezzo alla fornace di fuoco ardente. 3:22 Ma poiché l'ordine del re era duro e la fornace era estremamente surriscaldata, la fiamma del fuoco uccise gli uomini che vi avevano gettato Shadrak, Meshak e Abed-nego.3:23 E questi tre uomini, Shadrak, Meshak e Abednego, caddero legati in mezzo alla fornace di fuoco ardente.

La sincerità dei tre servì solo ad aumentare l’ira del re. Non solo questi decise di gettarli immediatamente nella fornace preparata per coloro che avrebbero disobbedito all’editto regale, ma comandò che il calore della fornace fosse aumentato. E venne così tanto aumentato che coloro che gettarono i tre nella fornace perirono essi stessi per l’intenso calore.

Ma, a questo punto, succede qualcosa di straordinario …

3:24 Allora il re Nebukadnetsar, sbalordito, si alzò in fretta e prese a dire ai suoi consiglieri: «Non abbiamo gettato tre uomini legati in mezzo al fuoco?». Essi risposero e dissero al re: «Certo, o re». 3:25 Egli riprese a dire: «Ecco, io vedo quattro uomini slegati, che camminano in mezzo al fuoco, senza subire alcun danno; e l'aspetto del quarto è simile a quello di un figlio di Dio».

… qualcosa di tanto straordinario da spaventare il re: egli stesso vede quattro persone che camminano all’interno della fornace, nonostante vi avesse gettato – come gli confermano i suoi consiglieri – soltanto tre individui. I quattro non sembrano risentire dell’intenso calore.

Chi è questo quarto uomo comparso accanto ai tre giudei? Secondo alcune traduzioni il re pagano dice che questi è simile ad un “figlio degli dei”. La Diodati e la Nuova Diodati traducono “figlio di Dio”. E’ vero che un’affermazione del genere suona strana in bocca ad un re pagano. Ma è anche vero che al capitolo due, fu lo stesso re a dire del Dio di Daniele: "In verità il vostro Dio è il Dio degli dèi, il Signore dei re e il rivelatore dei segreti”.

La traduzione in greco dell’Antico Testamento dei Settanta (di solito abbreviata “LXX”) traduce così l’originale ebraico: “ὁμοία υἱῷ θεοῦ”, che tradotto in italiano significa: “simile ad un figlio di Dio”.

Di certo la tradizione cristiana vede in questo quarto uomo un “angelo” di Dio. Personalmente sono convinto che egli altro non sia che l’Angelo del Signore, la manifestazione di Dio nell’Antico Testamento nel quale l’apostolo Giovanni riconoscerà la “Parola”, il “logos”, termine greco che traduceva l’ebraico “memra”, Gesù prima della sua incarnazione. E la Parola è diventata carne e ha abitato per un tempo fra di noi, piena di grazia e di verità; e noi abbiamo contemplato la sua gloria, gloria come di unigenito dal Padre.” Giovanni 1:14.

3:26 Poi Nebukadnetsar si avvicinò all'apertura della fornace di fuoco ardente e prese a dire: «Shadrak, Meshak e Abed-nego, servi del Dio Altissimo, uscite e venite qui». Allora Shadrak, Meshak e Abed-nego uscirono di mezzo al fuoco. 3:27 Quindi i satrapi, i prefetti, i governatori e i consiglieri del re si radunarono per osservare quegli uomini: il fuoco non aveva avuto alcun potere sul loro corpo, i capelli del loro capo non erano stati bruciati, i loro mantelli non erano stati alterati e neppure l'odore di fuoco si era posato su di loro. 3:28 Nebukadnetsar prese a dire: «Benedetto sia il Dio di Shadrak, Meshak e Abed-nego, che ha mandato il suo angelo e ha liberato i suoi servi, che hanno confidato in lui; hanno trasgredito l'ordine del re e hanno esposto i loro corpi alla morte, piuttosto che servire e adorare altro dio all'infuori del loro.

Ancora una volta il re babilonese è costretto a riconoscere l’opera del Dio degli ebrei. I tre escono dalla fornace ardente illesi. Persino i loro capelli ed i loro abiti, che più del resto avrebbero dovuto risentire del fuoco, sono invece intatti. Addirittura i tre non avevano emanavano nemmeno quell’odore tipico che permane su chi è stato nei pressi di qualcosa che bruciava.

Il re benedice il Dio dei tre e riconosce nel quarto uomo un suo angelo inviato per salvarli.

3:29 Perciò io decreto che chiunque, a qualsiasi popolo, nazione o lingua appartenga, dirà male del Dio di Shadrak, Meshak e Abednego, sia tagliato a pezzi e la sua casa sia ridotta in un letamaio, perché non c'è nessun altro dio che possa salvare a questo modo». 3:30 Allora il re fece prosperare Shadrak, Meshak e Abed-nego nella provincia di Babilonia.

Come nel capitolo precedente la fedeltà dei giudei al loro Dio risulta in un riconoscimento della sovranità di Yahweh da parte del re babilonese. I tre godettero di un trattamento di favore da parte di Nabucodonosor circa i loro incarichi amministrativi all’interno della provincia di Babilonia.

 

 

Capitolo 7 

Daniele Capitolo 4: la malattia del re

 

 

Il testo

 

4:1 «Il re Nebukadnetsar a tutti i popoli, a tutte le nazioni le lingue, che abitano su tutta la terra: La vostra pace sia grande. 4:2 Mi è sembrato bene di far conoscere i segni e i prodigi che il Dio Altissimo ha fatto per me. 4:3 Quanto grandi sono i suoi segni e quanto potenti i suoi prodigi! Il suo regno è un regno eterno e il suo dominio dura di generazione in generazione. 4:4 Io, Nebukadnetsar, ero tranquillo in casa mia e fiorente nel mio palazzo. 4:5 Feci un sogno che mi spaventò; i pensieri che ebbi sul mio letto e le visioni della mia mente mi terrorizzarono. 4:6 Così diedi ordine di condurre davanti a me tutti i savi di Babilonia, perché mi facessero conoscere l'interpretazione del sogno. 4:7 Allora vennero i maghi, gli astrologi, i Caldei e gli indovini, ai quali raccontai il sogno, ma essi non poterono farmi conoscere la sua interpretazione. 4:8 Infine si presentò davanti a me Daniele, chiamato Beltshatsar dal nome del mio dio, e in cui è lo spirito degli dèi santi, e io gli raccontai il sogno: 4:9 Beltshatsar, capo dei maghi, poiché io so che lo spirito degli dèi santi è in te e che nessun segreto ti preoccupa, raccontami le visioni del mio sogno che ho fatto e la sua interpretazione. 4:10 Le visioni della mia mente mentre ero sul mio letto sono queste: Io guardavo, ed ecco un albero in mezzo alla terra, la cui altezza era grande. 4:11 L'albero crebbe e divenne forte; la sua cima giungeva al cielo e si poteva vedere dalle estremità di tutta la terra. 4:12 Il suo fogliame era bello, il suo frutto abbondante e in esso c'era cibo per tutti; sotto di esso trovavano ombra le bestie dei campi, gli uccelli del cielo dimoravano fra i suoi rami e da lui prendeva cibo ogni essere vivente. 4:13 Mentre sul mio letto osservavo le visioni della mia mente, ecco un guardiano, un santo, scese dal cielo, 4:14 gridò con forza e disse così: "Tagliate l'albero e troncate i suoi rami, scuotete le sue foglie e disperdetene i frutti; fuggano gli animali di sotto a lui e gli uccelli di tra i suoi rami. 4:15 Lasciate però nella terra il ceppo delle sue radici, legato con catene di ferro e di bronzo fra l'erba dei campi. Sia bagnato dalla rugiada del cielo e abbia con gli animali la sua parte d'erba della terra. 4:16 Il suo cuore sia cambiato, e invece di un cuore d'uomo gli sia dato un cuore di bestia e passino su di lui sette tempi. 4:17 La cosa è decretata dai guardiani e la sentenza viene dalla parola dei santi, perché i viventi sappiano che l'Altissimo domina sul regno degli uomini; egli lo dà a chi vuole e vi innalza l'infimo degli uomini". 4:18 Questo è il sogno che io, re Nebukadnetsar, ho fatto. Ora tu, Beltshatsar, danne l'interpretazione, perché nessuno dei savi del mio regno è in grado di farmi conoscere l'interpretazione; ma tu lo puoi, perché lo spirito degli dèi santi è in te». 4:19 Allora Daniele, il cui nome è Beltshatsar, rimase per un momento spaventato e i suoi pensieri lo turbavano. Il re prese a dire: «Beltshatsar, non ti turbino né il sogno né la sua interpretazione». Beltshatsar rispose e disse: «Signor mio, il sogno si avveri per i tuoi nemici e la sua interpretazione per i tuoi avversari. 4:20 L'albero che tu hai visto, che era divenuto grande e forte, la cui cima giungeva al cielo e si vedeva da tutte le parti della terra, 4:21 il cui fogliame era bello, il frutto abbondante, in cui c'era cibo per tutti, sotto il quale dimoravano le bestie dei campi e sui cui rami facevano il nido gli uccelli del cielo, 4:22 sei tu, o re, che sei diventato grande e forte; la tua grandezza è cresciuta ed è giunta fino al cielo e il tuo dominio fino alle estremità della terra. 4:23 Quanto poi al guardiano, un santo, che il re ha visto scendere dal cielo e dire: "Tagliate l'albero e distruggetelo, ma lasciate nella terra il ceppo delle radici,legato con catene di ferro e di bronzo fra l'erba dei campi. Sia bagnato dalla rugiada del cielo e abbia la sua parte con le bestie dei campi finché siano passati su di lui sette tempi". 4:24 Questa è l'interpretazione, o re; questo è il decreto dell'Altissimo, che è stato emanato riguardo al re mio signore; 4:25 tu sarai scacciato in mezzo agli uomini e la tua dimora sarà con le bestie dei campi; ti sarà data da mangiare erba come ai buoi e sarai bagnato dalla rugiada dal cielo; passeranno su di te sette tempi, finché tu riconosca che l'Altissimo domina sul regno degli uomini e lo dà a chi vuole. 4:26 Quanto poi all'ordine di lasciare il ceppo delle radici dell'albero, ciò significa che il tuo regno ti sarà ristabilito, dopo che avrai riconosciuto che è il cielo che domina. 4:27 Perciò, o re, gradisci il mio consiglio: poni fine ai tuoi peccati praticando la giustizia e alle tue iniquità usando misericordia verso i poveri; forse la tua prosperità sarà prolungata». 4:28 Tutto questo avvenne al re Nebukadnetsar. 4:29 Dodici mesi dopo, mentre passeggiava sul palazzo reale di Babilonia, 4:30 il re prese a dire: «Non è questa la grande Babilonia, che io ho costruito come residenza reale con la forza della mia potenza e per la gloria della mia maestà?». 4:31 Queste parole erano ancora in bocca al re, quando una voce discese dal cielo: «A te, o re Nebukadnetsar, si dichiara: il tuo regno ti è tolto; 4:32 tu sarai scacciato di mezzo agli uomini e la tua dimora sarà con le bestie dei campi; ti sarà data da mangiare erba come i buoi e passeranno su di te sette tempi, finché tu riconosca che l'Altissimo domina sul regno degli uomini e lo dà a chi vuole». 4:33 In quello stesso momento la parola riguardante Nebukadnetsar si adempì. Egli fu scacciato di mezzo agli uomini, mangiò l'erba come i buoi e il suo corpo fu bagnato dalla rugiada del cielo, finché i suoi capelli crebbero come le penne delle aquile e le sue unghie come gli artigli degli uccelli. 4:34 «Alla fine di quel tempo, io Nebukadnetsar alzai gli occhi al cielo e la mia ragione ritornò, benedissi l'Altissimo e lodai e glorificai colui che vive in eterno, il cui dominio è un dominio eterno e il cui regno dura di generazione in generazione. 4:35 Tutti gli abitanti della terra davanti a lui sono considerati come un nulla; egli agisce come vuole con l'esercito del cielo e con gli abitanti della terra. Nessuno può fermare la sua mano o dirgli "Che cosa fai?". 4:36 In quello stesso tempo mi ritornò la ragione, e per la gloria del mio regno mi furono restituiti la mia maestà e il mio splendore. I miei consiglieri e i miei grandi mi cercarono, e io fui ristabilito nel mio regno e la mia grandezza fu enormemente accresciuta. 4:37 Ora, io Nebukadnetsar lodo, esalto e glorifico il Re del cielo, perché tutte le sue opere sono verità e le sue vie giustizia; egli ha il potere di umiliare quelli che camminano superbamente».

 

Il Commento

 

4:1 «Il re Nebukadnetsar a tutti i popoli, a tutte le nazioni le lingue, che abitano su tutta la terra: La vostra pace sia grande. 4:2 Mi è sembrato bene di far conoscere i segni e i prodigi che il Dio Altissimo ha fatto per me. 4:3 Quanto grandi sono i suoi segni e quanto potenti i suoi prodigi! Il suo regno è un regno eterno e il suo dominio dura di generazione in generazione.

Anche questo racconto è ambientato in un momento non meglio precisato del regno di Nabucodonosor. Come al capitolo due del libro di Daniele, il re fa un sogno che lo turba profondamente.

4:4 Io, Nebukadnetsar, ero tranquillo in casa mia e fiorente nel mio palazzo. 4:5 Feci un sogno che mi spaventò; i pensieri che ebbi sul mio letto e le visioni della mia mente mi terrorizzarono. 4:6 Così diedi ordine di condurre davanti a me tutti i savi di Babilonia, perché mi facessero conoscere l'interpretazione del sogno. 4:7 Allora vennero i maghi, gli astrologi, i Caldei e gli indovini, ai quali raccontai il sogno, ma essi non poterono farmi conoscere la sua interpretazione.

Il re racconta il sogno ai suoi saggi, ma questi comunque non riescono a darne l’interpretazione. Il compito certo è in questa circostanza meno arduo di quanto non fosse stato quando il re aveva preteso che gli venisse raccontato e non solo interpretato il sogno che aveva avuto. 

4:8 Infine si presentò davanti a me Daniele, chiamato Beltshatsar dal nome del mio dio, e in cui è lo spirito degli dèi santi, e io gli raccontai il sogno:

In ultimo si presenta davanti al re Daniele, del quale egli mostra di conoscere già le capacità.

4:9 Beltshatsar, capo dei maghi, poiché io so che lo spirito degli dèi santi è in te e che nessun segreto ti preoccupa, raccontami le visioni del mio sogno che ho fatto e la sua interpretazione.

Qui a Daniele, chiamato con il suo nome babilonese, viene dato il titolo di “capo dei maghi”, intesi come sapienti o una parte specifica dei sapienti di corte.

Nonostante il termine che oggi assume un significato certamente lontano da quello che aveva allora in quel contesto culturale, esso deve riguardare un ruolo molto importante all’interno dell’apparato amministrativo babilonese, anche se non ci è dato di sapere esattamente quale fosse. Oggi diremmo, con altre parole ed in termini a noi più familiari, che Daniele ricopriva una importante carica governativa.  

4:10 Le visioni della mia mente mentre ero sul mio letto sono queste: Io guardavo, ed ecco un albero in mezzo alla terra, la cui altezza era grande. 4:11 L'albero crebbe e divenne forte; la sua cima giungeva al cielo e si poteva vedere dalle estremità di tutta la terra. 4:12 Il suo fogliame era bello, il suo frutto abbondante e in esso c'era cibo per tutti; sotto di esso trovavano ombra le bestie dei campi, gli uccelli del cielo dimoravano fra i suoi rami e da lui prendeva cibo ogni essere vivente. 4:13 Mentre sul mio letto osservavo le visioni della mia mente, ecco un guardiano, un santo, scese dal cielo, 4:14 gridò con forza e disse così: "Tagliate l'albero e troncate i suoi rami, scuotete le sue foglie e disperdetene i frutti; fuggano gli animali di sotto a lui e gli uccelli di tra i suoi rami. 4:15 Lasciate però nella terra il ceppo delle sue radici, legato con catene di ferro e di bronzo fra l'erba dei campi. Sia bagnato dalla rugiada del cielo e abbia con gli animali la sua parte d'erba della terra. 4:16 Il suo cuore sia cambiato, e invece di un cuore d'uomo gli sia dato un cuore di bestia e passino su di lui sette tempi. 4:17 La cosa è decretata dai guardiani e la sentenza viene dalla parola dei santi, perché i viventi sappiano che l'Altissimo domina sul regno degli uomini; egli lo dà a chi vuole e vi innalza l'infimo degli uomini".

Questo il sogno. Nabucodonosor riconosce il senso del sogno: “perché i viventi sappiano che l’Altissimo domina sul regno degli uomini”. Ancora una volta troviamo il senso dell’utilizzo della lingua aramaica per questa porzione del libro. L’aramaico era una lingua internazionale e presentare questa porzione di Scrittura in quella lingua, significava volerne porgere il significato a tutti i popoli, perché riguardava l’umanità in genere e non il solo popolo ebraico.

I sette tempi cui fa riferimento il sogno sono sette anni. Più avanti vedremo altri punti dove questo computo di anni avviene riferendosi agli anni come “tempi”.

Per quanto ho potuto appurare nei miei studi, le interpretazioni fantasiose di alcuni sul computo di questi anni, non hanno alcun vero valore né esegetico, né profetico. Tanto da non meritare neppure un approfondimento, che ci distoglierebbe soltanto da questioni più importanti.

4:18 Questo è il sogno che io, re Nebukadnetsar, ho fatto. Ora tu, Beltshatsar, danne l'interpretazione, perché nessuno dei savi del mio regno è in grado di farmi conoscere l'interpretazione; ma tu lo puoi, perché lo spirito degli dèi santi è in te».

Il re babilonese ricorda bene il dono di Daniele. E dimostra di conoscerne anche la fonte: egli può interpretare i sogni perché guidato da una sapienza soprannaturale, che deve al suo Dio.

4:19 Allora Daniele, il cui nome è Beltshatsar, rimase per un momento spaventato e i suoi pensieri lo turbavano. Il re prese a dire: «Beltshatsar, non ti turbino né il sogno né la sua interpretazione». Beltshatsar rispose e disse: «Signor mio, il sogno si avveri per i tuoi nemici e la sua interpretazione per i tuoi avversari.

Daniele percepisce il senso del racconto e, se non paura, prova un certo disagio a dovere riferire la cosa al proprio sovrano. Il profeta aveva sempre manifestato grande rispetto per quello che oramai era il suo re, come credo sia parso chiaro nelle narrazioni che abbiamo considerato nei capitoli precedenti. Tanto più grande doveva essere il senso di riverenza di Daniele dopo avere compreso che il Signore stesso aveva dato a Nabucodonosor la sua autorità.

4:20 L'albero che tu hai visto, che era divenuto grande e forte, la cui cima giungeva al cielo e si vedeva da tutte le parti della terra, 4:21 il cui fogliame era bello, il frutto abbondante, in cui c'era cibo per tutti, sotto il quale dimoravano le bestie dei campi e sui cui rami facevano il nido gli uccelli del cielo, 4:22 sei tu, o re, che sei diventato grande e forte; la tua grandezza è cresciuta ed è giunta fino al cielo e il tuo dominio fino alle estremità della terra. 4:23 Quanto poi al guardiano, un santo, che il re ha visto scendere dal cielo e dire: "Tagliate l'albero e distruggetelo, ma lasciate nella terra il ceppo delle radici,legato con catene di ferro e di bronzo fra l'erba dei campi. Sia bagnato dalla rugiada del cielo e abbia la sua parte con le bestie dei campi finché siano passati su di lui sette tempi". 4:24 Questa è l'interpretazione, o re; questo è il decreto dell'Altissimo, che è stato emanato riguardo al re mio signore; 4:25 tu sarai scacciato in mezzo agli uomini e la tua dimora sarà con le bestie dei campi; ti sarà data da mangiare erba come ai buoi e sarai bagnato dalla rugiada dal cielo; passeranno su di te sette tempi, finché tu riconosca che l'Altissimo domina sul regno degli uomini e lo dà a chi vuole

Deve essere stato difficile dire la verità. Non è mai facile per un autentico profeta di Dio annunciare il giudizio del Signore. E, per giusta conseguenza, i molti falsi profeti sono sempre pronti ad annunciare il bene anche a chi non obbedisce alla Parola di Dio, incuranti di attirare così il giudizio di Dio su chi li segue e soprattutto su se stessi.

Isaia, Geremia e gli altri profeti ebbero l’ingrato compito di annunciare l’imminente giudizio sul popolo di Israele qualora questo non si fosse convertito a Dio abbandonando la propria malvagità ed apostasia. Nello stesso periodo, vi erano molti falsi profeti che rassicuravano il popolo, dicendo che non sarebbe venuto su di loro alcun male. Il tempo ha dimostrato chi fossero i profeti di Dio e chi i bugiardi, gli impostori.

Lo stesso era avvenuto ai tempi di Noè. Quanto deve essere sembrato folle quell’uomo che costruiva un’arca sull’asciutto. Eppure il tempo dimostrò che davvero quell’uomo stava obbedendo ad un comando divino e sia lui che la sua famiglia scamparono al diluvio.

Credo che sia degno di nota il fatto che la Parola di Dio ci dice che i giorni che precederanno il ritorno di Gesù saranno come i tempi in cui visse Noè. Anche oggi la gente, noncurante del giudizio di Dio, bada ai propri affari, facendo solo ciò che vuole, che gli piace, senza tenere nella giusta considerazione che un giorno dovremo tutti dare conto a Dio del nostro operato.

Il nostro compito, quello della Chiesa, è un compito gravoso. Siamo qui ad annunciare al mondo l’Evangelo, che, è vero, è la Buona Notizia che in Cristo Dio Padre ci riconcilia a sé mediante la morte del suo Figlio sulla croce. Ci dice infatti la Scrittura in Giovanni 3:16-17, “Perché Dio ha tanto amato il mondo, che ha dato il suo unigenito Figlio, affinché chiunque crede in lui non perisca, ma abbia vita eterna.  (17)  Infatti Dio non ha mandato suo Figlio nel mondo per giudicare il mondo, ma perché il mondo sia salvato per mezzo di lui.”. Ma l’annuncio della salvezza non avrebbe senso se non vi fosse anche l’annuncio della condanna dalla quale scampare. Se così non fosse, verrebbe da chiedersi a quale salvezza e da cosa faccia riferimento la Bibbia.

Continua lo stesso vangelo di Giovanni 3:18, “Chi crede in lui non è giudicato; chi non crede è già giudicato, perché non ha creduto nel nome dell'unigenito Figlio di Dio.

Se la Chiesa non predica il giudizio e l’imminenza del ritorno di Cristo per giudicare il mondo, nasconde una parte molto importante dell’evangelo. Mi piace molto il motto delle ADI, le Assemblee di Dio in Italia, delle quali per diversi anni sono stato membro: “Tutto l’Evangelo”. La Chiesa è tenuta a predicare “tutto l’evangelo”. Come ogni profeta dalla fondazione del mondo ad oggi, Cristo compreso, non possiamo sperare di annunciare tutta la verità e sperare anche di essere benvisti.

Daniele non temeva per se stesso, ma ciò non gli dava meno dolore a dovere annunciare una tale incombente sventura al proprio re.

 4:26 Quanto poi all'ordine di lasciare il ceppo delle radici dell'albero, ciò significa che il tuo regno ti sarà ristabilito, dopo che avrai riconosciuto che è il cielo che domina. 4:27 Perciò, o re, gradisci il mio consiglio: poni fine ai tuoi peccati praticando la giustizia e alle tue iniquità usando misericordia verso i poveri; forse la tua prosperità sarà prolungata».

Daniele mette adesso un impeto personale nel consigliare al re di praticare la giustizia, di smettere di agire in maniera malvagia, per evitare che quello che diceva il sogno gli fosse realmente accaduto. L’invito alla conversione è spesso preso come un atto di superbia da parte di chi se ne fa portavoce. “Chi sei tu per dirmi di mettere fine ai miei peccati”? – avrebbe potuto benissimo dire Nabucodonosor. Spesso quando annunciamo l’evangelo, la gente rifiuta, per orgoglio personale, di volere ammettere il proprio stato ed il bisogno della salvezza di Dio nella propria vita.

Ci vuole moltissimo amore per dire la verità nuda e cruda al prossimo, perché è difficile che qualcuno ti possa applaudire quando gli dici che ha bisogno di ravvedersi. Così il mondo di oggi, l’uomo moderno: la reazione all’annuncio del prossimo giudizio di Dio sull’umanità impenitente al ritorno di Gesù è apertamente ostile. E’ un annuncio difficile, ma è Parola di Dio: è volontà di Dio che al ritorno di Gesù “tutti quelli che non hanno creduto alla verità ma si sono compiaciuti nell'iniquità, siano giudicati.” 2 Tessalonicesi 2:12.

4:28 Tutto questo avvenne al re Nebukadnetsar. 4:29 Dodici mesi dopo, mentre passeggiava sul palazzo reale di Babilonia, 4:30 il re prese a dire: «Non è questa la grande Babilonia, che io ho costruito come residenza reale con la forza della mia potenza e per la gloria della mia maestà?». 4:31 Queste parole erano ancora in bocca al re, quando una voce discese dal cielo: «A te, o re Nebukadnetsar, si dichiara: il tuo regno ti è tolto; 4:32 tu sarai scacciato di mezzo agli uomini e la tua dimora sarà con le bestie dei campi; ti sarà data da mangiare erba come i buoi e passeranno su di te sette tempi, finché tu riconosca che l'Altissimo domina sul regno degli uomini e lo dà a chi vuole». 4:33 In quello stesso momento la parola riguardante Nebukadnetsar si adempì. Egli fu scacciato di mezzo agli uomini, mangiò l'erba come i buoi e il suo corpo fu bagnato dalla rugiada del cielo, finché i suoi capelli crebbero come le penne delle aquile e le sue unghie come gli artigli degli uccelli.

Come spesso accade agli uomini, nonostante la profezia di Dio lo aveva messo in guardia, Nabucodonosor dimentica le parole di Daniele. Ciò è accaduto anche a Pietro ad esempio, il quale nonostante Gesù gli avesse detto che l’avrebbe rinnegato, egli si ricordò solo dopo averlo fatto, non rimanendogli altro da fare se non piangere amaramente.

Anche il re babilonese cadde vittima di questa trascuratezza tipica della natura umana, che sempre ci fa ripetere nel nostro cuore: a me non può accadere!

La storia profana non ci tramanda un evento simile a quello qui descritto, occorso durante il lungo regno di Nabucodonosor. Ma, bisogna aggiungere, sarebbe strano se lo avesse fatto. Le antiche cronache dei re sono sempre esageratamente a favore di chi le sponsorizza. Persino una quasi sconfitta può arrivare ad assumere i toni di un trionfo. E’, quindi, impossibile sperare di ritrovare da qualche parte nelle cronache babilonesi un racconto su un evento tanto spiacevole nella vita del suo più grande re.

Scientificamente vi sono delle malattie che possono dare sintomi simili a quelli riportati dal libro di Daniele e non riesco a non vedere un motivo valido per non riconoscere nell’evento qui descritto, un fatto realmente accaduto. Le motivazioni addotte da alcuni per discreditare la narrazione biblica, basate soprattutto sul silenzio dei documenti storici in nostro possesso, comunque, va detto, piuttosto esigui, non hanno un peso schiacciante, proprio perché basate sul silenzio delle fonti extrabibliche. Un silenzio per il quale credo di avere già proposto una più che valida ragione.

4:34 «Alla fine di quel tempo, io Nebukadnetsar alzai gli occhi al cielo e la mia ragione ritornò, benedissi l'Altissimo e lodai e glorificai colui che vive in eterno, il cui dominio è un dominio eterno e il cui regno dura di generazione in generazione. 4:35 Tutti gli abitanti della terra davanti a lui sono considerati come un nulla; egli agisce come vuole con l'esercito del cielo e con gli abitanti della terra. Nessuno può fermare la sua mano o dirgli "Che cosa fai?". 4:36 In quello stesso tempo mi ritornò la ragione, e per la gloria del mio regno mi furono restituiti la mia maestà e il mio splendore. I miei consiglieri e i miei grandi mi cercarono, e io fui ristabilito nel mio regno e la mia grandezza fu enormemente accresciuta. 4:37 Ora, io Nebukadnetsar lodo, esalto e glorifico il Re del cielo, perché tutte le sue opere sono verità e le sue vie giustizia; egli ha il potere di umiliare quelli che camminano superbamente».

 

Con uno dei brani più belli di Daniele, Nabucodonosor si accomiata dai lettori del libro.

La sua è una figura molto bella e le sue parole finali ci offrono uno spunto interessante per una riflessione: Il piccolo giudeo che aveva portato prigioniero a Babilonia, il cui nome aveva cambiato, e che voleva imparasse a servire i suoi dei ed i suoi costumi, era riuscito, con la sua fede incrollabile in Dio, a fargli riconoscere la vera origine, e quindi anche il senso, della sua regalità.

 

Capitolo 8

Daniele Capitolo 5: Il convito di Baldassarre

 

Il testo

 

5:1 Il re Belshatsar fece un gran banchetto a mille dei suoi grandi e in presenza dei mille bevve vino. 5:2 Mentre degustava il vino, Belshatsar ordinò di far portare i vasi d'oro e d'argento che suo padre Nebukadnetsar aveva portato via dal tempio che era in Gerusalemme, perché in essi bevessero il re e i suoi grandi, le sue mogli e le sue concubine. 5:3 Così si portarono i vasi d'oro che erano stati portati via dal santuario del tempio di Dio, che era in Gerusalemme, e in essi bevvero il re e i suoi grandi, le sue mogli e le sue concubine. 5:4 Bevvero vino e lodarono gli dèi d'oro, d'argento, di bronzo, di ferro, di legno e di pietra. 5:5 In quel momento apparvero le dita di una mano d'uomo, che si misero a scrivere di fronte al candelabro sull'intonaco della parete del palazzo reale; e il re vide la parte di quella mano che scriveva. 5:6 Allora l'aspetto del re cambiò e i suoi pensieri lo turbarono; le giunture dei suoi lombi si allentarono e i suoi ginocchi battevano l'uno contro l'altro. 5:7 Il re gridò con forza di fare entrare gli astrologi, i Caldei e gli indovini; quindi il re prese a dire ai savi di Babilonia: «Chiunque leggerà questa scritta e mi darà la sua interpretazione sarà rivestito di porpora, porterà una collana d'oro al collo e sarà terzo nel governo del regno». 5:8 Allora entrarono tutti i savi del re, ma non poterono leggere la scritta né far conoscere al re la sua interpretazione. 5:9 Allora il re Belshatsar fu grandemente turbato, il suo aspetto cambiò e i suoi grandi furono smarriti. 5:10 La regina, a motivo delle parole del re e dei suoi grandi, entrò nella sala del banchetto. La regina prese a dire: «O re, possa tu vivere per sempre! I tuoi pensieri non ti turbino e il tuo aspetto non cambi. 5:11 C'è un uomo nel tuo regno, in cui è lo spirito degli dèi santi; e al tempo di tuo padre si trovò in lui luce, intendimento e sapienza simile alla sapienza degli dèi; il re Nebukadnetsar, tuo padre, tuo padre il re, lo stabilì capo dei maghi, degli astrologi, dei Caldei e degli indovini, 5:12 perché in questo Daniele, a cui il re aveva posto il nome Beltshatsar, fu trovato uno spirito straordinario, conoscenza, intendimento, abilità nell'interpretare i sogni, spiegare enigmi e risolvere questioni complicate. Si chiami dunque Daniele ed egli darà l'interpretazione».

5:13 Allora Daniele fu introdotto alla presenza del re; il re parlò a Daniele e gli disse: «Sei tu Daniele, uno degli esuli di Giuda, che il re mio padre condusse dalla Giudea? 5:14 Ho inteso dire di te che lo spirito degli dèi è in te e che in te si trova luce, intendimento e una sapienza straordinaria. 5:15 Ora hanno fatto venire alla mia presenza i savi e gli astrologi perché leggessero questa scritta e me ne facessero conoscere l'interpretazione; ma non sono stati capaci di darmi l'interpretazione della cosa. 5:16 Ho invece sentito dire di te che tu puoi dare l'interpretazione e risolvere questioni complicate. Ora se sei capace di leggere questa scritta e farmene conoscere l'interpretazione, tu sarai rivestito di porpora, porterai una collana d'oro al  collo e sarai terzo nel governo del regno». 5:17 Allora Daniele rispose e disse davanti al re: «Tienti pure i tuoi doni e da' a un altro le tue ricompense; tuttavia io leggerò la scritta al re e gliene farò conoscere l'interpretazione. 5:18 O re, il Dio Altissimo aveva dato a Nebukadnetsar tuo padre regno, grandezza, gloria e maestà. 5:19 Per la grandezza che gli aveva dato, tutti i popoli, tutte le nazioni e lingue tremavano e temevano davanti a lui: egli faceva morire chi voleva e lasciava in vita chi voleva, innalzava chi voleva e abbassava chi voleva. 5:20 Quando però il suo cuore si innalzò e il suo spirito si indurì fino all'arroganza, fu deposto dal suo trono reale e gli fu tolta la sua gloria. 5:21 Fu quindi scacciato di mezzo ai figli degli uomini, il suo cuore fu reso simile a quello delle bestie e la sua dimora fu con gli asini selvatici; gli fu data da mangiare erba come ai buoi e il suo corpo fu bagnato dalla rugiada del cielo, finché riconobbe che il Dio altissimo domina sul regno degli uomini e su di esso stabilisce chi vuole. 5:22 Ma tu, Belshatsar suo figlio, benché sapessi tutto questo non hai umiliato il tuo cuore; 5:23 anzi ti sei innalzato contro il Signore del cielo; ti sei fatto portare davanti i vasi del suo tempio, e in essi avete bevuto vino tu e i tuoi grandi, le tue mogli e le tue concubine. Inoltre hai lodato gli dèi d'argento, d'oro, di bronzo, di ferro, di legno e di pietra, che non vedono, non odono e non comprendono, e non hai glorificato il Dio, nella cui mano è il tuo soffio vitale e a cui appartengono tutte le tue vie. 5:24 Perciò dalla sua presenza è stata mandata la parte di quella mano, che ha tracciato la scritta. 5:25 Questa è la scritta che è stata tracciata: MENE, MENE, TEKEL UFARSIN. 5:26 Questa è l'interpretazione di ogni parola: MENE: Dio ha fatto il conto del tuo regno e gli ha posto fine. 5:27 TEKEL: tu sei stato pesato sulle bilance e sei stato trovato mancante. 5:28 PERES: il tuo regno è stato diviso ed è stato dato ai Medi e ai Persiani». 5:29 Allora, per ordine di Belshatsar, Daniele fu rivestito di porpora, gli posero al collo una collana d'oro e proclamarono che egli sarebbe terzo nel governo del regno. 5:30 In quella stessa notte Belshatsar, re dei Caldei, fu ucciso; 5:31 e Dario, il Medo, ricevette il regno all'età di sessantadue anni.

 

Il commento

5:1 Il re Belshatsar fece un gran banchetto a mille dei suoi grandi e in presenza dei mille bevve vino.

Siamo ad un momento cruciale, molti anni dopo la morte di Nabucodonosor.

Vale la pena riepilogare la storia dell’ impero neo babilonese, ormai giunto alla vigilia del suo definitivo tramonto.       

Nabopolassar fu re dal 626 al 605 a.C. Insieme agli alleati Medi, diede il colpo di grazia all’impero Assiro, riportando Babilonia alla vecchia gloria del periodo di Hammurabi.

Suo figlio Nabucodonosor II regnò dal 605 a.C. al 562 a.C. Questi, non ancora re, batté gli egiziani a Carchemish, respingendoli all’interno dei loro confini tradizionali. Così facendo si assicurò il controllo sulla striscia Siro-Palestinese, particolarmente importante per lo sbocco commerciale sul Mediterraneo. Il suo fu un regno lungo e prospero, durante il quale si dedicò sia a rafforzare la sua supremazia politica sulla scena internazionale che all’edificazione di maestose opere edilizie. Quando abbiamo letto al capitolo 2 di Daniele che il re era turbato per il futuro del suo popolo, questo evidentemente non avveniva senza motivo. E’ un fatto storico noto che l’apparato statale babilonese non aveva una struttura sufficientemente organizzata per un impero di tali dimensioni.

La Bibbia tramanda il nome del successore di Nabucodonosor, Evilmerodac, suo figlio, che regnò, dimostrando che le preoccupazioni di suo padre non erano infondate, per un breve periodo, dal 562 al 560 a.C. In Geremia 52:31 e 2Re 25:27 è citato per il fatto che fece grazia al re di Giuda, Ioiachin. Il regno del legittimo successore durò pochissimo e le lotte per il trono babilonese portarono al potere degli usurpatori, sebbene per brevi periodi. Neriglissar dal 560 al 556 a.C. e Labashi-Marduk per meno di un anno nel 556 a.C.

Nabonedo fu l’ultimo re di Babilonia, dal 556 al 539 a.C. Per tanti motivi, ma soprattutto il suo disprezzo per le tradizioni babilonesi, non fu un re gradito. Egli trascorse molto tempo lontano dalla sua patria. Al suo posto lasciò come reggente Baldassar, suo figlio, la cui stoltezza il brano biblico ha tramandato ai posteri.

Robert D. Wilson ha controllato i documenti storici disponibili e ci informa che “Nabonedo aveva fatto Baldassar re dei Caldei nei domini a sud del suo regno, proprio come aveva probabilmente fatto Nabonedo II re delle parti a nord dei suoi domini”. Studies in the book of Daniel, pag. 114. Nabonedo scrive di se stesso: “Io sono il vero legittimo erede e continuatore di Nabucodonosor e di Neriglissar”. Una pretesa che probabilmente i babilonesi non gli riconoscevano.

Il sontuoso banchetto dato da Belshatsar è emblematico della disastrosa politica dei regnanti babilonesi, noncuranti dei pericoli della loro incauta condotta.

5:2 Mentre degustava il vino, Belshatsar ordinò di far portare i vasi d'oro e d'argento che suo padre Nebukadnetsar aveva portato via dal tempio che era in Gerusalemme, perché in essi bevessero il re e i suoi grandi, le sue mogli e le sue concubine. 5:3 Così si portarono i vasi d'oro che erano stati portati via dal santuario del tempio di Dio, che era in Gerusalemme, e in essi bevvero il re e i suoi grandi, le sue mogli e le sue concubine. 5:4 Bevvero vino e lodarono gli dèi d'oro, d'argento, di bronzo, di ferro, di legno e di pietra.

Nabucodonosor aveva depredato il tempio di Gerusalemme di tutti i suoi arredi portandoli in Babilonia. L’insulto di Belshatsar nei confronti del Dio dei Giudei, non deve essere stata gradita nemmeno dai sacerdoti delle divinità nazionali babilonesi.

Abbiamo letto in Daniele 1:2 che: “Il Signore gli diede - a Nabucodonosor - nelle mani Ioiachim, re di Giuda, e una parte degli arredi della casa di Dio. Nabucodonosor portò gli arredi nel paese di Scinear, nella casa del suo dio, e li mise nella casa del tesoro del suo dio.” (Nuova Riveduta).

Sappiamo da altri brani della Scrittura che il rimanente degli addobbi del tempio furono saccheggiati nel 586 a.C. dopo l’assedio a Gerusalemme e durante la conseguente distruzione della città e del tempio operata dallo stesso Nabucodonosor esasperato dalla condotta del re vassallo Sedechia.

Quanto più oltraggioso fu l’atto di Belshatsar, perché rappresentava un’offerta ai suoi idoli. La Parola di Dio ne conserva qui una descrizione significativa: sono idoli fatti d’oro, di argento, di bronzo, di ferro, di legno e pietra. Sono contemplati qui tutti i materiali utilizzati per la loro costruzione. Notiamo, quindi, un altro dettaglio storico rilevante e di grande esattezza da parte della narrazione biblica. Nabucodonosor aveva utilizzato gli addobbi del tempio gerosolimitano per il tempio del suo dio, del dio nazionale babilonese, Marduk. Belshatsar invece onora diversi dei ed ecco spiegato il risentimento del clero ufficiale babilonese, consacrato a Marduk. 

5:5 In quel momento apparvero le dita di una mano d'uomo, che si misero a scrivere di fronte al candelabro sull'intonaco della parete del palazzo reale; e il re vide la parte di quella mano che scriveva. 5:6 Allora l'aspetto del re cambiò e i suoi pensieri lo turbarono; le giunture dei suoi lombi si allentarono e i suoi ginocchi battevano l'uno contro l'altro. 5:7 Il re gridò con forza di fare entrare gli astrologi, i Caldei e gli indovini; quindi il re prese a dire ai savi di Babilonia: «Chiunque leggerà questa scritta e mi darà la sua interpretazione sarà rivestito di porpora, porterà una collana d'oro al collo e sarà terzo nel governo del regno».

L’evento straordinario coglie di sorpresa il re, lo spaventa in maniera estrema. Subito cerca aiuto per capire cosa stava accadendo, cosa diceva la scritta sul muro.

Belshatsar promette qui di dare a colui che avrebbe svelato il significato della scritta il terzo posto all’interno del governo babilonese. Essendo già Belshatsar in realtà reggente, e quindi il secondo del regno, dopo suo padre Nabonedo che era il re, poteva solo promettere il terzo posto come la carica più alta disponibile dopo la sua.

5:8 Allora entrarono tutti i savi del re, ma non poterono leggere la scritta né far conoscere al re la sua interpretazione. 5:9 Allora il re Belshatsar fu grandemente turbato, il suo aspetto cambiò e i suoi grandi furono smarriti.

Ancora una volta i saggi babilonesi tradiscono le aspettative del loro sovrano.

5:10 La regina, a motivo delle parole del re e dei suoi grandi, entrò nella sala del banchetto. La regina prese a dire: «O re, possa tu vivere per sempre! I tuoi pensieri non ti turbino e il tuo aspetto non cambi. 5:11 C'è un uomo nel tuo regno, in cui è lo spirito degli dèi santi; e al tempo di tuo padre si trovò in lui luce, intendimento e sapienza simile alla sapienza degli dèi; il re Nebukadnetsar, tuo padre, tuo padre il re, lo stabilì capo dei maghi, degli astrologi, dei Caldei e degli indovini, 5:12 perché in questo Daniele, a cui il re aveva posto il nome Beltshatsar, fu trovato uno spirito straordinario, conoscenza, intendimento, abilità nell'interpretare i sogni, spiegare enigmi e risolvere questioni complicate. Si chiami dunque Daniele ed egli darà l'interpretazione».

La regina, molto verosimilmente madre di Belshatsar e moglie di Nabonedo, avendo visto il fallimento dei saggi di corte, suggerisce al re il nome di Daniele.

Sebbene le conoscenze storiche non permettevano a Girolamo e alle sue fonti di essere informati del fatto che Baldassarre fosse reggente al posto del padre, assente dal regno, egli cita Flavio Giuseppe, il quale sostiene che la regina citata in questo brano fosse la nonna di Belshatsar. Cita poi Origene, il quale, anche se non so in virtù di quali informazioni in suo possesso, ma forse solo per via di una felice intuizione, afferma che la regina fosse la madre di Belshatsar. L’età di lei sembra la spiegazione più naturale del suo essere a conoscenza degli eventi passati, magari non del tutto ignoti al re, ma meno vividamente impressi nella sua memoria. Ciò spiega anche l’autorità della donna, la quale senza indugi comanda in prima persona: “Si chiami Daniele”.

Oltre vent’anni separavano i gloriosi giorni dei grande re Nabopolassar e Nabucodonosor da quelli bui dei loro indegni successori. Non erano sufficienti, però, perché la memoria delle gesta di Daniele fosse dimenticata.

Daniele parla di Nabucodonosor come “padre” di Belshatsar. Succede al v.11, lo dice lo stesso re al v.13 ed è confermato al v.18. Ciò viene considerato da alcuni come l’ennesima imprecisione storica del libro. E’ mia opinione, invece, che l’errore è di chi trae conclusioni affrettate o vuole trovare ad ogni costo, sopravvalutando, comunque, delle difficoltà del testo esistenti, la fondatezza di ciò che in realtà è una idea preconcetta.

Robert Dick Wilson dimostra con grande efficacia, citando un impressionante elenco di prove storiche a supporto delle proprie tesi, che “padre” e “figlio” nell’antico oriente sono termini che possono intendersi in un senso più ampio di quello che gli si attribuisce oggi secondo la mentalità occidentale.

Anche restando nell’ambito della Sacra Scrittura vi sono molti brani che possiamo addurre a supporto di questa tesi.

Genealogia di Gesù Cristo, figlio di Davide, figlio di Abraamo.” Matteo 1:1. Qui la parola “figlio” trova un esatto corrispondente nella nostra lingua nella parola “discendente”. Troviamo la parola “figlio” utilizzata con lo stesso significato in Giovanni 8:39: “Essi – i Giudei – gli risposero: "Nostro padre è Abraamo". Gesù disse loro: "Se foste figli di Abraamo, fareste le opere di Abraamo”.

La stessa parola la troviamo utilizzata in un senso ancora più ampio: “...Gesù lo prevenne e gli disse: "Che te ne pare, Simone? I re della terra da chi prendono i tributi o l'imposta? Dai loro figli o dagli stranieri?” Matteo 17:25.

Per rimanere nell’ambito babilonese, vale la pena dire che Nabucodonosor, in una sua iscrizione, chiama Naran-Sin, figlio del re Sargon fondatore dell’impero di Akkad, vissuto circa 2000 anni prima, “padre antico”. Wilson conclude: “E’ evidente, quindi, che Nabucodonosor può essere definito “padre” di Belshatsar, proprio perché suo predecessore sul trono di Babilonia”. Studies in the book of Daniel, pag. 118.

5:13 Allora Daniele fu introdotto alla presenza del re; il re parlò a Daniele e gli disse: «Sei tu Daniele, uno degli esuli di Giuda, che il re mio padre condusse dalla Giudea? 5:14 Ho inteso dire di te che lo spirito degli dèi è in te e che in te si trova luce, intendimento e una sapienza straordinaria. 5:15 Ora hanno fatto venire alla mia presenza i savi e gli astrologi perché leggessero questa scritta e me ne facessero conoscere l'interpretazione; ma non sono stati capaci di darmi l'interpretazione della cosa. 5:16 Ho invece sentito dire di te che tu puoi dare l'interpretazione e risolvere questioni complicate. Ora se sei capace di leggere questa scritta e farmene conoscere l'interpretazione, tu sarai rivestito di porpora, porterai una collana d'oro al collo e sarai terzo nel governo del regno». 5:17 Allora Daniele rispose e disse davanti al re: «Tienti pure i tuoi doni e da' a un altro le tue ricompense; tuttavia io leggerò la scritta al re e gliene farò conoscere l'interpretazione.

Le parole di Daniele sono aspre. Riflettono il malcontento del popolo babilonese del quale la storia ci tramanda il vivido ricordo. Rifiuta gli onori del re ma non si rifiuta di leggere la scritta né di dirne l’interpretazione.

5:18 O re, il Dio Altissimo aveva dato a Nebukadnetsar tuo padre regno, grandezza, gloria e maestà. 5:19 Per la grandezza che gli aveva dato, tutti i popoli, tutte le nazioni e lingue tremavano e temevano davanti a lui: egli faceva morire chi voleva e lasciava in vita chi voleva, innalzava chi voleva e abbassava chi voleva.

Daniele fa una rapida lezione di storia al re.

Sono convinto che sia importantissimo conoscere la propria storia, le proprie origini, le proprie radici. Si dice che la storia è maestra di vita. Ed è vero. La stessa Bibbia ci tramanda gli eventi del passato, del popolo di Dio e di uomini di Dio. Per il semplice fatto che non si fanno errori nuovi in questa vita, ma spesso ci limitiamo a percorrere una strada già percorsa da qualcun’altro. Niente di più saggio che informarci per cercare di non incorrere negli stessi errori e non cadere nelle medesime trappole.

5:20 Quando però il suo cuore si innalzò e il suo spirito si indurì fino all'arroganza, fu deposto dal suo trono reale e gli fu tolta la sua gloria. 5:21 Fu quindi scacciato di mezzo ai figli degli uomini, il suo cuore fu reso simile a quello delle bestie e la sua dimora fu con gli asini selvatici; gli fu data da mangiare erba come ai buoi e il suo corpo fu bagnato dalla rugiada del cielo, finché riconobbe che il Dio altissimo domina sul regno degli uomini e su di esso stabilisce chi vuole.

Daniele ricorda l’incidente della follia che colpì per sette anni il grande Nabucodonosor, del quale abbiamo parlato al capitolo precedente.

5:22 Ma tu, Belshatsar suo figlio, benché sapessi tutto questo non hai umiliato il tuo cuore;

Nonostante quanto accaduto al re babilonese fosse un fatto noto, questo non era servito a suscitare in Belshatsar rispetto per un bene supremo al quale anche lui avrebbe dovuto rispondere delle proprie azioni.

5:23 anzi ti sei innalzato contro il Signore del cielo; ti sei fatto portare davanti i vasi del suo tempio, e in essi avete bevuto vino tu e i tuoi grandi, le tue mogli e le tue concubine. Inoltre hai lodato gli dèi d'argento, d'oro, di bronzo, di ferro, di legno e di pietra, che non vedono, non odono e non comprendono, e non hai glorificato il Dio, nella cui mano è il tuo soffio vitale e a cui appartengono tutte le tue vie.

L’arroganza di Belshatsar nell’utilizzare gli arredi del tempio salomonico per un uso tanto esecrabile è stato il colmo della sua scelleratezza e disprezzo per Dio.

5:24 Perciò dalla sua presenza è stata mandata la parte di quella mano, che ha tracciato la scritta. 5:25 Questa è la scritta che è stata tracciata: MENE, MENE, TEKEL UFARSIN. 5:26 Questa è l'interpretazione di ogni parola: MENE: Dio ha fatto il conto del tuo regno e gli ha posto fine. 5:27 TEKEL: tu sei stato pesato sulle bilance e sei stato trovato mancante. 5:28 PERES: il tuo regno è stato diviso ed è stato dato ai Medi e ai Persiani».

La scritta sul muro annunciava la prossima disfatta del regno babilonese per mano dei popoli Medi e Persiani.

Ricordiamo che i Medi erano stati in passato alleati dei Babilonesi nella guerra contro il comune nemico, l’Assiria. Adesso gli equilibri all’interno del regno dei Medi erano cambiati. I Persiani che risiedevano in una provincia dell’antico Elam avevano assunto il predominio. Il loro re Ciro avrebbe in breve costituito un impero che avrebbe incorporato quello babilonese, superandolo per grandezza ed organizzazione, ma non per tradizione e prestigio.

5:29 Allora, per ordine di Belshatsar, Daniele fu rivestito di porpora, gli posero al collo una collana d'oro e proclamarono che egli sarebbe terzo nel governo del regno.

Nonostante le aspre parole del profeta il re non poté non adempiere a quanto aveva promesso solennemente davanti a tanti testimoni e Daniele venne elevato al rango di terzo del regno. Un onore che di certo gli avrebbe fruttato una posizione di rilievo anche all’interno della nuova nascente potenza medo-persiana.

5:30 In quella stessa notte Belshatsar, re dei Caldei, fu ucciso;

Vi sarebbero delle conferme archeologiche per questa affermazione di Daniele. “Se noi accettiamo l’interpretazione più probabile dei segni nelle Cronache (II, 23) di Nabonedo e Ciro il figlio del re fu ucciso nella notte quando la città di Babilonia fu presa dalle truppe di Ciro guidate da Godryas.” Robert D. Wilson, Studies in the book of Daniel, pag. 103.    

5:31 e Dario, il Medo, ricevette il regno all'età di sessantadue anni.

Dario della stirpe dei Medi  qui citato non è il  grande Dario che dominerà sull’impero Persiano anni dopo, né tantomeno il Dario sconfitto da Alessandro Magno ancora più tardi.

Anche qui, alcuni deducono dal silenzio delle cronache storiche extrabibliche, che il libro di Daniele incorra in un banale errore. “... storicamente non fu un re della Media, ma Ciro, re di Persia, che nel 539 a.C. entrò trionfatore in Babilonia.” Giuseppe Bernini, Daniele, pag. 194-195.

E’ una conclusione affrettata. Come abbiamo detto prima, un’argomentazione basata sul silenzio di certe fonti storiche non può essere definitiva.

Al contrario, è mia opinione che l’accuratezza storica di Daniele superi anche qui tutti gli altri documenti in nostro possesso, visto che nessun’altra fonte cita la presenza di questo Dario Medo. Ovviamente egli non era, come appare chiaro da altri brani di Daniele che andremo ad esaminare, il re su tutto l’impero medo-persiano, bensì sulla provincia babilonese.

Scrive Gerolamo in merito nel suo commentario a Daniele: “Dopo che [Baldassarre] era stato ucciso da Dario, re dei Medi, che era zio da parte di madre di Ciro, re dei persiani, l’impero dei Caldei [quello babilonese] venne distrutto da Ciro, il persiano”. Girolamo dice di avere attinto queste informazioni dallo storico caldeo Beroso e da Flavio Giuseppe.

Gerolamo, come del resto fa Bernini, dicono qualcosa che Daniele non dice, cioè che Dario sia re di Media. Mentre il testo si limita a riferire che egli è della stirpe dei Medi.  Egli è citato anche in Daniele 9:1, “Nell'anno primo di Dario, figlio di Assuero, della stirpe dei Medi, che fu costituito re sul regno dei Caldei”.

Che un re desse parte del proprio territorio ad un altro “re”, a lui comunque sottoposto, era una consuetudine consolidata dell’antichità. E’ qualcosa simile persino al nostro apparato statale. Abbiamo in Italia un governo centrale, a Roma, ma anche dei governi regionali, alcuni anche con un’ampia autonomia, particolarmente nella cosiddette regioni a statuto speciale, come la Sicilia, dove vivo. Il capo dello Stato è il Presidente della Repubblica. Ma vi sono anche i Presidenti delle Regioni. Le regioni sono a loro volta suddivise in province, le province in comuni.

Tornando ai tempi della nostra narrazione, ricorderemo che il re giudeo Joiakim fu messo al potere dal faraone egiziano. Nabucodonosor mise sul trono Sedechia. Lo stesso Ciro, re di Persia, ci tramanda la storia, nominò il figlio re di alcune porzioni del suo regno, che rese indipendenti dal resto dell’impero. Nulla di più probabile che avesse nominato un “re” a capo della provincia Babilonese o dei Caldei.

 

Capitolo 9

Daniele Capitolo 6: Daniele nella fossa dei leoni

 

Il testo

 

6:1 Piacque a Dario di stabilire sul regno centoventi satrapi, i quali fossero preposti su tutto il regno,  6:2 e sopra di loro tre prefetti, di cui uno era Daniele, ai quali quei satrapi dovevano render conto, perché il re non ne soffrisse alcun danno. 6:3 Ora questo Daniele eccelleva sugli altri prefetti e satrapi, perché in lui c'era uno spirito superiore, e il re pensava di stabilirlo sopra tutto il regno. 6:4 Allora i prefetti e i satrapi cercarono di trovare un pretesto contro Daniele riguardo l'amministrazione del regno, ma non poterono trovare alcun pretesto o corruzione, perché egli era fedele e non si potè trovare in lui alcun errore o corruzione. 6:5 Allora quegli uomini dissero: «Non troveremo mai nessun pretesto contro questo Daniele, eccetto che lo troviamo contro di lui nella legge stessa del suo Dio». 6:6 Allora quei prefetti e satrapi si radunarono tumultuosamente presso il re e gli dissero: «O re Dario, possa tu vivere per sempre! 6:7 Tutti i prefetti del regno, i governatori e i satrapi, i consiglieri e i comandanti si sono consultati insieme per promulgare un editto reale e fare un fermo decreto, in base ai quali chiunque durante trenta giorni rivolgerà una richiesta a qualsiasi dio o uomo all'infuori di te, o re, sia gettato nella fossa dei leoni. 6:8 Ora, o re, promulga il decreto e firma il documento, in modo che non possa essere cambiato in conformità alla legge dei Medi e dei Persiani, che è irrevocabile». 6:9 Il re Dario quindi firmò il documento e il decreto. 6:10 Quando Daniele seppe che il documento era stato firmato, entrò in casa sua. Quindi nella sua camera superiore, con le sue finestre aperte verso Gerusalemme, tre volte al giorno si inginocchiava, pregava e rendeva grazie al suo Dio, come era solito fare prima. 6:11 Allora quegli uomini accorsero tumultuosamente e trovarono Daniele che stava pregando e supplicando il suo Dio. 6:12 Così si avvicinarono al re e parlarono davanti a lui del decreto reale: «Non hai tu firmato un decreto in base al quale chiunque durante trenta giorni farà una richiesta a qualsiasi dio o uomo all'infuori di te, o re, sarebbe gettato nella fossa dei leoni?». Il re rispose e disse: «La cosa è stabilita in conformità alla legge dei Medi e dei Persiani, che non può essere alterata». 6:13 Allora quelli ripresero a dire davanti al re: «Daniele, che è uno degli esuli di Giuda, non mostra alcun riguardo per te, o re, o per il decreto che hai firmato, ma rivolge suppliche al suo Dio tre volte al giorno». 6:14 All'udire ciò, il re ne fu grandemente dispiaciuto e si mise in cuore di liberare Daniele, e fino al tramonto del sole si affaticò per strapparlo dalle loro mani. 6:15 Ma quegli uomini vennero tumultuosamente dal re e gli dissero: «Sappi, o re, che è legge dei Medi e dei Persiani che nessun decreto o editto promulgato dal re può essere cambiato». 6:16 Allora il re diede l'ordine e Daniele fu portato via e gettato nella fossa dei leoni. Ma il re parlò a Daniele e gli disse: «Il tuo Dio, che tu servi del continuo, sarà egli stesso a liberarti». 6:17 Poi fu portata una pietra, che fu messa sulla bocca della fossa; il re la sigillò con il suo anello e con l'anello dei suoi grandi, perché la decisione riguardo a Daniele non fosse cambiata. 6:18 Allora il re si ritirò nel suo palazzo e passò la notte digiunando; non fu portato davanti a lui alcun musicista e anche il sonno lo abbandonò. 6:19 La mattina dopo il re si alzò molto presto e si recò in fretta alla fossa dei leoni. 6:20 Giunto vicino alla fossa, chiamò Daniele con voce accorata; il re prese a dire a Daniele: «Daniele, servo del Dio vivente, il tuo Dio, che tu servi del continuo ha potuto liberarti dai leoni?». 6:21 Allora Daniele disse al re: «O re, possa tu vivere per sempre! 6:22 Il mio Dio ha mandato il suo angelo che ha chiuso le bocche dei leoni, ed essi non mi hanno fatto alcun male, perché sono stato trovato innocente davanti a lui; ma anche davanti a te, o re, non ho fatto alcun male». 6:23 Allora il re fu ripieno di gioia e ordinò di tirar fuori Daniele dalla fossa. Così Daniele fu tirato fuori dalla fossa e non si trovò su di lui alcuna lesione, perché aveva confidato nel suo Dio. 6:24 Il re ordinò quindi che fossero fatti venire quegli uomini che avevano accusato Daniele e furono gettati nella fossa dei leoni, essi, i loro figli e le loro mogli. E, prima ancora che giungessero in fondo alla fossa, i leoni furono loro addosso e stritolarono tutte le loro ossa. 6:25 Allora il re Dario scrisse a tutti i popoli, nazioni e lingue che abitavano su tutta la terra: «La vostra pace sia grande! 6:26 Io decreto che in tutto il dominio del mio regno si tremi e si tema davanti al Dio di Daniele, perché egli è il Dio vivente, che sussiste in eterno. Il suo regno non sarà mai distrutto e il suo dominio non avrà mai fine. 6:27 Egli libera, salva, e opera segni e prodigi in cielo e sulla terra; è lui che ha liberato Daniele dal potere dei leoni». 6:28 Così questo Daniele prosperò durante il regno di Dario e durante il regno di Ciro, il Persiano.

 

Il commento

 

6:1 Piacque a Dario di stabilire sul regno centoventi satrapi, i quali fossero preposti su tutto il regno,

 

Il Dario citato qui è quello di cui abbiamo appena accennato alla chiusura del capitolo precedente. L’impero Persiano aveva dimensioni davvero notevoli. Il regno dei Medi soltanto era già più grande, anche se non altrettanto strategicamente importante, di quello babilonese. Una volta uniti i due regni, il risultato era impressionante.

Ovviamente un tale territorio era diviso in province, chiamate appunto satrapie. La parte di regno toccata a Dario ne contava ben centoventi.

6:2 e sopra di loro tre prefetti, di cui uno era Daniele, ai quali quei satrapi dovevano render conto, perché il re non ne soffrisse alcun danno.

E’ un dato di fatto storico che il passaggio dall’impero babilonese a quello medo-persiano non fu traumatico per le istituzioni. Ciro, il re persiano, venne accolto a Babilonia non come un re straniero che viene a conquistare e depredare, piuttosto come un liberatore dall’oppressione di una dinastia che, con Nabonedo e lo scellerato figlio Belshatsar, offendeva la gloriosa tradizione babilonese.

Daniele era il terzo nel regno babilonese ed ostile al monarca Belshatsar, come abbiamo ampiamente visto nel capitolo precedente. La sua inclusione nella struttura del nascente impero persiano era naturale conseguenza dell’importante posizione che occupava nell’apparato statale babilonese. Del resto la politica dei Persiani era molto più aperta e tollerante di quella assira – che, a dire il vero, non lo era affatto – e di quella babilonese. Il monoteismo di Daniele e dei suoi connazionali non doveva essere malvisto, come dimostreranno gli editti che permisero da lì a pochi anni, il ritorno dei giudei nella loro terra, per riedificare prima il tempio, poi le mura e la città stessa. Il libro di Esdra e Neemia raccontano queste vicende.

6:3 Ora questo Daniele eccelleva sugli altri prefetti e satrapi, perché in lui c'era uno spirito superiore, e il re pensava di stabilirlo sopra tutto il regno. 6:4 Allora i prefetti e i satrapi cercarono di trovare un pretesto contro Daniele riguardo l'amministrazione del regno, ma non poterono trovare alcun pretesto o corruzione, perché egli era fedele e non si potè trovare in lui alcun errore o corruzione.

L’irreprensibilità di Daniele e le sue capacità lo portavano ad eccellere. Questo gli faceva trovare favore presso il re. Gli altri suoi pari e gli altri personaggi importanti del regno erano ovviamente infastiditi di questa cosa.

6:5 Allora quegli uomini dissero: «Non troveremo mai nessun pretesto contro questo Daniele, eccetto che lo troviamo contro di lui nella legge stessa del suo Dio». 6:6 Allora quei prefetti e satrapi si radunarono tumultuosamente presso il re e gli dissero: «O re Dario, possa tu vivere per sempre! 6:7 Tutti i prefetti del regno, i governatori e i satrapi, i consiglieri e i comandanti si sono consultati insieme per promulgare un editto reale e fare un fermo decreto, in base ai quali chiunque durante trenta giorni rivolgerà una richiesta a qualsiasi dio o uomo all'infuori di te, o re, sia gettato nella fossa dei leoni. 6:8 Ora, o re, promulga il decreto e firma il documento, in modo che non possa essere cambiato in conformità alla legge dei Medi e dei Persiani, che è irrevocabile». 6:9 Il re Dario quindi firmò il documento e il decreto.

Quei malvagi invidiosi utilizzarono tutta la loro astuzia per colpire Daniele e, sapendo che non avrebbero potuto colpirlo agendo onestamente, con l’inganno spingono il re a promulgare un decreto.

6:10 Quando Daniele seppe che il documento era stato firmato, entrò in casa sua. Quindi nella sua camera superiore, con le sue finestre aperte verso Gerusalemme, tre volte al giorno si inginocchiava, pregava e rendeva grazie al suo Dio, come era solito fare prima.

Il decreto del re non fermò Daniele dal rendere onore al suo Dio. In tutto egli era una persona onesta e metteva tutta la sua capacità al servizio del re. Ma questo fin quando la legge non contrastava con il culto che era dovuto a Yahweh.

In alcuni stati, anche oggi, vi sono dei cristiani che pur di adorare liberamente il nostro Dio si espongono continuamente a gravi rischi.

Questa Parola che stiamo oggi considerando deve avere per loro un significato davvero speciale.

6:11 Allora quegli uomini accorsero tumultuosamente e trovarono Daniele che stava pregando e supplicando il suo Dio. 6:12 Così si avvicinarono al re e parlarono davanti a lui del decreto reale: «Non hai tu firmato un decreto in base al quale chiunque durante trenta giorni farà una richiesta a qualsiasi dio o uomo all'infuori di te, o re, sarebbe gettato nella fossa dei leoni?». Il re rispose e disse: «La cosa è stabilita in conformità alla legge dei Medi e dei Persiani, che non può essere alterata». 6:13 Allora quelli ripresero a dire davanti al re: «Daniele, che è uno degli esuli di Giuda, non mostra alcun riguardo per te, o re, o per il decreto che hai firmato, ma rivolge suppliche al suo Dio tre volte al giorno».

Tesa la trappola, quegli uomini non persero tempo a cercare di sbarazzarsi di Daniele rapportando al re che egli contravveniva al suo decreto pregando ed adorando il suo Dio.

6:14 All'udire ciò, il re ne fu grandemente dispiaciuto e si mise in cuore di liberare Daniele, e fino al tramonto del sole si affaticò per strapparlo dalle loro mani. 6:15 Ma quegli uomini vennero tumultuosamente dal re e gli dissero: «Sappi, o re, che è legge dei Medi e dei Persiani che nessun decreto o editto promulgato dal re può essere cambiato». 6:16 Allora il re diede l'ordine e Daniele fu portato via e gettato nella fossa dei leoni. Ma il re parlò a Daniele e gli disse: «Il tuo Dio, che tu servi del continuo, sarà egli stesso a liberarti». 6:17 Poi fu portata una pietra, che fu messa sulla bocca della fossa; il re la sigillò con il suo anello e con l'anello dei suoi grandi, perché la decisione riguardo a Daniele non fosse cambiata. 6:18 Allora il re si ritirò nel suo palazzo e passò la notte digiunando; non fu portato davanti a lui alcun musicista e anche il sonno lo abbandonò. 6:19 La mattina dopo il re si alzò molto presto e si recò in fretta alla fossa dei leoni. 6:20 Giunto vicino alla fossa, chiamò Daniele con voce accorata; il re prese a dire a Daniele: «Daniele, servo del Dio vivente, il tuo Dio, che tu servi del continuo ha potuto liberarti dai leoni?». 6:21 Allora Daniele disse al re: «O re, possa tu vivere per sempre! 6:22 Il mio Dio ha mandato il suo angelo che ha chiuso le bocche dei leoni, ed essi non mi hanno fatto alcun male, perché sono stato trovato innocente davanti a lui; ma anche davanti a te, o re, non ho fatto alcun male». 6:23 Allora il re fu ripieno di gioia e ordinò di tirar fuori Daniele dalla fossa. Così Daniele fu tirato fuori dalla fossa e non si trovò su di lui alcuna lesione, perché aveva confidato nel suo Dio. 6:24 Il re ordinò quindi che fossero fatti venire quegli uomini che avevano accusato Daniele e furono gettati nella fossa dei leoni, essi, i loro figli e le loro mogli. E, prima ancora che giungessero in fondo alla fossa, i leoni furono loro addosso e stritolarono tutte le loro ossa. 6:25 Allora il re Dario scrisse a tutti i popoli, nazioni e lingue che abitavano su tutta la terra: «La vostra pace sia grande! 6:26 Io decreto che in tutto il dominio del mio regno si tremi e si tema davanti al Dio di Daniele, perché egli è il Dio vivente, che sussiste in eterno. Il suo regno non sarà mai distrutto e il suo dominio non avrà mai fine. 6:27 Egli libera, salva, e opera segni e prodigi in cielo e sulla terra; è lui che ha liberato Daniele dal potere dei leoni». 6:28 Così questo Daniele prosperò durante il regno di Dario e durante il regno di Ciro, il Persiano.

 

Capitolo 10

Daniele Capitolo 7: Le quattro bestie

 

Il testo

 

7:1 Nel primo anno di Belshatsar,re di Babilonia,Daniele, mentre era a letto, fece un sogno ed ebbe visioni nella sua mente. Poi scrisse il sogno e narrò la sostanza delle cose. 7:2 Daniele dunque prese a dire: «Io guardavo nella mia visione, di notte, ed ecco, i quattro venti del cielo squassavano il Mar Grande 7:3 e quattro grandi bestie salivano dal mare, una diversa dall'altra. 7:4 La prima era simile a un leone ed aveva ali di aquila. Io guardavo, finché le furono strappate le ali; poi fu sollevata da terra, fu fatta stare ritta sui due piedi come un uomo e le fu dato un cuore d'uomo. 7:5 Ed ecco un'altra bestia,la seconda, simile ad un orso; si alzava su di un lato e aveva tre costole in bocca, fra i denti, e le fu detto: "Levati, mangia molta carne". 7:6 Dopo questo, io guardavo, ed eccone un'altra simile a un leopardo, che aveva quattro ali di uccello sul suo dorso; la bestia aveva quattro teste e le fu dato il dominio. 7:7 Dopo questo, io guardavo nelle visioni notturne, ed ecco una quarta bestia spaventevole, terribile e straordinariamente forte; essa aveva grandi denti di ferro; divorava, stritolava e calpestava il resto con i piedi; era diversa da tutte le bestie precedenti e aveva dieci corna. 7:8 Stavo osservando le corna, quand'ecco in mezzo ad esse spuntò un altro piccolo corno, davanti al quale tre delle prime corna furono divelte; ed ecco in quel corno c'erano degli occhi simili a occhi di uomo e una bocca che proferiva grandi

cose.  7:9 Io continuai a guardare finché furono collocati troni e l'Antico di giorni si assise. La sua veste era bianca come la neve e i capelli del suo capo erano come lana pura; il suo trono era come fiamme di fuoco e le sue ruote come fuoco ardente. 7:10 Un fiume di fuoco scorreva, uscendo dalla sua presenza; mille migliaia lo servivano e miriadi di miriadi stavano davanti a lui. Il giudizio si tenne e i libri furono aperti. 7:11 Allora io guardai a motivo delle grandi parole che il corno proferiva; guardai finché la bestia fu uccisa, e il suo corpo distrutto e gettato nel fuoco per essere arso. 7:12 Quanto alle altre bestie, il dominio fu loro tolto, ma fu loro concesso un prolungamento di vita per un periodo stabilito di tempo. 7:13 Io guardavo nelle visioni notturne, ed ecco sulle nubi del cielo venire uno simile a un Figlio dell'uomo; egli giunse fino all'Antico di giorni e fu fatto avvicinare a lui. 7:14 A lui fu dato dominio,gloria e regno, perché tutti i popoli, nazioni e lingue lo servissero; il suo dominio è un dominio eterno che non passerà, e il suo regno è un regno che non sarà mai distrutto». 7:15 «Quanto a me, Daniele, il mio spirito rimase addolorato nell'involucro del corpo e le visioni della mia mente mi turbarono. 7:16 Mi avvicinai a uno di quelli che stavano lì vicino e gli domandai la verità di tutto questo; ed egli mi parlò e mi fece conoscere l'interpretazione di quelle cose: 7:17 “Queste grandi bestie, che sono quattro, rappresentano quattro re che sorgeranno dalla terra; 7:18 poi i santi dell'Altissimo riceveranno il regno e lo possederanno per sempre, per l'eternità”. 7:19 Allora desiderai sapere la verità intorno alla quarta bestia, che era diversa da tutte le altre e straordinariamente terribile, con denti di ferro e artigli di bronzo, che divorava, stritolava e calpestava il resto con i piedi, 7:20 e intorno alle dieci

corna che aveva sulla testa, e intorno all'altro corno che spuntava e davanti al quale erano cadute tre corna, cioè quel corno che aveva occhi e una bocca che proferiva grandi cose e che appariva maggiore delle altre corna. 7:21 Io guardavo e quello stesso corno faceva guerra ai santi e li vinceva, 7:22 finché giunse l'Antico di giorni e fu resa giustizia ai santi dell'Altissimo, e venne il tempo in cui i santi possedettero il regno. 7:23 Ed egli mi parlò così: "La quarta bestia sarà un quarto regno sulla terra, che

sarà diverso da tutti gli altri regni e divorerà tutta la terra, la calpesterà e la stritolerà. 7:24 Le dieci corna sono dieci re che sorgeranno da questo regno; dopo di loro ne sorgerà un altro, che sarà diverso dai precedenti e abbatterà tre re. 7:25 Egli proferirà parole contro l'Altissimo, perseguiterà i santi dell'Altissimo con l'intento di sterminarli e penserà di mutare i tempi e la legge; i santi saranno dati nelle sue mani per un tempo, dei tempi e la metà di un tempo. 7:26 Si terrà quindi il giudizio e gli sarà tolto il dominio, che verrà annientato e distrutto per sempre. 7:27 Poi il regno, il dominio e la grandezza dei regni sotto tutti i cieli saranno dati al popolo dei santi dell'Altissimo; il suo regno è un regno eterno, e tutti i domini lo serviranno e gli ubbidiranno”. 7:28 Qui finirono le parole rivoltemi. Quanto a me, Daniele, i miei pensieri mi turbarono grandemente e il mio aspetto cambiò, ma conservai le parole nel mio cuore».  

 

Il commento

 

7:1 Nel primo anno di Belshatsar,re di Babilonia,Daniele, mentre era a letto, fece un sogno ed ebbe visioni nella sua mente. Poi scrisse il sogno e narrò la sostanza delle cose.

Cronologicamente facciamo un saldo indietro al primo anno di Belshatsar prima della caduta dell’impero babilonese.

7:2 Daniele dunque prese a dire: «Io guardavo nella mia visione, di notte, ed ecco, i quattro venti del cielo squassavano il Mar Grande 7:3 e quattro grandi bestie salivano dal mare, una diversa dall'altra.

La visione avuta da Daniele nel primo anno dell’ultimo re babilonese, riprende chiaramente quanto rivelato in sogno a Nabucodonosor, arricchendolo di nuovi dettagli e proponendolo da una prospettiva diversa. Non mi soffermerò sui dettagli storici che riguardano questi regni, avendolo già fatto nel commento al capitolo due.

La simbologia della statua è qui sostituita da quella di quattro bestie. La prima simbologia riconosceva una certa dignità ai regni che voleva rappresentare, mentre questa ne sottolinea la ferocia.

Il teatro di questo succedersi di regni è il mar Mediterraneo, "il mar grande", che ha visto il sorgere e declinare delle maggiori potenze del passato.

I quattro venti che soffiano su di esso sono la turbolenza delle vicende umane, dei popoli che si confrontano e si sopraffanno a vicenda.

 

 I primi tre regni: Babilonese, Greco - Macedone, Medo - Persiano

 

7:4 La prima era simile a un leone ed aveva ali di aquila. Io guardavo, finché le furono strappate le ali; poi fu sollevata da terra, fu fatta stare ritta sui due piedi come un uomo e le fu dato un cuore d'uomo.

La prima bestia, il leone, raffigura il regno babilonese, già simboleggiato dal capo d’oro della statua. Anche qui questo impero è dipinto con una certa dignità, essendo il leone e l’aquila due animali che signoreggiano nei loro rispettivi ambienti di appartenenza.

Il rapido declino dell’impero babilonese è stato causato dall’inettitudine dei successori dei primi sovrani autori della sua rinascita, da una parte; dall’altra, ha giocato un ruolo determinante  anche l’impreparazione dell’amministrazione babilonese, insufficiente per un impero di tali dimensioni. La descrizione del suo tramonto è molto vivida: la debolezza dell’uomo prende il posto della forza e regalità del leone e dell’aquila che simboleggiavano perfettamente il regno di Nabucodonosor. Il leone alato è, infatti, una figura che ricorre nelle antiche raffigurazioni babilonesi.

La traduzione in greco dell’Antico Testamento è seguita da Gerolamo, nel suo commentario a Daniele, ed entrambi commettono lo stesso errore, traducendo “leonessa” anziché “leone”. Cito questa imprecisione perché mi è capitato di rinvenirla in alcuni commentari. Il Dottor Gleason Archer (1916-2004), il quale conosceva circa trenta lingue, spiega l’errore e conferma l’esattezza della traduzione “leone”.

7:5 Ed ecco un'altra bestia,la seconda, simile ad un orso; si alzava su di un lato e aveva tre costole in bocca, fra i denti, e le fu detto: "Levati, mangia molta carne".

La seconda bestia simile ad un orso, è, come le braccia ed il petto della statua di Daniele due, l’impero medo - persiano.

La bestia era ritta su un fianco perché l'impero dei persiani nasceva da quello dei medi, all’interno del quale erano riusciti a prevalere.

Le tre costole che ha in bocca simboleggiano verosimilmente l’estensione della conquista persiana, a sud, a nord, ad ovest, sul territorio della Persia ovviamente, dei Medi e dei Babilonesi.

7:6 Dopo questo, io guardavo, ed eccone un'altra simile a un leopardo, che aveva quattro ali di uccello sul suo dorso; la bestia aveva quattro teste e le fu dato il dominio.

Il leopardo è la potenza greco - macedone.

Le quattro ali che ha sul dorso rappresentano la rapidità (ali) e la totalità (quattro) dell'estensione di questo impero, a nord, sud, est, ovest, riprendendo il concetto già espresso al capitolo 2 dove è detto apertamente di questo regno che “dominerà sopra tutta la terra”, Daniele 2:39.

Il leopardo è un animale molto rapido, agile e veloce. Ad esso vengono associate anche delle ali. Il simbolismo calza perfettamente con la incredibile rapidità dell’avanzata di Alessandro, davvero senza eguali. In pochi anni Alessandro Magno riuscì a conquistare quasi tutto il mondo allora conosciuto. E chissà cosa avrebbe fatto ancora, se la morte non l’avesse sorpreso in Babilonia, alla giovanissima età di 33 anni.

Le quattro teste sono la divisione che occorrerà subito dopo la morte di Alessandro, il quale non lasciava eredi. I territori del neonato impero macedone furono spartiti fra i generali di Alessandro.

I dettagli sul secondo e terzo regno, macedone e persiano, li approfondiremo nella spiegazione del capitolo 8 di Daniele, che li vede protagonisti.

 

Il quarto regno: l’impero romano

7:7 Dopo questo, io guardavo nelle visioni notturne, ed ecco una quarta bestia spaventevole, terribile e straordinariamente forte; essa aveva grandi denti di ferro; divorava, stritolava e calpestava il resto con i piedi; era diversa da tutte le bestie precedenti e aveva dieci corna. 7:8 Stavo osservando le corna, quand'ecco in mezzo ad esse spuntò un altro piccolo corno, davanti al quale tre delle prime corna furono divelte; ed ecco in quel corno c'erano degli occhi simili a occhi di uomo e una bocca che proferiva grandi cose.

Tutta l’attenzione del profeta è rivolta al quarto regno, che qui, come nella visione precedente, è chiaramente l’impero romano. Esso è raffigurato come una bestia spaventosa. Non è specificato di che animale si tratti, ma soltanto che è straordinariamente forte, terribile, spaventosa.

Ritorna il ferro nella descrizione del quarto regno. Ciò simboleggia ancora la straordinaria forza distruttiva della conquista romana. Roma si impose su tutto il mondo abitato di allora senza che nessuno riuscisse ad arrestarne l’avanzata.

Le dieci corna rappresentano dieci re, come ci viene rivelato nello stesso brano ed altro non sono se non le dieci dita dei piedi della statua del capitolo due.

I dieci re, le dieci parti, sorgeranno “di quel regno”, dice Daniele. Quindi il regno sarà in un primo tempo unito, e soltanto in un secondo momento origineranno le divisioni che vede il profeta. Questo è in perfetta armonia con quanto abbiamo detto nel commento al capitolo due circa la descrizione dell’argilla e del ferro che riguardano le caratteristiche dell’ultima fase di questo quarto regno, alla quale seguirà l’avvento del regno di Dio. I dieci re (le dieci parti nelle quali è diviso il regno) saranno alleati, ma sarà un’alleanza forzata, imposta dalla volontà umana: ciò porterà debolezza, come l’argilla mischiata al ferro era l’elemento più debole della statua vista in sogno dal re babilonese.

L’impero romano non ha conosciuto un evento storico che avverasse la profezia di Daniele. I primi cristiani pregavano per l’unità dell’impero romano, perché sapevano che la venuta dell’anticristo sarebbe stata preceduta dalla sua divisione in 10 parti. Sebbene Roma sia caduta e l’impero romano oggi non esista più – non sappiamo, quindi, come sia possibile e in quali termini ciò avverrà concretamente – in futuro, poco prima della manifestazione dell’anticristo e, quindi, anche del ritorno di Gesù, si costituirà una “federazione”, una unione di “re” – “stati” diremmo oggi – che avrà così tanto in comune con l'antico impero romano, da potersi considerare un suo prosieguo.

Da questa unione di nazioni, dopo che questa sarà già stata costituita ("dopo di loro") e dal suo interno ("un altro piccolo corno saliva fra quelle"), partirà l’ultima offensiva di Satana, attraverso un individuo – il piccolo corno – che dai cristiani delle origini ad oggi, grazie al termine che troviamo nella prima epistola di Giovanni, è stato definito l'anticristo.

L'anticristo si farà avanti all'interno di questa coalizione di stati, emergendo forse a danno di altri ed in modo violento (“sarà differente dai precedenti ed abbatterà tre re”).

 

 L’avvento del regno di Dio.

7:9 Io continuai a guardare finché furono collocati troni e l'Antico di giorni si assise. La sua veste era bianca come la neve e i capelli del suo capo erano come lana pura; il suo trono era come fiamme di fuoco e le sue ruote come fuoco ardente. 7:10 Un fiume di fuoco scorreva, uscendo dalla sua presenza; mille migliaia lo servivano e miriadi di miriadi stavano davanti a lui. Il giudizio si tenne e i libri furono aperti.

Se leggiamo i capitoli quattro e cinque dell’Apocalisse, noteremo uno stupendo parallelismo fra questi cinque versi della visione di Daniele e quella di Giovanni. Entrambi i profeti hanno visto l’inizio del giudizio di Dio.

7:11 Allora io guardai a motivo delle grandi parole che il corno proferiva; guardai finché la bestia fu uccisa, e il suo corpo distrutto e gettato nel fuoco per essere arso. 7:12 Quanto alle altre bestie, il dominio fu loro tolto, ma fu loro concesso un prolungamento di vita per un periodo stabilito di tempo.

Il giudizio di Dio porterà alla distruzione della quarta bestia. Anche qui il parallelismo con l’Apocalisse è significativo e ci fa comprendere che entrambe le visioni stanno descrivendo i medesimi eventi: al suo ritorno Gesù distruggerà personalmente l’anticristo.

Scrive così Paolo: “Allora sarà manifestato quell'empio che il Signore distruggerà col soffio della sua bocca e annienterà all'apparire della sua venuta”. 2 Tessalonicesi 2:8.

7:13 Io guardavo nelle visioni notturne, ed ecco sulle nubi del cielo venire uno simile a un Figlio dell'uomo; egli giunse fino all'Antico di giorni e fu fatto avvicinare a lui. 7:14 A lui fu dato dominio,gloria e regno, perché tutti i popoli, nazioni e lingue lo servissero; il suo dominio è un dominio eterno che non passerà, e il suo regno è un regno che non sarà mai distrutto».

Ci sono dubbi su chi sia il figlio dell’uomo della visione di Daniele?

Gesù è chiamato in tutti i vangeli il “figlio dell’uomo”. Ma se dubbi vi potessero essere, l’aperta, sebbene libera citazione della profezia di Daniele, toglie ogni dubbio. Leggiamo nel vangelo di Matteo le parole che Gesù stesso riferisce per annunciare il suo ritorno: “Allora apparirà nel cielo il segno del Figlio dell'uomo; e allora tutte le tribù della terra faranno cordoglio e vedranno il Figlio dell'uomo venire sulle nuvole del cielo con gran potenza e gloria.” Matteo 24:30.

Nel libro degli Atti degli Apostoli leggiamo l’episodio dell’ascensione di Gesù: “Dette queste cose, mentre essi guardavano, fu elevato; e una nuvola, accogliendolo, lo sottrasse ai loro sguardi. E come essi avevano gli occhi fissi al cielo, mentre egli se ne andava, due uomini in vesti bianche si presentarono a loro e dissero: “Uomini di Galilea, perché state a guardare verso il cielo? Questo Gesù, che vi è stato tolto, ed è stato elevato in cielo, ritornerà nella medesima maniera in cui lo avete visto andare in cielo”. Atti 1:9-11.

Leggiamo nell’Apocalisse: “ Ecco, egli viene con le nuvole e ogni occhio lo vedrà; lo vedranno anche quelli che lo trafissero, e tutte le tribù della terra faranno lamenti per lui. Sì, amen.” Apocallisse 1:7.

Il figlio dell’uomo soggetto della visione di Daniele è Gesù al suo ritorno in gloria: Tutto il Nuovo Testamento conferma questa interpretazione.

Un altro elemento che ci autorizza a deferire il completamento dell’adempimento circa le vicende della quarta bestia di Daniele è proprio il fatto che la sua fine sarà seguita dal regno messianico promesso dai profeti, al ritorno del Signore. Nei brani escatologici delle epistole Tessalonicesi è chiaro che la manifestazione dell’anticristo precederà il ritorno di Gesù Cristo. Leggiamo solo un verso molto esplicativo di questa verità: “E allora sarà manifestato l'empio, che il Signore Gesù distruggerà con il soffio della sua bocca, e annienterà con l'apparizione della sua venuta.” 2 Tessalonicesi 2:8.

7:15 «Quanto a me, Daniele, il mio spirito rimase addolorato nell'involucro del corpo e le visioni della mia mente mi turbarono. 7:16 Mi avvicinai a uno di quelli che stavano lì vicino e gli domandai la verità di tutto questo; ed egli mi parlò e mi fece conoscere l'interpretazione di quelle cose:

Daniele è ovviamente turbato da ciò che ha visto. Sono convinto che certe cose non siano facili da sopportare per lo spirito dell’uomo. A volte, facendo degli studi sulle parti profetiche della Bibbia, si nota come molti, anche credenti sinceri, siano scossi. E’ la paura dell’ignoto, insita in ogni uomo.

In questa prospettiva posso dirmi quasi contento di non comprendere appieno e in maniera completa il futuro rivelato nelle Scritture. Le profezie scritte in Daniele, come in molte parti del Nuovo Testamento, così come è successo per le profezie dell’Antico Testamento quando si avverarono in Gesù di Nazareth, saranno comprese appieno soltanto da coloro che vivranno quei giorni. Personalmente incoraggio ogni cristiano a non essere turbato dalle profezie della Bibbia sugli ultimi tempi, ma a far sue le parole di Gesù: “Vegliate dunque, pregando in ogni momento, affinché siate in grado di scampare a tutte queste cose che stanno per venire, e di comparire davanti al Figlio dell'uomo”. Luca 21:36.

Daniele, come Giovanni nell’Apocalisse, chiede il senso della visione ad un angelo che gli è vicino.

7:17 “Queste grandi bestie, che sono quattro, rappresentano quattro re che sorgeranno dalla terra; 7:18 poi i santi dell'Altissimo riceveranno il regno e lo possederanno per sempre, per l'eternità”.

Ecco la conferma da parte dell’angelo: le quattro bestie rappresentano quattro regni. Poi il regno sarebbe stato dato ai santi dell’Altissimo.

7:19 Allora desiderai sapere la verità intorno alla quarta bestia, che era diversa da tutte le altre e straordinariamente terribile, con denti di ferro e artigli di bronzo, che divorava, stritolava e calpestava il resto con i piedi, 7:20 e intorno alle dieci corna che aveva sulla testa, e intorno all'altro corno che spuntava e davanti al quale erano cadute tre corna, cioè quel corno che aveva occhi e una bocca che proferiva grandi cose e che appariva maggiore delle altre corna. 7:21 Io guardavo e quello stesso corno faceva guerra ai santi e li vinceva, 7:22 finché giunse l'Antico di giorni e fu resa giustizia ai santi dell'Altissimo, e venne il tempo in cui i santi possedettero il regno.

Le domande del profeta riguardano l’ultima bestia, terribile, spaventosa, che deve aver catturato tutta la sua attenzione e suscitato il suo interesse.

7:23 Ed egli mi parlò così: "La quarta bestia sarà un quarto regno sulla terra, che sarà diverso da tutti gli altri regni e divorerà tutta la terra, la calpesterà e la stritolerà. 7:24 Le dieci corna sono dieci re che sorgeranno da questo regno; dopo di loro ne sorgerà un altro, che sarà diverso dai precedenti e abbatterà tre re. 

Il quarto regno, l’impero romano, fu veramente diverso da tutti i regni che l’avevano preceduto. Per estensione, per capacità distruttiva, per durata. Per dimostrare la mia supposizione che vede in quanto descritto al verso 24 eventi ancora futuri, citerò Girolamo, il quale scrisse nel IV secolo nel suo commentario al libro di Daniele: “Dobbiamo quindi condividere l’opinione dell’interpretazione tradizionale di tutti i commentatori della Chiesa Cristiana, che alla fine del mondo, quando l’impero romano sarà distrutto, vi saranno dieci re che si divideranno i territori romani fra loro”. Quando Girolamo scriveva l’impero romano esisteva ancora. Ma è un dato di fatto che Roma è caduta senza che questa divisione interna, attesa dalla Chiesa come avverarsi delle profezie di Daniele sugli eventi che avrebbero immediatamente preceduto il ritorno di Cristo, sia comparsa.

Anche per noi oggi, la Bibbia parla qui di eventi futuri.

7:25 Egli proferirà parole contro l'Altissimo, perseguiterà i santi dell'Altissimo con l'intento di sterminarli e penserà di mutare i tempi e la legge; i santi saranno dati nelle sue mani per un tempo, dei tempi e la metà di un tempo.

L’anticristo parlerà contro Dio e farà guerra ai “santi”, ai veri credenti, fedeli alla Parola di Dio. La cosa triste è che gli sarà dato di prosperare e uccidere anche i santi. Ma questo per un tempo determinato, 3 anni e mezzo.

Questa espressione “un tempo, dei tempi e la metà di un tempo” la troviamo anche in altre porzioni della Scrittura. Ciò ci permette di lasciare che sia un brano biblico ad interpretare l’altro, dandoci certezza di quello che affermiamo.

In Apocalisse troviamo lo stesso termine di Daniele al capitolo 12, “Ma alla donna furono date le due ali della grande aquila affinché se ne volasse nel deserto, nel suo luogo, dov'è nutrita per un tempo, dei tempi e la metà di un tempo, lontana dalla presenza del serpente.” Apocalisse 12:24. Nello stesso capitolo questo lasso di tempo è descritto in una maniera a noi più familiare: “Ma la donna fuggì nel deserto, dove ha un luogo preparato da Dio, per esservi nutrita per milleduecentosessanta giorni.” Apocalisse 12:6.

Il nostro calendario solare conta 1.277,50 giorni per tre anni e mezzo. Però è anche vero, ad esempio, che nelle prassi commerciali gli anni sono di 360 giorni ed i mesi tutti di 30 giorni. Gli ebrei hanno un calendario lunare. E’ questo che genera la differenza col nostro calendario.

Non ci sbagliamo se diciamo che sia Daniele che l’Apocalisse parlano di un tempo prossimo ai tre anni e mezzo, circa tre anni e mezzo come il periodo dell’exploit dell’anticristo.

7:26 Si terrà quindi il giudizio e gli sarà tolto il dominio, che verrà annientato e distrutto per sempre. 7:27 Poi il regno, il dominio e la grandezza dei regni sotto tutti i cieli saranno dati al popolo dei santi dell'Altissimo; il suo regno è un regno eterno, e tutti i domini lo serviranno e gli ubbidiranno”.

Come abbiamo già detto, al ritorno di Gesù Cristo si porrà definitivamente fine ai miseri tentativi umani a favore di un regno teocratico, dove Dio è sovrano assoluto e giustizia e pace regnano davvero. Questo regno, al contrario degli altri, il cui avvicendarsi sulla scena umana vediamo da millenni, sarà eterno, non avrà mai fine.

7:28 Qui finirono le parole rivoltemi. Quanto a me, Daniele, i miei pensieri mi turbarono grandemente e il mio aspetto cambiò, ma conservai le parole nel mio cuore».

Possiamo solo immaginare lo sgomento di Daniele. Anche sul nostro spirito studiare cose tanto grandi non può non lasciare un segno.

 

 

Riepilogo qui in uno schema quanto abbiamo studiato sinora. Questo schema lo andrò arricchendo mammano che procedo nell’esame delle profezie di Daniele. Alla fine sarà chiaro che l’interpretazione delle profezie di Daniele è possibile anche raffrontando i vari brani della Scrittura.

 

REGNO

DANIELE 2

DANIELE 7

BABILONIA

identificato in Daniele 2:38

CAPO

LEONE

d’oro

 

 

ali d’aquila

MEDO-PERSIA

identificato in Daniele 8:20

PETTO E BRACCIA

ORSO

d’argento

 

 

si alzava da un lato

 

aveva tre costole in bocca fra i denti

GRECO-MACEDONE

identificato in Daniele 8:21

 

VENTRE E COSCE

LEOPARDO

di bronzo

 

Domina tutta la terra

4 ali  - simbolo di rapidità ed estensione della conquista -

ROMA

GAMBE

BESTIA TERRIBILE

di ferro

con denti di ferro

come il ferro rompeva tutto

Divorava, sbranava e stritolava tutto

 

Divorerà tutta la terra, la calpesterà e la frantumerà

PIEDI

 

ferro e argilla

 

diviso

10 corna – 10 re

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Piccolo corno

 

 

 

 

 

 

 

 

Parlerà contro l’Altissimo

 

Affliggerà i santi per un tempo, dei tempi e la metà di un tempo

 

Si proporrà di mutare le festività e la legge (giudaica)

 

Gli sarà tolto il dominio e verrà distrutto ed annientato

REGNO di Dio

Dio stabilirà un regno

I santi ebbero il regno

La pietra abbatte la statua

La bestia viene uccisa e il suo corpo distrutto

La pietra diventa un monte che riempie la terra

Il figlio dell’uomo viene con le nuvole e riceve dominio, gloria e regno su ogni popolo, nazione e lingua

Non sarà mai distrutto

Il regno del figlio dell’uomo è un regno che non sarà distrutto

 

 

Capitolo 11

Il quarto regno: diverse vedute a confronto.

 

Abbiamo detto nei capitoli precedenti che il quarto regno visto da Daniele è l'impero romano. Non tutti i commentatori concordano con questa interpretazione. Vi è, però, un certo accordo in questo senso, fra chi ha un approccio diciamo “tradizionale” verso la Sacra Scrittura e considera le profezie del libro di Daniele autentiche profezie. Questa interpretazione, come ho già accennato, è anche in armonia con una saldissima tradizione che ci giunge autorevole fin dai primi secoli del cristianesimo.

Scrive Girolamo nel IV secolo: “Noi dobbiamo concordare con l’interpretazione tradizionale di tutti i commentatori della Chiesa Cristiana, che alla fine del mondo, quando l’impero romano sta per essere distrutto, vi saranno dieci re che si divideranno fra loro il mondo romano”, Commentario a Daniele,VII.8.

La testimonianza di Girolamo è confermata dagli scritti degli autori cristiani dei primi secoli giunti fino a noi.

L’epistola di Barnaba, composta fra il 70 ed il 132-135, è un’apologia del cristianesimo composta nel secondo secolo, fa riferimento alle visioni di Daniele: “così parla il profeta: “dieci regni regneranno sulla terra, e dopo di loro un piccolo re sorgerà …”

Ireneo fu vescovo di Lione, visse fra il 120 ed il 202 d.C. Nella parte finale della sua opera in cinque libri contro l'eresia gnostica, si sofferma sulle profezie riservate agli eventi che avranno luogo negli ultimi tempi.

“Chiaramente alluse agli ultimi tempi, ai dieci re che vi saranno e che si divideranno l'attuale impero, Giovanni discepolo del Signore nell'Apocalisse dicendo le parole udite a proposito delle dieci corna viste da Daniele”, Contro le eresie, V,26,1.

La testimonianza di Ireneo riveste a mio avviso particolare significato, visto che egli era stato discepolo di Policarpo, che aveva conosciuto l’apostolo Giovanni stesso.

Ippolito, vissuto fra il 170 ed il 236, ha scritto un trattato sull’anticristo e un commento al libro di Daniele. Anche per lui il quarto regno è l’impero romano:

“Il capo d’oro dell’immagine e la leonessa indicavano i babilonesi; le spalle e le braccia d’argento, e l’orso, rappresentavano i Persiani ed i Medi; il ventre e le cosce di rame, e il leopardo, significano i greci, che hanno avuto il dominio dai tempi di Alessandro; le gambe di ferro, e la bestia spaventosa e terribile, indicavano i romani, che regnano oggi; le dita dei piedi che erano in parte d’argilla e in parte di ferro, e le dieci corna, sono simboli dei regni che dovranno sorgere; l’altro piccolo corno che sorge fra loro significava l’Anticristo; la pietra che colpisce e porta il giudizio nel mondo era Cristo”. L’Anticristo, 28.

Sebbene Ippolito sia vissuto a Roma, egli era originario dell’oriente. La sua testimonianza ci fa supporre che la sua interpretazione fosse quella comune dei suoi giorni.

I cristiani dei primi secoli pregavano per l'unità dell'impero, perché sapevano che quando questo si fosse diviso, sarebbe comparso l’anticristo. Ovviamente, non potevano sapere che esso sarebbe tramontato senza conoscere quella divisione e che essa era riservata per un tempo molto più lontano.

Andando ancora più indietro nella tradizione cristiana, troviamo lo stesso Giovanni, l’apostolo, che mostra di credere egli stesso che la quarta bestia vista da Daniele sia Roma e che quella che ho definito come la sua ultima fase, l’exploit dell'anticristo, è riservata ad un avvenimento futuro.

Apocalisse 13:1: “Poi vidi salire dal mare una bestia che aveva dieci corna e sette teste, sulle corna dieci diademi e sulle teste nomi blasfemi. "

La descrizione non è casuale, Giovanni volontariamente richiama la profezia di Daniele, sia col simbolismo della "bestia", ma ancora di più con i particolari che utilizza per la sua descrizione. Cita infatti, un leopardo, un orso, un leone, esattamente le tre bestie viste da Daniele, ma in ordine inverso.

Apocalisse 13: 2, “ La bestia che io vidi era simile a un leopardo, i suoi piedi erano come quelli dell'orso e la bocca come quella del leone.

 DANIELE - leone - orso - leopardo - GIOVANNI - la bestia terribile.

      La prospettiva di Daniele, nel sesto secolo a.C. gli faceva vedere per primo un leone, poi un orso, poi un leopardo, quindi la bestia terribile. Giovanni li vede esattamente al contrario. Egli, infatti, guarda indietro, al passato, e vede prima il leopardo, poi l'orso, quindi il leone. Ma non vede la quarta bestia di Daniele, perché è proprio di lei che sta parlando nella profezia dell’Apocalisse.

Giovanni dice apertamente che la bestia è Roma. Apocalisse 17.

 Lo storico giudeo Flavio Giuseppe mostra di condividere l’interpretazione cristiana classica, che in fondo, comunque, è solo il logico proseguo di quella ebraica. Ho già citato il suo scritto nel commento al secondo capitolo.

 Scrive Charles H. H. Wright nel suo "Studies in Daniel’s Prophecy": "Se ammettiamo che l’impero romano è il quarto regno illustrato al capitolo II e VII (di Daniele), la conclusione che ne consegue è che l’autore del libro di Daniele possedeva il dono sovrannaturale di vedere il futuro. I critici increduli, perciò, dal tempo di Porfirio ad oggi, sono stati costretti a suggerire altre soluzioni all’enigma. Quei quattro regni furono spiegati da eminenti interpreti giudaici come il babilonese, medo persiano, greco e romano, anni prima che Cristo venisse al mondo, e a lungo dopo quell'evento. La medesima spiegazione è seguita da Cristo e dalla grande maggioranza degli espositori cristiani per quasi due millenni."

 Come dicevo quando parlavo dell’autenticità del libro di Daniele, è molto importante considerare i presupposti con i quali ci si avvicina a questo libro.

La stessa incredulità che fa sostenere ad alcuni, contro le affermazioni della Parola di Dio e contro quella dignità che ad essa un cristiano deve riconoscere, che Daniele non sia un libro "autentico", fa loro credere che le profezie in esso contenute non sono vere profezie. Come abbiamo già detto, per trovare una spiegazione – o forse una scappatoia – questi racchiudono tutte le visioni del profeta ai giorni di un supposto ignoto autore vissuto nel II secondo secolo a.C. Per darsi ragione, devono, però, forzare l’interpretazione.

Una spiegazione alternativa proposta per i quattro regni è la seguente.

Il primo regno sarebbe Babilonia, il secondo la Media, il terzo la Persia, il quarto la Grecia.

Ciò è impossibile. Perché il regno dei Medi, è vero, è stato un impero a sé stante, ma non è mai entrato in contatto col popolo ebraico se non soltanto dopo la formazione dell'impero Persiano, del quale la Media faceva parte.

Lo stesso profeta nella visione descritta al capitolo VIII parla di medi e persiani come di un unico impero, Dan.8:20 e quest’altra visione, i dettagli dei regni descritti coincidono con l’interpretazione che è stata data al capitolo 7. Daniele stesso aveva poi predetto apertamente all’ultimo re Babilonese che il suo regno sarebbe caduto in mano ai medo – persiani, Daniele 5:28.

La descrizione data dal profeta circa il terzo regno calza benissimo con la Grecia, per le coincidenze sopradescritte, ma non ha senso alcuno se riferita alla Persia: la conquista estesa a tutto il mondo allora conosciuto descrive perfettamente l’avanzata inarrestabile di Alessandro Magno e la divisione in quattro parti è quella occorsa dopo la sua morte, quando il regno fu spartito fra i suoi generali.

Per logica conseguenza non ha significato attribuire i dettagli del quarto regno alla Grecia, perché le vicende di quest’ultima non li soddisfano. La divisione in 10 parti, la comparsa di un “piccolo corno” e poi l’avvento del regno messianico al suo crollo, sono inconciliabili con una tale interpretazione.

 

Per cercare di riparare alle insormontabili difficoltà di questa interpretazione, ne viene proposta un’altra, forse quella che oggi gode di maggiore credito, che vede nel secondo regno quello medo – persiano, nel terzo quello greco, nel quarto quello dei diadochi, i successori di Alessandro Magno.

Anche questa, però, è una interpretazione palesemente errata.

La descrizione del terzo regno, l’abbiamo visto, già contempla gli eventi occorsi dopo la morte di Alessandro. La divisione di questo regno in quattro parti, si concilia con il simbolismo delle quattro teste del capitolo VII; ma non si concilia con i dieci re che riguardano la quarta bestia. Inoltre, al capitolo due è chiaro che il terzo e il quarto regno non sono fra di loro più in relazione del secondo col terzo, e che il quarto conosce delle vicende che lo vedono forte, unito, prima, diviso poi. Questo non combacia con l’idea d’un regno già nato come una divisione.

C'è ancora un ultimo dettaglio, tutt’altro che secondario. Alla caduta del quarto regno avrebbe dovuto instaurarsi il regno del Messia. Ciò, se la visione di Daniele fosse riferita ad un tempo passato, non sarebbe avvenuto neanche in virtù di quest’altra interpretazione. Il regno dei greci è caduto per mano dei romani, molto prima della nascita di Gesù.

 E' ancora una forzatura – questa inammissibile da parte mia – del testo ad essere proposta come spiegazione.

 L’armonia dei dettagli delle visioni di Daniele viene a mancare se abbandoniamo l’interpretazione tradizionale.

Ed è per questo che non temo smentita se dico che in Daniele ci troviamo davanti ad una meravigliosa ed ulteriore prova dell'autenticità ed ispirazione della Bibbia.

E’ ovvio che gli attacchi degli avversari della Parola di Dio siano, quindi, particolarmente cruenti. La sostanza delle idee sostenute è inversamente proporzionale alla tracotanza e sicurezza con la quale queste vengono proposte.

 Penso sia apparsa chiara una mia certa avversione verso delle interpretazioni che, dietro una facciata di cristiano, sembrano soltanto volere svuotare la Parola di Dio della sua autorità.   

 Lo stesso sentimento non lo provo indiscriminatamente per tutte le interpretazioni che non coincidano con quella proposta in questo studio. E’ soltanto che quando l’incredulità viene spacciata per voglia di verità storica e autentico spirito di ricerca della verità biblica, quando le parole di difesa sono più oltraggiose di quelle dell’offesa, credo si sia varcato il limite del buongusto e del sensato, se ci si definisce cristiani.

Avvicinarsi alla Bibbia con uno spirito di incredulità, significa partire da presupposti opposti a quelli che la fede cristiana e lo Spirito Santo ci impongono.

Esistono altre interpretazioni cristiane, autenticamente cristiane, che io non condivido, ma che, in quanto sinceri sforzi per comprendere la Parola di Dio, non posso non considerare con rispetto.

Alcuni, ad esempio, vedono nel quarto regno l’impero romano, ma non credono che Daniele parli di un anticristo che comparirà negli ultimi giorni, bensì che la visione si esaurisca con l'instaurarsi del regno spirituale alla prima venuta di Gesù.

Non concordo con questa interpretazione perché Gesù ha riferito la visione del Figlio dell’uomo di Daniele 7 al suo ritorno in gloria, perché il regno di Dio di cui parla Daniele mi appare come quel regno promesso dai profeti, un regno terreno, non spirituale, il cui avvento comunque sarà come ho già detto “violento”, rapido, non graduale.

C'è poi anche la visione di Giovanni che sposta le profezie di Daniele fino al tempo del ritorno di Gesù.

Ribadisco poi che l'impero romano non ha conosciuto gli ultimi dettagli che il profeta descrive tanto chiaramente.

Come dicevo, però, non disprezzo tali sforzi perché compiuti con autentico zelo e sincerità, in una visione della Parola di Dio che esalta la sua fedeltà e la sua autentica ispirazione.

 

Capitolo 12

Daniele Capitolo 8: dettagli delle vicende del secondo e terzo regno.

 

Il testo

8:1 Nel terzo anno di regno del re Belshatsar, io, Daniele, ebbi una visione, dopo quella avuta all'inizio del regno. 8:2 Or vidi in visione e, mentre guardavo, mi avvenne di trovarmi nella cittadella di Susa, che è nella provincia di Elam; nella visione mi resi conto di essere presso il fiume Ulai. 8:3 Alzai gli occhi e guardai, ed ecco, in piedi davanti al fiume un montone che aveva due corna; le due corna erano alte, ma un corno era più alto dell'altro, anche se il più alto era spuntato per ultimo. 8:4 Vidi il montone che cozzava a ovest, a nord e a sud; nessuna bestia gli poteva resistere, né alcuno poteva liberare dal suo potere; così fece quel che volle e diventò grande. 8:5 Mentre consideravo questo, ecco venire dall'ovest un capro, che percorreva tutta la superficie della terra senza toccare il suolo; il capro aveva un corno cospicuo fra i suoi occhi. 8:6 Giunse fino al montone dalle due corna, che avevo visto in piedi davanti al fiume, e gli si avventò contro nel furore della sua forza. 8:7 Lo vidi avvicinarsi e montare in collera contro di lui; cozzò quindi contro il montone e frantumò le sue due corna, senza che il montone avesse forza per resistergli; così lo gettò a terra e lo calpestò, e nessuno potè liberare il montone dal suo potere. 8:8 Il capro diventò molto grande; ma, quando fu potente, il suo gran corno si spezzò; al suo posto spuntarono quattro corna cospicue, verso i quattro venti del cielo. 8:9 Da uno di questi uscì un piccolo corno, che diventò molto grande verso sud, verso est e verso il paese glorioso. 8:10 Si ingrandì fino a giungere all'esercito del cielo, fece cadere in terra parte dell'esercito e delle stelle e le calpestò. 8:11 Si innalzò addirittura fino al capo dell'esercito, gli tolse il sacrificio continuo e il luogo del suo santuario fu abbattuto. 8:12 L'esercito gli fu dato in mano assieme al sacrificio continuo, a motivo della trasgressione; egli gettò a terra la verità; fece tutto questo e prosperò. 8:13 Poi udii un santo che parlava, e un altro santo disse a quello che parlava: «Fino a quando durerà la visione del sacrificio continuo e la trasgressione della desolazione, che abbandona il luogo santo e l'esercito ad essere calpestati?». 8:14 Egli mi disse: «Fino a duemilatrecento giorni; poi il santuario sarà purificato». 8:15 Ora, mentre io, Daniele, consideravo la visione e cercavo d'intenderla, ecco stare davanti a me uno dall'aspetto di uomo. 8:16 Udii quindi in mezzo al fiume Ulai la voce di un uomo, che gridava e diceva: «Gabriele, spiega a costui la visione». 8:17 Egli si avvicinò al luogo dove mi trovavo e, quando giunse, io ebbi paura e caddi sulla mia faccia. Ma egli mi disse: «Intendi bene, o figlio d'uomo, perché questa visione riguarda il tempo della fine». 8:18 Mentre egli parlava con me, caddi in un profondo sonno con la faccia a terra, ma egli mi toccò e mi fece alzare in piedi nel luogo dove mi trovavo. 8:19 E disse: «Ecco, io ti faccio conoscere ciò che avverrà nell'ultimo tempo dell'indignazione, perché riguarda il tempo fissato della fine. 8:20 Il montone con due corna, che tu hai visto, rappresenta i re di Media e di Persia. 8:21 Il capro peloso è il re di Javan; e il gran corno che era in mezzo ai suoi occhi è il primo re. 8:22 Il corno spezzato e le quattro corna che sono sorte al suo posto sono quattro regni che sorgeranno da questa nazione, ma non con la stessa sua potenza. 8:23 Alla fine del loro regno, quando i ribelli avranno colmato la misura, sorgerà un re dall'aspetto feroce ed esperto in stratagemmi. 8:24 La sua potenza crescerà, ma non per sua propria forza; compirà sorprendenti rovine, prospererà nelle sue imprese e distruggerà i potenti e il popolo dei santi. 8:25 Per la sua astuzia farà prosperare la frode nelle sue mani; si innalzerà nel suo cuore e distruggerà molti che stanno al sicuro; insorgerà contro il principe dei principi, ma sarà infranto senza mano d'uomo. 8:26 La visione delle sere e delle mattine, di cui è stato parlato, è vera. Tu tieni segreta la visione, perché riguarda cose che avverranno fra molto tempo». 8:27 E io, Daniele, mi sentii sfinito e fui malato per vari giorni; poi mi alzai e sbrigai gli affari del re. Io ero stupito della visione, ma nessuno se ne avvide.

 

Il commento

8:1 Nel terzo anno di regno del re Belshatsar, io, Daniele, ebbi una visione, dopo quella avuta all'inizio del regno. 8:2 Or vidi in visione e, mentre guardavo, mi avvenne di trovarmi nella cittadella di Susa, che è nella provincia di Elam; nella visione mi resi conto di essere presso il fiume Ulai.

Cronologicamente la visione riportata qui segue quella descritta al capitolo sete di Daniele. La narrazione è in prima persona, è lo stesso profeta che parla.

Daniele si trovava a Susa, dove Ciro stabilì la residenza reale persiana. Essa sorgeva nel cuore dell’Elam. Nella visione, Daniele specifica di trovarsi sul fiume Ulai, che scorre a sud di Susa. Lì, anni prima, nel 653 a.C., durante il periodo imperiale assiro, l’antico popolo elamita aveva trovato la sua disfatta per mano del re Assurbanipal.

8:3 Alzai gli occhi e guardai, ed ecco, in piedi davanti al fiume un montone che aveva due corna; le due corna erano alte, ma un corno era più alto dell'altro, anche se il più alto era spuntato per ultimo.

Come dirà più avanti apertamente la visione, il montone simboleggia la potenza Medo – Persiana.

Il corno è simbolo di potenza e non vi poteva essere maniera più felice per esprimere i conflitti interni al regno dei Medi che avevano portato al predominare dei Persiani. Per questo il corno più alto, quindi più potente, era cresciuto dopo.

Notiamo la chiara attinenza con quanto detto al capitolo sette circa lo stesso regno, quando Daniele lo descrive come un orso, una bestia che “stava eretta sopra un fianco”.

8:4 Vidi il montone che cozzava a ovest, a nord e a sud; nessuna bestia gli poteva resistere, né alcuno poteva liberare dal suo potere; così fece quel che volle e diventò grande.

L’avanzata persiana fu inarrestabile. La Persia si trovava ad Est della Mesopotamia e della Palestina, in un territorio che è grossomodo quello dell’odierno Iran. La sua avanzata fu verso ovest, nord e sud. Ciro II, come abbiamo detto, entrò in Babilonia. Le cronache storiche dicono che fu accolto quasi come un liberatore dal popolo stanco dei suoi regnanti.

I successori di Ciro incrementarono i confini del regno, arrivando fino in Egitto e in Anatolia.

8:5 Mentre consideravo questo, ecco venire dall'ovest un capro, che percorreva tutta la superficie della terra senza toccare il suolo; il capro aveva un corno cospicuo fra i suoi occhi. 8:6 Giunse fino al montone dalle due corna, che avevo visto in piedi davanti al fiume, e gli si avventò contro nel furore della sua forza. 8:7 Lo vidi avvicinarsi e montare in collera contro di lui; cozzò quindi contro il montone e frantumò le sue due corna, senza che il montone avesse forza per resistergli; così lo gettò a terra e lo calpestò, e nessuno poté liberare il montone dal suo potere.

La visione adesso diventa straordinaria. Un nuovo animale simboleggia una regno che arriva da Occidente, la prima potenza occidentale della storia, quella Greco – Macedone.

Il profeta dice che questo capro “percorreva tutta la terra senza toccare il suolo”. Anche qui vediamo l’attinenza con il simbolismo del capitolo sette, dove il leopardo è dipinto “con quattro ali d'uccello sul dorso;”. I simbolismi qui utilizzati riguardano la straordinaria estensione e la rapidità della conquista di Alessandro Magno, il quale in pochi anni riuscì a fare del piccolo stato della Macedonia e della Grecia l’impero più grande sorto fino ad allora.

Il gran corno del capro è ovviamente Alessandro Magno, autore in prima persona della disfatta persiana. Alessandro guidava il suo esercito con un coraggio senza precedenti: combatteva egli stesso, gettandosi contro il nemico a spada tratta con un entusiasmo tale da riuscire a trascinare i suoi soldati.

Le sue vittorie contro i Persiani, sebbene il suo esercito fosse in evidente inferiorità numerica, furono prova della sua insuperabile astuzia strategica.

Lo storico giudeo Giuseppe Flavio narra l’arrivo di Alessandro a Gerusalemme. Egli, nelle sue Antichità Giudaiche, Libro 11, capitolo 8 scrive: “E quando egli (Jaddua, il sommo sacerdote) comprese che (Alessandro) non era lontano dalla città, uscì in processione, con i sacerdoti e la moltitudine dei cittadini. La processione fu notevole, e diversa da quella delle altre nazioni. Raggiunse un luogo chiamato Safe, il cui nome tradotto in greco significa “prospetto”, perché si ha da lì una veduta sia di Gerusalemme che del tempio … […] Quando Alessandro vide la folla da lontano, vestita di bianco, mentre i sacerdoti erano vestiti di puro lino, e il sommo sacerdote di porpora e scarlatto, con la sua mitra sul capo e il nome di Dio impresso, egli si avvicinò e adorò il nome e salutò il sommo sacerdote. Anche i Giudei fecero lo stesso tutti insieme, in un’unica voce, salutando Alessandro […] e quando ebbe stretto al sommo sacerdote la sua mano destra, i sacerdoti lo seguirono ed egli entrò in città; e quando salì nel tempio offrì un sacrificio a Dio, secondo le direttive del sommo sacerdote e trattò con rispetto il sommo sacerdote ed i sacerdoti. E quando venne mostrato il libro di Daniele, dove Daniele aveva dichiarato che uno dei Greci avrebbe distrutto l’impero dei Persiani, egli suppose che il riferimento fosse alla sua stessa persona”.

8:8 Il capro diventò molto grande; ma, quando fu potente, il suo gran corno si spezzò; al suo posto spuntarono quattro corna cospicue, verso i quattro venti del cielo.

Alessandro Magno morì giovanissimo, a 33, nella città di Babilonia, sembra per via di una febbre.

Non avendo eredi in grado di prendere il potere, il suo enorme impero venne spartito fra i suoi generali. Per quanto riguarda lo studio di Daniele, sarà importante dire che l’Egitto, a Sud di Giuda, andò a Tolomeo, fondatore appunto della dinastia dei Tolomei, mentre la Siria, a Nord, a Seleuco, fondatore appunto della dinastia dei Seleucidi.

Il regno di Giuda, per via della sua evidente posizione strategica, si troverà coinvolto nei conflitti che per secoli esisteranno fra Tolomei e Seleucidi. Ciò con conseguenze disastrose per il popolo di Dio.

8:9 Da uno di questi uscì un piccolo corno, che diventò molto grande verso sud, verso est e verso il paese glorioso. 8:10 Si ingrandì fino a giungere all'esercito del cielo, fece cadere in terra parte dell'esercito e delle stelle e le calpestò. 8:11 Si innalzò addirittura fino al capo dell'esercito, gli tolse il sacrificio continuo e il luogo del suo santuario fu abbattuto. 8:12 L'esercito gli fu dato in mano assieme al sacrificio continuo, a motivo della trasgressione; egli gettò a terra la verità; fece tutto questo e prosperò.

Il piccolo corno è Antioco IV detto Epifane, appartenente alla dinastia dei Seleucidi.

I seleucidi regnarono fra il 312 e il 64 a.C. Seleuco era stato un ufficiale di cavalleria nell'esercito di Alessandro. Queste le successioni dei re di Siria: Seleuco I (312-280 a.C.), Antioco I (280-261 a.C.), Antioco II (261-247 a.C.), Seleuco II (247-226 a.C.), Seleuco III (226-223 a.C.), Antioco III il grande (223-187 a.C.), Seleuco IV (187-175 a.C.) e, quindi, Antioco IV il quale regnò dal 175 al 163 a.C.

Antioco Epifane era il terzo figlio di Antioco III il grande. Trascorse i primi anni di vita prigioniero come ostaggio a Roma. Dopo una lotta contro un usurpatore, divenne re nel 175 a.C.

Di ritorno dalla sua prima fortunata campagna contro l'Egitto (170 a.C.), Antioco si scagliò contro Gerusalemme e ne profanò il Tempio, portando con se parte dei suoi tesori. Il primo libro dei Maccabei tramanda la memoria di questo evento, precisando che ebbe luogo nell’anno 143 del regno dei Greci.

Gli esiti della sua seconda campagna contro l'Egitto (168 a.C.) furono umilianti. Roma intervenne nel conflitto e dovette accettare le condizioni che gli vennero imposte. Lasciando l’Egitto, nella sua furia, si rivolse di nuovo contro il popolo di Israele, mettendo a ferro e fuoco la città di Gerusalemme uccidendo molti e portando via come schiavi altri. Leggiamo in 1 Maccabei 1:37, 54: “Versarono sangue innocente intorno al santuario e profanarono il luogo santo…nell’anno 145 (del regno dei Greci) il quindici di Casleu, il re innalzò sull’altare un idolo”.

Vista la posizione avversa di Roma, l’importanza della Palestina nella politica di Antioco crebbe. Essa costituiva adesso un bastione contro il sud, l'Egitto, e contro l’avanzata romana.

Antioco utilizzò la cultura ellenica  per tentare di creare quell’unità nazionale e culturale che egli considerava fondamentale  per i suoi territori. E’ ovvio che la piccola nazione ebraica col suo culto esclusivo a Yahweh e il suo vivere quasi appartata, nell’osservanza della sua Legge, era un ostacolo ai piani di Antioco. Da qui la sua rabbia contro Israele. Fu per questo che prima depose Onia III, sommo sacerdote, nella visione chiamato capo dell'esercito, poi lo fece uccidere. Spalleggiato da dei giudei apostati, egli proibì il culto giudaico e l'osservanza della Legge; abolì il sacrificio continuo e profanò il tempio di Gerusalemme, ponendovi una statua di Giove, che, si dice, avesse comunque le sue sembianze.

La profezia data a Daniele quattrocento anni prima si era avverata alla lettera.

Per chi sapere di più sugli eventi di quei giorni, consiglio la lettura del libro dei Maccabei che si può trovare in una qualsiasi edizione cattolica dell’Antico Testamento. Sebbene sia gli ebrei che i cristiani non cattolici non ritengano questo libro ispirato e, per questo, non lo includano nel loro canone dei libri sacri, il suo valore storico è indubbio.

Aggiungiamo a quanto detto anche la testimonianza di Flavio Giuseppe, storico ebreo vissuto nel I secolo d.C. Nel decimo capitolo del suo libro delle “Antichità Giudaiche” scrive di Antioco Epifane: “... e da infra loro (i successori di Alessandro Magno) sarebbe sorto un certo re che avrebbe sopraffatto la nostra nazione e le sue leggi, e avrebbe rimosso il nostro governo politico, depredato il tempio, e proibito l’offerta dei sacrifici per un tempo di tre anni. E veramente così accadde e la nostra nazione patì queste cose durante il regno di Antioco Epifane, secondo la visione di Daniele.”

8:13 Poi udii un santo che parlava, e un altro santo disse a quello che parlava: «Fino a quando durerà la visione del sacrificio continuo e la trasgressione della desolazione, che abbandona il luogo santo e l'esercito ad essere calpestati?». 8:14